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lunedì 4 luglio 2016

Brogli in Austria: si torna al voto


La Corte Costituzionale austriaca ha riscontrato irregolarità nelle recenti elezioni presidenziali austriache: sono state certificate irregolarità in 94 dei 117 distretti elettorali per un totale di 78 mila schede scrutinate non correttamente. Più del doppio dei voti che decisero l’esito finale. A settembre il popolo austriaco sarà chiamato nuovamente a pronunciarsi.

di Simone Mela

Si andrà di nuovo al voto. I cittadini sono chiamati per l’ennesima volta alle urne. Ma se qualcuno pensa che si tratti del nuovo referendum sulla Brexit, come vorrebbe quella ridicola petizione lanciata in rete, si sbaglia. Proprio così, ad andare a votare saranno invece i cittadini austriaci, i quali dovranno scegliere, questa volta regolarmente, il loro Presidente.
Lo scorso 22 maggio infatti si era concluso veramente al fotofinish il ballottaggio per la presidenza della Repubblica austriaca tra il candidato del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) Norbert Hofer e l’indipendente Alexander Van der Bellen, appoggiato dai Verdi. Grazie al voto per corrispondenza, a spuntarla era stato quest’ultimo con uno scarto di appena 30 mila preferenze (50,3% – 49,7%). Ma le irregolarità riscontrate durante la fase di scrutinio, come l’affluenza al 146,9% al collegio di Waidhofen an der Ybbs (in pratica più votanti degli aventi diritto) o lo scrutinio dei voti per corrispondenza iniziato anzitempo, spinsero il partito nazionalista a chiedere ricorso. Ebbene questo ricorso è stato vagliato dalla Corte costituzionale austriaca.
“Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La nostra sentenza deve rafforzare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia”, ha detto a Vienna il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di pronunciare la sentenza.
In due settimane la Consulta ha ascoltato 90 testimoni e le irregolarità sono state certificate in 94 dei 117 distretti elettorali per un totale di 78 mila schede scrutinate in maniera irregolare: più del doppio dei voti che decisero l’esito finale. Mai prima d’ora era stato annullato un ballottaggio in Austria e mentre Bruxelles rimane a guardare, avendo dichiarato di non interferire con le decisioni prese da uno Stato membro, il pensiero non può che andare a quanto successo in Gran Bretagna con il referendum sulla Brexit. È stata molto chiara infatti la posizione presa dal partito di Hofer di voler sentire l’opinione del popolo sul tema Ue.
Se l’Ue seguita a svilupparsi così distorta verrà il momento di dare la parola ai cittadini austriaci” – Queste sono state le sue parole pochi giorni fa, dopo la consultazione britannica, mentre oggi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, sempre per quanto riguarda un possibile referendum, risponde che “qualora la Turchia dovesse entrare nell’Unione Europea, ciò non sarebbe gestibile da parte dell’Europa, e ci sarebbe una ragione fondata per domandare alla popolazione austriaca la sua volontà sulla permanenza o meno in un simile contesto. Il caso della Gran Bretagna ha dimostrato che l’Unione Europea, questa Unione Europea, è palesemente lontana dalle persone […] Un cambiamento dei trattati europei in direzione di un ulteriore riduzione delle competenze degli Stati membri, in Austria, porterebbe automaticamente a un referendum”.
Insieme alla Brexit, dunque, l’elezione (prevista per il prossimo settembre) di un presidente nazionalista di uno Stato che fa parte dell’Unione europea, evento mai avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, potrebbe rivelarsi una micidiale doppietta per l’Ue. Non vogliamo nemmeno immaginare cosa stia balenando nelle teste dei vari Severgnini, Saviano e Monti per una decisione così garante della democrazia. Loro, per i quali la democrazia va bene solo se vince la fazione che ritengono più giusta. Loro, che decisioni così importanti non devono essere sottoposte al popolo greve e ignorante. Beh, il popolaccio riandrà a votare e forse attirerà anche coloro i quali hanno preferito Van der Bellen ma, schifati dai brogli messi in evidenza, potrebbero votare a favore di Hofer. Appuntamento a settembre.
(Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica)

martedì 28 giugno 2016

L'Unione Europea dopo il Brexit


di Simone Mela

La vittoria del Leave come esito del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno dà sicuramente un chiaro e forte segnale all’Unione Europea, incapace di far fronte ai problemi dei cittadini, generando da parte sua una disaffezione dalle istituzioni comunitarie via via sempre più grande.
Volendo aprire una parentesi è paradossale il fatto che si dica, in questi casi, che il singolo Stato nazionale non sia in grado di risolvere problemi globali quando è la stessa Ue a non avere saputo gestire problemi importanti come quello dei flussi migratori. Ma sarebbe anche un po’ grossolano e riduttivo legare il successo di coloro che hanno deciso di lasciare l’Ue con il tema dell’immigrazione, la quale come recentemente scritto dall’intellettuale francese Alain de Benoist è solamente la conseguenza e non la causa della forte mancanza di identità.
Questo successo euroscettico però ha acceso anche gli animi delle altre forze politiche europee che mostrano una forte avversione verso l’impianto eurocratico. Una entusiasta Marine Le Pen, leader del Front National, ha affermato che quella britannica è stata “una vittoria della libertà” e che ora, come chiede da anni, “serve lo stesso referendum anche in Francia” e negli altri paesi dell’Ue. Dall’Olanda, Geert Wilders, fondatore e capo del Partito per la Libertà (PVV), guarda con favore a un possibile abbandono dell’Ue da parte dei Paesi Bassi. “Ora è tempo di un nuovo inizio, se diventerò primo ministro, ci sarà referendum” – ha detto Wilders. Dichiarazioni di questo genere sono arrivate anche dal leader del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) Heinz Christian Strache il quale, forte dell’ottimo risultato ottenuto alle presidenziali da Norbert Hofer, ha sentenziato in questo modo: “Se l’Ue si ostina nel suo rifiuto a fare le riforme, allora un voto dell’Austria sarà un nostro obiettivo”. Persino in Svezia, i Democratici, partito nazionalista, chiedono che vengano rinegoziati gli accordi e che il popolo svedese dovrebbe avere l’opportunità di poter esprimersi sulla sua appartenenza all’Ue. Per finire, segnaliamo anche le parole provenienti dalla Germania stessa pronunciate dal capo di Alternative für Deutschland, Frauke Petry: “I cittadini europei vogliono ora riprendersi la sovranità alla maniera britannica”.
Non c’è dubbio che sul vecchio continente, ora più che mai, soffi un forte vento euroscettico. Il prossimo anno e mezzo sarà fondamentale per capire quale sarà il futuro dell’Ue. Il calendario politico, infatti, prevede le elezioni presidenziali in Francia il prossimo maggio: se il Front National riuscirà a migliorare il risultato delle regionali dello scorso dicembre conquisterà l’Eliseo e allora sarà referendum. In Olanda, sempre nel 2017, ci saranno le elezioni per la Camera, in Austria nel 2018 si terranno quelle parlamentari, vero appuntamento atteso dal Partito della Libertà (FPÖ). E non dimentichiamoci le elezioni federali in Germania il prossimo autunno. Se tutte queste forze politiche si affermeranno nei rispettivi paesi, parole come Frexit o Nexit potranno essere qualcosa di più che semplici slogans.
Il rischio (per Bruxelles) e la speranza (per i popoli liberi) è che il risultato del referendum britannico possa causare il cosiddetto effetto domino. Se nei prossimi mesi i popoli europei, guardando l’esempio britannico, si accorgeranno che fuori dall’Ue c’è vita, questi movimenti euroscettici porteranno moltissimi cittadini a votare per le loro liste. Ovviamente non sarà facile. Si deve sempre tenere a mente che il Regno Unito ha la propria sovranità monetaria e non è precisamente un dettaglio fare un referendum sotto ricatto Draghi che “chiude i rubinetti”, con la conseguente corsa isterica agli sportelli e lo spread alle stelle (Grecia docet).
E in Italia? Già, quasi ci dimenticavamo dell’Italia. Premesso che un primo passo per lanciare qualche segnale a Bruxelles sarebbe bocciare la riforma costituzionale al referendum del prossimo ottobre, nel nostro paese la palla è ormai passata al Movimento 5 Stelle il quale, dopo la conquista del Campidoglio e l’exploit di Torino, si è seriamente candidato come alternativa di governo. Ma la linea politica del M5S su Ue e Euro è a dir poco ambigua. A oggi sembra stare su posizioni più moderate come dimostra l’abbandono del, seppure impossibile, referendum sull’Euro e l’atteggiamento di un Di Maio che strizza l’occhio alla grande finanzia come si è potuto recentemente leggere in un suo tweet. Inoltre come ha riportato Claudio Messora sul suo blog byoblu, sul sito dei 5 Stelle il 20 maggio è uscito un articolo in cui si afferma che “il Movimento 5 Stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla […] il Movimento 5 Stelle si sta battendo per trasformare l’Ue dall’interno”. Quando si tratta di essere dal lato giusto della storia…

(Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica)

giovedì 12 maggio 2016

Intervista all'avvocato Marco Mori


di Simone Mela

La Voce del Padrone ha l’onore e il piacere di parlare di Alternativa per l’Italia, di sovranità, democrazia ed Europa con l’avvocato Marco Mori, uno dei maggiori oppositori della dittatura finanziaria europea, che combatte anche con i fatti e non solo a parole. Scrive come blogger indipendente su scenarieconomici. it e sul suo sito personale studiolegalemarcomori.it. Recente è anche la sua pubblicazione “Il tramonto della democrazia”.

 -Avvocato Marco Mori, il 22 marzo sulla scena politica italiana compare questo nuovo movimento Alternativa per l’Italia. Può spiegare ai lettori del nostro blog come nasce e perché?
Noi abbiamo fatto in questi anni un’attività di informazione sul blog scenarieconomici, sui nostri siti personali, abbiamo fatto alcune pubblicazioni, io ho fatto uscire recentemente il mio libro “Il tramonto della democrazia”, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che, obiettivamene, se non fossimo riusciti ad avere un accesso mediatico più importante questa attività divulgativa sarebbe stata abbastanza inutile. Inoltre ci siamo accorti che i partiti tradizionali, tutti compresi, anche il M5S, non sono sulle posizioni corrette, ma su posizioni che faranno schiantare il paese. Domenica sono riuscito ad avere cinque minuti con Luigi Di Maio che purtroppo mi ha ribadito che l’uscita dall’euro non sarà nel programma 5 stelle ma che la loro posizione sarà: “sceglieranno gli italiani con il referendum”. Quindi in questo quadro desolante abbiamo capito che dobbiamo scendere in campo.
-Quindi Alternativa per l’Italia nasce anche perché siete stati in qualche modo delusi, o addirittura anche traditi, da alcune posizioni di qualche movimento o partito?
Più che traditi, siamo rimasti delusi, nel senso che con loro ci sarà soltanto la parete contro la quale ci schianteremo. Se non si capisce che il problema è riportare l’economia sotto il controllo della democrazia, ripristinare i valori della Costituzione del 1948 e renderli finalmente applicati, l’Italia non ha via d’uscita. Viene sempre di più schiacciata da questo potere finanziario che ormai è diventato così forte da distruggere le democrazie. Lo vediamo tutti i giorni attraverso il mantra delle cessioni di sovranità che significa semplicemente sottrarre democrazia al popolo italiano e darla a quei mercati finanziari che ci hanno ridotto in queste condizioni. A noi e a tutto il resto del mondo.
-Si può dunque tranquillamente dire che è nato il primo movimento sovranista italiano?
Sicuramente è il primo movimento sovranista che, a questo punto, è in parlamento dato che abbiamo una componente parlamentare con una senatrice che è Paola De Pin. Sicuramente è nato il primo movimento sovranista che ha chiaro, a mio avviso, il problema in termini economici e giuridici.
-Come mai di questi problemi, i più importanti del paese, non si parla sui media e si lascia spazio ad argomenti che afferiscono al microcosmo della nostra nazione?
Il motivo è molto semplice ed è un po’ quello che ci ricordava Gustavo Ghidini nei verbali della Costituente del ’47, cioè che quando il potere economico supera un certo livello, per definizione diventa potere politico e schiaccia la democrazia. Oggi il potere economico è diventato così forte che si è preso, acquistandoli di fatto, tutti i sistemi informativi principali. Quando le testate giornalistiche e i grandi media nazionali sono tutti al soldo di questo potere economico perché è titolare delle loro proprietà è ovvio che tutto avviene in funzione della sua volontà e quindi il dissenso in televisione viene utilizzato sempre per andare contro il concetto di Stato nazionale, Stato sovrano perché dal momento che c’è la “casta, la cricca e la corruzione” allora è bello distruggere lo Stato per dare ai privati non accorgendosi  che così si fa esattamente il disegno della grande finanza che voleva il potere assoluto sulle democrazie.
-In uno dei punti del vostro statuto c’è, giustamente, l’abrogazione del pareggio di bilancio in Costituzione (art.81). Può spiegare a chi non ne è a conoscenza o l’ha solamente sentito nominare nei tg o letto sulle testate nazionali in che cosa consiste e perché va contro i principi costituzionali?
Il pareggio di bilancio è prima di tutto una negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione. E’ l’esatto contrario dell’articolo 47 della Costituzione che prevede la creazione e la tutela del risparmio. Il suo concetto è fortemente controintuitivo poiché confondiamo lo Stato con qualsiasi altro soggetto del diritto privato. Lo Stato per creare ricchezza e risparmio per i suoi cittadini deve fare nel lungo periodo politiche di deficit altrimenti il risparmio non può esistere. Quindi fa spesa pubblica, perché quello è il modo con cui distribuisce la moneta e ovviamente deve tassare meno di questa spesa pubblica per lasciarci qualcosa. L’Italia purtroppo fa avanzo primario, cioè tassa più di quanto spende da oltre vent’anni e le conseguenze nell’economia si sono drammaticamente viste. Al primo shock esterno per il quale anche le banche commerciali hanno smesso di erogare credito, il sistema è assolutamente collassato perché mancava uno Stato che potesse intervenire con la sua sovranità, con la sua banca centrale, finanziando la spesa pubblica e gettando moneta necessaria nell’economia. Oggi grazie alle politiche di austerità che l’Italia, unico Stato in Europa, ha inserito addirittura in Costituzione con il pareggio di bilancio, noi assistiamo alla follia macroeconomica di essere in deflazione e continuare a fare austerità distruggendoci sempre di più nonostante il dato macroeconomico certifichi in maniera chiara e inequivocabile che manca moneta nell’economia reale. Il famoso Quantitative Easing (QE) della Bce è soltanto moneta che viene data dalla banca centrale alle grandi banche internazionali che poi non prestano soldi all’economie reali perché queste sono distrutte dalla austerità.
 -A tal proposito è interessante il discorso che voi di scenarieconomici fate sulla corruzione: in questa determinata situazione economica il vero problema è l’evasione del barista o del piccolo commerciante?
L’evasione in un momento in cui manca moneta nell’economia reale  significa che i soldi circolano un po’ di più prima di tornare allo Stato. Con queste politiche folli l’evasione è un aiuto concreto all’economia e c’è anche una conferma nei fatti. Mario Monti che cosa ha cambiato rispetto al suo predecessore? Le tasse erano alte già prima, perché si è avuta questa impennata del debito pubblico, questa esplosione della disoccupazione che è raddoppiata, questa recrudescenza della crisi? Non tanto per l’aumento della pressione fiscale, che c’è stato ma non in maniera così rilevante, quanto per il terrore che è stato indotto per chi deteneva ancora dei capitali di spenderli. Si è fatta questa massiccia campagna contro l’evasione. Con il livello di pressione fiscale che c’era già prima era solo l’evasione che consentiva all’economia di resistere. Quando si tassa ben oltre il 50% con punte sulle imprese che possono arrivare al 70% l’economia è morta senza evasione. Nel momento in cui si torna a fare delle buone politiche monetarie l’evasione è un problema perché subentra un discorso di redistribuzione o anche di parziale ostacolo alle scelte monetarie fatte dallo Stato. La corruzione è stata propedeutica a far odiare lo Stato. Siccome il desiderio neoliberista del potere finanziario è cancellare lo Stato, definire lo Stato corrotto e la crisi come conseguenza dello Stato corrotto è il mantra ideale per liquidare le grandi democrazie occidentali. L’unica corruzione dannosa in verità è quella in cui le istituzioni hanno svenduto il nostro paese a interessi stranieri cedendo sovranità, firmando accordi che ci hanno rovinato. Questa corruzione dal punto di vista penale rientra nei crimini contro la personalità dello Stato. Solo questa corruzione ha avuto un danno macroeconomico oggettivo.
-Un altro punto di Alternativa per l’Italia recita: “ Nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali e delle aziende d’interesse strategico nazionale”. Un punto che era stato messo in pratica durante il ventennio fascista. Come risponde a chi potrebbe accostare questo movimento al partito fascista distogliendo l’attenzione da temi importanti come questi?
Bisogna di nuovo scomodare i padri costituenti per comprendere il problema. Nel ’47 sui verbali della Costituente era chiarissimo un fatto ben specifico: cioè che nazismo e fascismo erano soltanto la reazione sbagliata alle politiche neoliberiste fatte in precedenza. Le crisi occupazionali e la crisi economica furono causate da questa politica per la quale il potere economico non aveva nessun limite o freno. Dunque era ovvio che nelle loro componenti, sia in Germania che in Italia, ci fossero al centro alcuni aspetti che tendevano a limitare il grande potere finanziario. Questo modello, però, non è solamente quello del fascismo o del nazismo ma è anche quello fatto proprio dalla Costituzione del ’48 che nella sua parte economica (art. 41-47) prevede espressamente  che la libera iniziativa privata è riconosciuta ma sempre subordinata all’interesse pubblico, la proprietà deve avere una funzione sociale (cioè libera ma si devono evitare i grandi accentramenti di proprietà tali che possano travolgere il pubblico interesse) e si consente allo Stato di nazionalizzare i servizi pubblici essenziali di qualunque genere e specie perché deve prevalere l’interesse pubblico
-Per quanto riguarda invece  l’aria che si respira dentro i tribunali, dopo tutte le battaglie che sta portando avanti contro l’euro e per il ripristino della sovranità, avverte un cambiamento da parte di suoi colleghi o di qualche giudice riguardo a questi atti di criminalità verso la personalità dello Stato?
C’è molta più consapevolezza. Sto vedendo un interesse notevole da parte dei colleghi, un interesse che sta aumentando in maniera esponenziale e vedremo come finirà. A livello penale la procura di Roma, che è quella competente per i delitti contro la personalità dello Stato, sta archiviando le denunce mentre in sede civile arriveremo a sentenza e altre procure come quella di Trani si stanno avvicinando molto ai fatti che sono alla radice degli atti che ho depositato. Ruggiero, grandissimo pubblico ministero, oltre ad aver portato a processo per manipolazione del mercato le agenzie di rating Standard and Poor's, ora ha anche messo sotto la lente di ingrandimento la massiccia vendita fatta dalla Deutsche Bank di titoli di stato italiani (7 miliardi) che furono funzionali a creare la crisi dello spread del 2011.
-Parlando del problema immigrazione quali sono le soluzioni che offre Alternativa per l’Italia?
Anche lì il nemico è sempre lo stesso. Questi paesi sono rimasti in stato di grave sottosviluppo in funzione di un potere economico che li ha sfruttati perché aveva interesse ad ottenere determinate risorse naturali. Le dittature sono più malleabili. È più semplice indirizzare la politica di una dittatura con il potere economico che non avere di fronte grandi democrazie organizzate. Si è creato un problema che è stato aggravato dalla dissennata politica americana perché le guerre hanno portato ad ulteriori  fenomeni di immigrazione. E’ evidente che se noi vinciamo la battaglia contro il potere finanziario e la estendiamo a livello internazionale riusciamo anche ad intervenire su questi fenomeni riportando un po’ più di giustizia nel mondo. A livello generale una delle battaglie principali dovrà essere l’eliminazione del diritto di veto in seno alle Nazioni Unite che ci consentirà di fare politiche democratiche a livello internazionale, cessare l’attività di sfruttamento di questi paesi. Tuttavia, sapendo che realisticamente non possiamo trasferire l’Africa in Italia, nonostante gli errori commessi in passato, dobbiamo necessariamente andare ad intervenire per far sì  che non siano minacciati a casa loro e che non vengano in Italia in massa. Dobbiamo assolutamente fare in modo di ridare sviluppo nei loro territori. Accogliere i rifugiati è sacrosanto ma bisogna avere risorse per identificarli, vedere chi è rifugiato e non consentire a chiunque di iniziare a girovagare per l’Italia. Non è un problema che si può risolvere dall’oggi al domani ma con politiche di lungo termine. Nell’immediato dobbiamo avere un po’ di severità nei controlli ed eseguire le espulsioni. Sarebbe molto più umanitario piuttosto che farli partire avere le nostre forze armate più a ridosso dei confini, resi erroneamente insicuri a causa delle guerre, ed intervenire in loco dando loro sostentamento.
-Non poteva mancare la domanda sul referendum. Non c’è neanche bisogno di chiederle se voterà per il si o per il no. Perché votare NO e cosa pensa del ministro per le riforme Maria Elena Boschi che ha affermato che chi vota No vota come Casapound.
La Boschi è un caso disperato. L’unica cosa che mi interesserebbe sapere dalla Boschi è chi ha scritto la riforma visto che sicuramente non l’ha scritta lei. È un disegno di legge aberrante, è la più grossa riforma costituzionale della storia della Repubblica e la fa una maggioranza illegittima che la Cassazione certifica essere costituita in violazione dei principi di rappresentatività democratica (sentenza 8878/14) e chi si considera legittimata a cambiare la Costituzione, la quale riguarda tutti e non solo la maggioranza costituita con un premio illegittimo e incostituzionale. Nel merito questa riforma è un pasticcio. Non elimina affatto il bicameralismo, crea anzi una molteplice serie di modi con cui portare a termine un disegno di legge, il Senato avrà varie funzioni, prima fra tutte quella di gendarme per quanto riguarda l’applicazione della normativa europea: sono previsti commissariamenti diretti degli organi amministrativi inferiori. E soprattutto in combinato con l’Italicum la riforma darà alla maggioranza il totale controllo della Repubblica e di tutti gl organi di garanzia perché potrà nominare il Presidente della Repubblica e avere la maggioranza in Corte costituzionale.  D'altronde questo disegno nel complesso è funzionale al concetto dei rapporti della Commissione Trilaterale che parlano di governare le democrazie perché una democrazia troppo libera è contraria ai loro interessi finanziari ed economici.
-Secondo lei potrà vincere il No? La mia paura è che la maggior parte della popolazione abituata all’informazione mainstream si faccia abbindolare dall’idea dei tagli ai costi della politica e quindi sarà portata a votare Si.
Probabilmente faranno una campagna su questo. Ho visto un dispaccio di Fitch che dice che se l’italia non voterà le riforme ci saranno conseguenze finanziarie ecc. Ci sarà un lancio via via più forte di varie dichiarazioni per fare pressione sul voto degli elettori. Risulterà importante che le opposizioni questa volta si degnino di fare un minimo di informazione altrimenti diventeranno funzionali. Io ho scritto “Il tramonto della democrazia”, se passasse la riforma possiamo dire che la democrazia è morta e a quel punto riscattarla potrebbe costare molto anche in termini di vite perché non è detto che a quel punto si potrà ragionare soltanto con il diritto.
-Ragionando sul nome del vostro movimento è facile pensare ad Alternative für Deutschland. Quanto c’è di comune e differente fra questi due soggetti politici?
Di progettato in comune non c’è assolutamente niente. Quello che ci accomuna è il fatto che entrambi vogliamo fare gli interessi delle proprie rispettive nazioni e che entrambi condividiamo il fatto che questi interessi si tutelino meglio con il pieno riscatto delle sovranità. Abbiamo avuto con loro un dialogo in occasione della conferenza stampa in cui uno dei loro membri si è presentato ed è venuto ad ascoltarci. Scambiandoci vari contenuti ci siamo resi conto che abbiamo idee molto simili: la sovranità è un passo necessario per la tutela delle nostre democrazie e dei nostri paesi e questa sovranità non implicherà di avere rapporti di inimicizia fra Stati anzi l’esatto contrario. Infatti sovranità in senso costituzionale significa proprio questo: essere padroni a casa propria ma limitare gli effetti di questa sovranità verso gli altri paesi a fini di pace e giustizia per uniformare i rapporti internazionali sulla necessaria solidarietà.

La Voce del Padrone ringrazia l’avvocato Marco Mori per questa intervista.

martedì 26 aprile 2016

L'Austria svolta a destra


di Simone Mela

Un alto duro colpo all’Unione Europea arriva dall’Austria dove alle elezioni presidenziali il candidato del partito della libertà, Freiheitliche Partei Österreichs (Fpö), Norbert Hofer prende oltre il 35% dei consensi  staccando nettamente il secondo arrivato Alexander Van der Bellen, leader dei Verdi, che non va oltre il 21%. Saranno loro due a sfidarsi al ballotaggio del prossimo 22 maggio. <<Abbiamo scritto la storia, oggi inizia una nuova era politica>> sono le parole del leader dell’ Fpö Heinz-Christian Strache. Crollano invece i due partiti storici che si sono spartiti Vienna negli ultimi decenni: Andrea Kohl del partito dei popolari e il socialista Rudolf Hundstorfer  si fermano infatti all’11%.
A quanto pare non è stata sufficiente la presa di posizione nei confronti dell’immigrazione e dell’accoglienza illimitata del premier socialista Werner Faymann a sgonfiare i voti che più di sei milioni di austriaci hanno deciso di dare allo schieramento anti-UE. L’Europa ora trema davvero, l’ipotesi di un ripristino della frontiera al Brennero è sempre più  realistica. Dall’Austria il ministro degli Esteri  Sebastian Kurz ha fatto sapere che <<se non si riuscirà a ridurre il numero degli irregolari della rotta mediterranea, allora Vienna sarà costretta a introdurre i controlli al Brennero>>. Ciò significherebbe  l’acclarata violazione del trattato di Schengen che prevede la libera circolazione di persone e merci e che, insieme al trattato di Maastricht, costituisce uno dei due pilastri dell’Unione europea. Con la più che probabile elezione di Hofer le cose non potranno che andare in questa direzione: lui stesso ha minacciato di voler sfiduciare  il governo se non verranno scelte soluzioni più intransigenti sugli immigrati. L’Italia rischia di subire un’invasione senza poter far niente visto che ha anche incassato il voltafaccia tedesco. A riguardo si è infatti espresso il ministro degli Interni tedesco Thomas De Maiziere affermando che l’Italia non si può aspettare che il Brennero sia sempre aperto.
Spicca così un’altra forza sovranista, identitaria ed euroscettica che si unisce al già radicato Front National di Marine Le Pen, al neonato tedesco Alternative für Deutschland (AfD), al polacco Diritto e Giustizia di Kaczynski e all’ungherese Fidesz-Unioce Civica Ungherese di Orban. Insomma ci sarà sicuramente un motivo, anzi forse più di uno, se milioni di europei da qualche anno a questa parte stanno dando la loro fiducia a questi tipi di schieramenti politici. Forse sarebbe il caso di smetterla di etichettare simili partiti come populisti e xenofobi e di capire le ragioni del loro consenso. Consenso che va ricercato nei vari vulnera, come quello dell’immigrazione incontrollata o il deficit di democrazia, ai quali l’Unione europea, che sembra sempre di più un grande mercato, non è in grado di dare risposte convincenti. D’altronde quelle poche volte che viene chiesta, vox populi, vox dei.

martedì 12 aprile 2016

L'Unione Europea è in continua agonia


di Simone Mela

«Le prospettive per l’economia mondiale sono circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze disinflazionistiche. Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock. In questo, il nostro impegno a onorare il mandato conferitoci continuerà a rappresentare un’ancora di fiducia per i cittadini d’Europa».
Sono state queste le parole del numero uno della Bce Mario Draghi nella prefazione al rapporto annuale della Banca Centrale Europea.  Non sono parole di poco conto se pensiamo che Draghi è l’uomo del “whatever it takes”, l’uomo del salvataggio dell’euro a tutti i costi. Ha comunque rivendicato l’utilizzo del QE senza il quale ha detto che «l’inflazione sarebbe stata negativa nel 2015, più bassa di oltre lo 0,5% nel 2016 e inferiore dello 0,5% nel 2017». Il messaggio che vuole far passare Francoforte è che «la Bce non intende arrendersi a un’inflazione troppo bassa, anche di fronte a forze deflazionistiche globali». A confermarlo è stato anche il capo economista della Bce, Peter Praet :«Se ulteriori shock avversi dovessero materializzarsi, le nostre misure potrebbero essere ricalibrate una volta di più». Lo stesso Praet e il vicepresidente della Bce, Vitor Costancio, hanno sconfessato l’opzione “helicopter money”, la quale accrediterebbe denaro direttamente alla popolazione al fine di far riprendere i consumi e innalzare l’inflazione. «L’helicopter money non è sul tavolo, non lo stiamo discutendo», questo quanto detto da Praet, il quale però non sembrava così riluttante qualche settimana fa: «La nostra cassetta degli attrezzi non è vuota. Ci sono molte cose che possiamo fare. In principio possiamo creare moneta e distribuirla alle persone. La domanda è quando sia opportuno usare questo tipo di strumento, veramente estremo».
Tuttavia per quanto Draghi cerchi di rassicurare l’ambiente, si è ancora molto lontani dall’obiettivo inflattivo del 2%. Secondo gli ultimi dati forniti da Eurostat, l’eurozona ha registrato un’inflazione negativa per lo 0,2%, confermando che le iniezioni di Draghi intraprese più di un anno fa  sono servite veramente a poco. Questo perché una politica monetaria, da sola, non è sufficiente per far ripartire l’economia. Servono riforme  dal lato della domanda unite a una politica fiscale più leggere. Due elementi che vanno però nella direzione opposta a quella dei trattati europei ratificati dai parlamenti nazionali. Il pareggio di bilancio (art.81) vi dice qualcosa? Lo Stato tassa 100 per poi spendere 100 con evidente saldo pari a 0, rendendo impossibile spesa a deficit e una riduzione della pressione fiscale.
Se consideriamo le parole di Draghi all’interno del panorama politco europeo, è curioso notare che le sue dichiarazioni sono arrivate poco dopo i risultati del referendum consultivo olandese dove il 32% degli elettori (il quorum era al 30%) hanno risposto negativamente (64% contro il 36%) a un accordo tra Ucrania e UE. E pensare che gli olandesi sono fra i popoli più filo-europeisti, la dice lunga sulla crescente mancanza di fiducia verso gli enti europei. E’ la stessa mancanza di fiducia che si è riscontrata a inizio marzo in Germania dove alle elezioni regionali il neo-partito AfD ha riscosso numerosi successi arrivando nei tre Länder in cui si è votato con risultati a due cifre. A ciò si aggiunge il referendum sul Brexit che si terrà a giugno e le ondate migratorie che hanno visto alcuni stati ripristinare le loro frontiere interne. E non dimentichiamoci che in Francia il Front National si è ormai radicato come la prima forza nazionale.
Tutto questo per dire che il malcontento verso la struttura e le politiche targate UE sembra attraversare tutta l’Europa. Quella di Draghi pare essere un’ulteriore crepa. Crepe che stanno facendo tremare il grigio castello europeo che non riesce più a far fronte agli innumerevoli problemi che investono il vecchio continente.

Pubblicato originariamente su "L'Opinione Pubblica"

mercoledì 23 marzo 2016

Servi o sovrani: tertium non datur


di Simone Mela

Come molti di voi sapranno, dopo la seconda deliberazione alla Camera in conformità all’articolo 138 della Costituzione, nell’autunno di quest’anno la riforma costituzionale sarà sottoposta a referendum confermativo. C’è da fare una premessa doverosa: coloro che stanno tentando di riformare la Costituzione si trovano in parlamento grazie a una legge elettorale (il porcellum) dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.1/2014 a causa dell’assenza delle preferenze e di un premio di maggioranza senza una soglia minima di voti. Il nucleo della riforma prevede il passaggio da un bicameralismo paritario a un bicameralismo imperfetto. Il Senato non scomparirà, ci sarà e come. Invece che da 315 il nuovo Senato (il cosiddetto Senato delle Autonomie) sarà composto da 100 senatori, 95 dei quali saranno rappresentanti delle istituzioni territoriali (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica con un mandato di sette anni. Non saranno, quindi, più eletti dal popolo ma dai consigli regionali. Ad esercitare il potere legislativo, votare e revocare la fiducia al governo sarà esclusivamente la Camera dei deputati. L’organo senatoriale avrà voce in capitolo in materia costituzionale e, udite udite, potrà partecipare, insieme alla Camera dei deputati, all’elezione del presidente della Repubblica. Potrà nominare due dei cinque giudici della Corte costituzionale, mentre gli altri tre sono di competenza della Camera. Tra le altre cose la revisione costituzionale alza anche il numero di sottoscrizioni necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare: dalle cinquantamila firme si passa a centocinquantamila segnando un netto peggioramento per il popolo affinché eserciti iniziativa di legge. Tornando all’elezione del Presidente della Repubblica, questo verrà eletto dalla settima votazione in poi con la maggioranza qualificata dei 3/5 dei votanti. Il tutto se unito con la legge elettorale dell’Italicum fa sì che quei 3/5 siano in sostanza la maggioranza assoluta parlamentare. L’italicum, infatti, è una legge elettorale a forte vocazione maggioritaria in quanto prevede che la lista, e non la coalizione, avente il 40% dei consensi possa aggiudicarsi un premio di maggioranza pari al 55 % dei seggi (340 su 630). Se nessuna lista riuscisse a varcare la soglia del 40% si andrà al ballottaggio fra le due liste più votate. A seguito del ballottaggio la lista che ottiene più voti, indipendentemente dal risultato in termini percentuali si aggiudica il premio, ossia 340 seggi. Capite bene che la maggioranza parlamentare sarà non una maggioranza di coalizione ma di lista alla quale sarà legata la figura del Presidente del Consiglio sancendo di fatto, in contrasto con i principi della Costituzione, la netta supremazia dell’esecutivo sul Parlamento. Ora bisogna riflettere un attimo sul contesto storico in cui queste riforme mettono piede. L’Italia non è più uno Stato sovrano, si potrebbe disquisire a lungo sul perché ma fatto sta che è così. A mio modo di vedere tutto questo pasticcio c’entra ben poco con i tagli ai costi della politica e con la velocizzazione dell’iter legislativo. Queste riforme fanno parte di un più ampio progetto di smantellamento della democrazia e quindi anche della nostra sovranità targato UE. Un parlamento di nominati, una maggioranza assoluta rappresentata da una sola lista, un Presidente del Consiglio legato a quella maggioranza e infine un capo dello Stato che è espressione di quella maggioranza senza nessun contrappeso od oppsozione che possa avere un minimo di efficacia sono degli ottimi ingredienti affinché passi attraverso delle ratifiche tutto ciò che si decide a Bruxelles esautorando del tutto la democrazia e la sovranità popolare. Ecco perché votare NO a questo referendum è un atto di resistenza assolutamente necessario. Non si tratta di essere “conservatori” e di non andare avanti (cosa che i media cercheranno di far passare da qui al giorno prima del referndum) ma di fare in modo che non si dia vita a una pericolosa monocrazia che faccia gli interessi di quella tecnocrazia ancor più pericolosa e criminale, disinteressandosi del popolo.

mercoledì 24 febbraio 2016

Il conflitto inevitabile

di Simone Mela

“Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile” è l’ultimo libro di Vladimiro Giacché. In questo saggio si cerca e si ottiene di far risaltare le divergenze che ci sono tra la nostra Costituzione ed i trattati europei. Per spiegare i due tipi di società configgenti l’autore si rifà all’economista statunitense Hyman Minsky, il qualeafferma che la nostra Costituzione è il risultato di un processo che, da un capitalismo nel quale lo Stato aveva un ruolo marginale dove vigeva la filosofia del “laissez-faire”, ha portato alla luce un capitalismo interventista nel quale, questa volta, lo Stato ha un ruolo importante in quanto assolve al compito di regolatore dell’economia. Di questo avviso erano i nostri padri costituenti che assieme a tale modello di capitalismo proposero il concetto di “democrazia progressiva” che ha il dovere di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini. A questo proposito importantissimo è l’articolo 4: <<la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto>>. Inoltre la Repubblica nasce con l’impegno di garantire il <<pieno impiego>>.
Completamente diversi sono i valori, se così si può chiamarli, su cui si basano i trattati europei che propugnano un tipo di società totalmente estranea a quella voluta dalla Costituzione. Quali sono? “Forte concorrenza”, “stabilità dei prezzi” e “indipendenza della Banca centrale” dai governi. Giacché fra i vari esempi porta quello riguardante l’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) il cui primo comma recita che <<[…]l’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l’adozione di una politica economica fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri[…]>>, ma che tale azione, secondo comma, <<comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica di cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato aperta in libera concorrenza>>. Gli stessi obiettivi si possono trovare all’articolo 127.
Insomma la Banca centrale europea ha il dannato obiettivo della stabilità dei prezzi o lotta all’inflazione. Questo comporta che la lotta alla disoccupazione, prerogativa della nostra Costituzione, passa in secondo piano perché prevedrebbe delle politiche inflazionistiche che stimolino l’economia, le quali politiche sono, trattati alla mano, respinte. Come avrete notato c’è una forte incompatibilità fra la nostra Costituzione e questi trattati assassini. E a proposito di assassinio, una forte pugnalata alla nostra Costituzione è stata data nell’aprile 2012, quando il senato ha approvato con più dei 2/3 dei componenti il disegno di legge di riforma dell’articolo 81 della Costituzione con l’ingresso del principio del pareggio di bilancio. Con il pareggio di bilancio si minano alla base politiche di spesa in disavanzo. Ciò significa che lo Stato è relegato a un ruolo marginale non potendo più intervenire, di fatto, nell’attività economica poiché gli è impedito di attuare politiche industriali che comportino investimenti pubblici. In questo modo si mette al bando l’articolo 47 della Costituzione che dice che << La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme>>. Capite bene che se lo Stato tassa esattamente quanto spende, non ci può essere risparmio. Questo articolo 81 pur non facendo parte dei principi fondamentali enunciati agli articoli 1-12 ridisegna completamente la funzione dello Stato subordinando tutte le altre norme costituzionali.
Giacché poi è molto bravo nel rispondere a una ipotetica critica affermando che, come recita l’articolo 81, <<Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali>>, ma è la Commissione europea che calcola l’indebitamento di un paese e non lo Stato. E per farlo, ancora una volta, si avvale di criteri che tendono al raggiungimento dell’obiettivo della stabilità dei prezzi e del contenimento dell’inflazione. Da qui vengono le famose politiche di austerity che hanno distrutto capacità produttiva e creato disoccupazione.
Chiudo con il dire che uno degli obiettivi importanti che un sano governo dovrebbe avere è il ripristino della Costituzione del ’48 perché <<la sovranità appartiene al popolo>> e non alla Commissione europea o a qualche tecnocrate del nord. Ma, almeno per adesso, sembra che si pensi ad altro, come sempre. A buon intenditore poche parole.

Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica

lunedì 14 dicembre 2015

Carte scoperte: il fronte repubblicano ferma quello Nazionale


di Simone Mela

Alla fine c’è stata la “sentitissima riflessione” degli elettori francesi durante la settimana che ha preceduto la seconda tornata prevista da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno. Appena una settimana fa Il Front National si era imposto in sei regioni su tredici registrando risultati clamorosi. In Nord-Passo di Calais- Piccardia e in Provenza-Alpi- Costa Azzurra, dove erano candidate rispettivamente Marine e sua nipote Marion Le Pen, la fiamma tricolore aveva varcato l’incredibile soglia del 40% e si era affermata come primo partito nazionale con il 29,5% dei consensi. La risposta del “sistema” però non si è fatta attendere. Il primo ministro Manuel Valls, socialista, ha paventato l’idea di una guerra civille nell’eventuale caso che il Fn si fosse riconfermato, provocando, così facendo, una maggior affluenza (il 58,5% contro il 51% di domenica scorsa) di elettori che, spinti dalla paura dello “spettro fascista” si sono recati di corsa alle urne. In più, sempre Valls, in ottemperanza al motto socialista del “Non votiamo per qualcuno, ma perhé qualcuno non ce la faccia” ha ammonito i candidati del suo partito nelle regioni in cui erano arrivati terzi di ritirarsi, spianando la strada di fatto ai repubblicani di Sarkozy. O fronte repubblicano o morte. Si potrebbe riassumere così il principio che hanno fatto trapelare le istuzioni francesi. E così è stato. Il Fronte Nazionale non conquista nessuna regione. Marine cede il passo al candidato gollista Xavier Bertrand che prende più del 58%, stessa storia in Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena dove era candidato il numero due del FN, Florian Philippot, e nel sud-Est che vede Marion sconfitta con il 44,2% dei voti contro il 55,8% del repubblicano Christian Estrosi, ex sindaco di Nizza.
Il fronte repubblicano batte Il Fronte Nazionale ma la guerra è appena cominciata. Il colpo si è fatto sentire e come. La cosiddetta alleanza UMPS ha retto questa volta ma in futuro non è detto che andrà sempre così. Il prezzo che socialisti e repubblicani hanno dovuto pagare, infatti, è stato quello di aver dimostrato che alla fin fine sono due facce della stessa medaglia, due fazioni che sostengono il progetto neoliberista europeo, due fazioni asservite alla NATO e all'UE, due fazioni che hanno destabilizzato la Libia e cercato di destabilizzare la Siria, e ancora, due fazioni che hanno rifiutato il dialogo con Putin fino a quando, dopo i fatti del 13 novembre scorso, si sono trovati con le spalle al muro. La Le Pen e il suo partito mettono in discussione tutto questo rilanciando un programma di sovranità nazionale moderno. Fanno paura. Una paura che non è quella del ritorno al manganello come sostiene il circo mediatico, ma quella connessa alla frantumazione di questo orribile quadro mondialista ed europeo. La Le Pen all'Eliseo fra diciotto mesi, in occasione delle presidenziali, rappresenterebbe la prima luce accesa in questa Europa buia e arida. Il popolo francese ha cambiato gli equilibri di questo continente più di una volta e chissà che non sia destinato nuovamente nell'impresa. Spero che la prossima volta abbia un po’ più di coraggio dando fiducia all'unico partito che lo difende e sostiene, partito che, peraltro, non ha mai governato e che quindi ha tutto da dimostrare.
Chiudo dicendo che se dovesse andare come ci si aspetti, mi auguro che il popolo italiano non si faccia trovare impreparato all'appuntamento con la Storia.

martedì 1 dicembre 2015

Compendio della quinta conferenza


di Simone Mela

Lavoro salariato e capitale" è una raccolta di cinque articoli che Karl Marx pubblicò per la Gazzetta Renana nell'aprile del 1849, i quali articoli prendevano come oggetto le rispettive cinque conferenze che il filosofo di Treveri tenne all’“Associazione degli operai tedeschi” di Bruxelles affinché il contenuto delle sue ricerche scientifiche potesse essere accessibile e divulgato presso il grande pubblico.
Quello che vorrei tentare di fare, con le necessarie dovute proporzioni, è di riproporre nella maniera più semplice il contenuto della quinta conferenza. In essa Marx si pone lo scopo di analizzare l’incidenza che la crescita del capitale produttivo ha sul salario. Il salario è il prezzo della merce forza-lavoro che l’operaio cede al capitalista. Questa merce viene pagata in base ai costi necessari per produrla, ossia i costi necessari per mantenere in vita l’operaio. Si potrebbe dire che il dominio del capitale produttivo abbia una sorta di effetto domino. Il primo passo prevede l’eventuale aumento del capitale produttivo; aumentando il capitale produttivo cresce la dimensione del capitale e il numero dei capitalisti. Cresciuto il numero di questi ultimi si crea una concorrenza che sarà vinta dal capitalista che venderà a prezzi migliori. Per fare ciò deve aumentare la forza produttiva e quindi mettere a punto la divisione del lavoro combinata al miglioramento dei macchinari. Questo che cosa significa? Significa che tanto più grande diventa il numero degli operai tra i quali viene diviso il lavoro, tanto più vantaggioso diventa il lavoro. Le innovazioni messe in atto da quel capitalista verranno universalizzate dagli altri capitalisti e quindi per venirne a capo nuovamente, si dovrà attuare un’ulteriore divisione del lavoro e utilizzare macchinari migliori. Badate bene che questo processo è infinito e ha come risultato quello di rendere il lavoro dell’operaio sempre più semplice e monotono, in quanto ogni operaio compierà il lavoro di cinque, dieci, quindici operai. Inevitabile a questo punto che il nostro operaio crei la concorrenza con altri operai trasformando questi ultimi in altrettanti concorrenti perché se questo si venderà a prezzi sempre più vantaggiosi per il capitalista, allora anche gli altri operai saranno costretti a vendersi alle stesse condizioni. Morale della favola? La forza-lavoro, che è una merce, più sarà semplice e priva di sforzi fisici e mentali, più bassi diventeranno i costi di produzione della merce forza lavoro. Conclusione? Maggiore è il capitale produttivo, minore sarà il salario. Lo stesso vale per l’uso di macchinari sempre più avanzati. Questi, infatti, spazzeranno via tutti quegli operai specializzati, omologandoli agli altri operai: semplici forze produttive. Abbiamo cominciato il nostro discorso dicendo che i capitalisti entrano in concorrenza tra loro, anzi in una guerra industriale, come la chiama Marx; questa guerra, paradossalmente, viene vinta dal capitalista che riuscirà a sfoltire, tramite il licenziamento, e non ad aumentare le schiere di operai a sua disposizione. Questo per il semplice motivo, già accennato prima, che i macchinari provocano il licenziamento di operai, i quali si troveranno a lavorare nelle fabbriche di quegli stessi macchinari che hanno causato il loro licenziamento. L'operaio finisce per occupare, tristemente, il ruolo di macchina imperfetta che darà vita a macchinari perfezionati.

(pubblicato sul numero 1 della rivista "La Voce del Padrone")

Francia apriporte della Germania


di Simone Mela

Nell'immaginario comune la Germania, almeno apparentemente, viene considerata la locomotiva di Europa, la prima potenza economica europea, un modello irraggiungibile per noi “poveri, furbi e pigri italiani”. L'origine di questo primato va sicuramente individuata nella creazione dell’unione monetaria e quindi nell'introduzione del famigerato euro. Anche centoquarantacinque anni fa (1870) lo scenario in Europa era molto simile. Quello che cercherò di raccontarvi è un curioso ritornello della storia in base al quale il dominio teutonico sul continente è legato a doppio filo con un’altra nazione: limitrofa e da sempre odiata. La Francia. Vediamo perché.
Nel 1870, dal 31 agosto al 2 settembre, a Sedan (Francia nord-ovest), si combatté la guerra franco-prussiana tra la Prussia di Bismark e la Francia di Napoleone III. La battaglia fu vinta nettamente dal Cancelliere di ferro e l’imperatore francese, fatto addirittura prigioniero dai prussiani, fu costretto a capitolare. La Prussia riuscì ad annettere le regioni francesi dell’Alsazia e della Lorena che andarono a completare il processo di unificazione intrapreso dalla Prussia, il quale portò alla creazione del moderno stato tedesco. Sviluppo economico e incremento demografico permisero alla Germania di candidarsi per il posto di potenza egemone europea che era occupato dalla stessa Francia e prima ancora dalla Spagna. Benedetto Croce a conferma di quanto detto scrisse nella "Storia d’Europa nel secolo decimonono": <<La guerra del ’70, che fu una sequela quasi ininterrotta di trionfi militari, attuò l’unione degli stati meridionali con la Confederazione del nord, [...] Sorgeva così la potenza e, al luogo di quella francese, la preponderanza tedesca nel continente europeo>>. La Francia rappresentò l’ultimo ostacolo da superare prima della completa unificazione della Germania e del successivo dominio sull'Europa della stessa.
Circa centoventi anni dopo si presenta, come detto, se non identico uno scenario molto simile. Siamo a cavallo fra gli anni ’80 e ’90. Questa volta non viene fatto prigioniero nessuno (semmai lo saranno i popoli in seguito), non si combatté nessuna guerra: si tratta di un accordo fra il presidente francese François Mitterrand e il Cancelliere tedesco Helmut Kohl. Dalla fine della seconda guerra mondiale la Germania era divisa in due: la Repubblica federale tedesca a ovest e la Repubblica democratica tedesca a est. Il blocco sovietico si stava dissolvendo. Nell'estate 1990 venne firmato tra la BRD e la DDR l’accordo di riunificazione e il 3 ottobre ebbe compimento la definitiva unione politica della Repubblica federale tedesca. Ma in che modo la Francia contribuì alla riunificazione della Germania e alla relativa leadership ottenuta in seguito? La paura. Il ricordo della seconda guerra mondiale non si era ancora del tutto dissolto. Una Germania unita avrebbe rappresentato la terza potenza mondiale dietro USA e Giappone. Il presidente francese Mitterrand la notte stessa dell’unione politica, come ci racconta Vladimiro Giacchè, annota al suo segretario Attali che bisognava stemperare la Germania a tutti i costi. “Il marco è per la Germania, quello che la bomba atomica è per la Francia’’, si diceva all'epoca nei corridoi dell’Eliseo. La ragnatela che, secondo Mitterrand, poteva imbrigliare la neonata Repubblica tedesca impedendole di decollare era una maggiore integrazione europea. Da qui il trattato di Maastricht nel 1992, voluto da Mitterrand, e la successiva moneta unica. Si trattò di un accordo dunque. La Francia appoggiò la riunificazione tedesca ma in cambio chiese alla Germania di rinunciare al suo tanto amato quanto potente marco. A riguardo Peer Steinbrück, ex capo del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD), scrive in un suo libro: <<L’abbandono del marco tedesco in cambio di un euro stabile è stata una delle concessioni che hanno aperto la strada alla riunificazione tedesca>>, o ancora, Hubert Védrine, consigliere del presidente Mitterrand disse: <<Mitterrand non voleva una riunificazione tedesca senza un progresso nell'integrazione europea>>.
Come sostiene Paolo Becchi, si cercò di europeizzare la Germania ma si finì per germanizzare l’Europa. Germanizzare l’Europa perché, tanto per dirne una, si è voluto imporre il modello tedesco basato sulla riforma del mercato del lavoro di Schröder: la Germania ha aumentato la produttività ma non ha trasferito niente sui salari dei suoi cittadini basando, quindi, tutto sull'esportazione. In questo modo i paesi meno produttivi dell'Eurozona per recuperare competitività, essendo impossibile svalutare la propria valuta nazionale a causa della moneta unica, devono svalutare i salari (le cosiddette riforme strutturali) causando forti squilibri dovuti al calo della domanda interna e della produttività. La Francia voleva imbrigliare la Germania ma ha finito per imbrigliare tutti noi.
Le guerre non si combattono più solo con cannoni e fucili ma anche con i trattati e così, come nel 1870 i francesi hanno spianato la strada, magari indirettamente, al dominio tedesco in Europa. Visto che Sedan ha acceso nazionalismi che sono sfociati in due guerre mondiali, speriamo che l'Eurozona si dissolva prima che si versi ulteriore “sangue”.

(pubblicato sul n°1 della rivista "La Voce del Padrone"

sabato 14 novembre 2015

Parigi, 13 Novembre. Ci risiamo!


di Simone Mela
Avete presente quando nel bel mezzo della notte state facendo un incubo e vi svegliate di colpo, realizzando alla fine che era solamente un brutto sogno? Ecco. A me sembra che succeda questo in Europa ogniqualvolta ci si imbatta in atti terroristici di matrice islamica. Ci svegliamo per qualche giorno, o settimana al massimo, attivandoci subito (sui social si intende). Diventiamo tutti crociati del terzo millennio con i vari #prayforParis, ci si cambia addirittura l’immagine del profilo Facebook con i colori della bandiera francese, tutte le capitali occidentali più importanti si tingono di blu,bianco e rosso. Le stesse capitali di quei paesi che magari hanno foraggiato tutto questo. Dopo avvenimenti (chiamiamoli così) di questo genere al primo posto va sicuramente il cordoglio per gli innocenti che non c’entravano assolutamente nulla; unito al cordoglio, se vogliamo, possiamo metterci lo sgomento generale per barbarie simili. Ma dopo cordoglio e indignazione la solidarietà non basta, a mio avviso. Bisogna che ognuno nel suo piccolo, prima che ci sia il pericolo di leggere commenti che provocano solo conati, ricerchi le cause di questi massacri.Non è buttando giù moschee o fomentando l’odio alla Oriana Fallaci, come sto leggendo in queste ore, che si potrà risolvere qualcosa. Non possiamo continuare a fare finta di niente, non possiamo più piangere dei morti per scelte politiche sbagliate. Sì, scelte politiche sbagliate. Tanto per fare qualche nome, il presidente francese Hollande chi sta appoggiando in Siria? Chi sta finanziando? Gli unici che stanno cercando di combattere l’Isis sono l’esercito regolare siriano coadiuvato dai soldati russi di Putin e il movimento politico libanese Hezbollah. Contro quest'ultimo proprio due giorni fa lo stato islamico ha provocato 43 morti e 240 feriti, (ne avete sentito parlare in tv? io no). Ritornando alla Francia, a me non sembra proprio che Hollande abbia dato una mano ad Assad e Putin, anzi ha sostenuto i ribelli ,alcuni dei quali tornati in Europa sono diventati a tutti gli effetti delle mine vaganti. Sarkozy nel 2011 cosa è andato a fare in Libia? A esportare democrazia o a destabilizzare un paese ? In Libia ora ci sono due governi in confitto tra loro ed è inevitabile che, spaventati dal clima di guerra, sempre più libici partano alla volta dell’Europa. Lo stesso Gheddafi aveva detto :<<Se ci minacciate, se ci destabilizzerete, ci sarà confusione. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia>>. Detto fatto. La Francia come altri paesi occidentali, USA in primis, ha finanziato gli stessi terroristi dell’Isis che ora brindano sul sangue versato di ieri sera. Perché non smettere di finanziarli e combatterli? Vi ho messo nell’orecchio queste pulci e se avete veramente a cuore l’Europa e volete prendere a calci i terroristi e il terrorismo, non dico di partire per la Siria per combatterli,( potete continuare a stare dietro un computer, come me del resto) ma almeno cercate di capire chi è il vero nemico e da chi è stato finanziato. Non do nessuna risposta anche perché, data l’estrema complessità geopolitica, credo di non esserne all’altezza; ma il quadro generale penso di averlo capito, penso di aver capito che l’Isis sia un prodotto occidentale usato per rovesciare governi legittimi in medio oriente. Quindi se volete fare qualche riflessione critica ricercando le cause, andando a fondo di tutta questa storia sarò ben felice di aver smosso qualche coscienza e di non essere l'unico complottista, altrimenti, una volta appreso che è stato un incubo, potete rimettervi a letto e dormire. Almeno fino al prossimo attacco terroristico.
Per chi si volesse informare seriamente consiglio il blog di Sebastiano Caputo, Claudio Messora e Giulietto Chiesa.

giovedì 1 ottobre 2015

Per un nuovo manifesto di Ventotene


di Simone Mela

''Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani''. E' un passo tratto dal Manifesto di Ventotene. Fu redatto sull'isola laziale di Ventotene nell'estate del 1941 nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. A redigerlo furono due confinati politici antifascisti: Altiero Spinelli, ex comunista, e Ernesto Rossi, liberale, tuttora considerati i padri fondatori dell'Europa. Essi sognarono la creazione di un grande stato federale europeo mediante una rivoluzione di tipo liberal-socialista che doveva proporsi ''l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita'', dove non ci fosse, al contrario di oggi, l'egemonia dell'economico sul politico in quanto le forze economiche devono essere sottomesse dagli uomini, ''controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime". Anelavano a un' Europa fondata sulla solidarietà, laddove solidarietà significasse agire con aiuti concreti e diretti che permettessero di preservare la dignità di un qualsiasi paese che si trovasse in difficoltà e non una qualche forma caritativa o un compromesso economico che non fanno altro che acuire il male di cui un dato popolo soffre: vedesi quello che è successo in Grecia con la svendita di 14 aeroporti alla compagnia tedesca Fraport, unico modo per accedere al terzo pacchetto di "aiuti". Ovviamente nella cooperazione sovranazionale immaginata da Spinelli ogni singolo stato avrebbe mantenuto la propria autonomia politica onde garantire la possibilità di adattarsi alle proprie peculiarità culturali e economiche. L'Europa era stata lacerata dalla prima guerra mondiale e stava per essere martoriata nuovamente; hegelianamente parlando Spinelli ha pensato la storia del suo tempo, aveva capito quali fossero i limiti e gli ostacoli per quel tipo di Europa e quali soluzioni somministrarle per metterla in salvo. A questi intellettuali non restava altro che auspicare un periodo di pace per l'intero continente a partire dall'abolizione della divisione in stati nazionali, dalla creazione di un unico esercito garante della libertà e della sovranità dei vari stati e ultimo, ma assolutamente non per importanza, dalla convivenza pacifica con la Germania. Una visione dell'Europa del tutto legittima a quei tempi che tuttavia non ha avuto piena realizzazione nei circa cinquant'anni successivi. Un esempio? Il trattato di Maastricht. Siglato il 7 febbraio 1992 da dodici paesi europei la CEE (comunità economica europea) diventa UE (unione europea) ;oltre alla moneta unica con la conseguente creazione di una banca centrale (BCE) ha introdotto tutta una serie di misure volte allo svuotamento totale della democrazia dei singoli stati. Abbiamo consegnato la nostra sovranità a enti sovranazionali eletti da nessuno (vedi la commissione europea o la BCE). Basti leggere l'articolo 107 in cui è scritto espressamente che i governi degli stati membri non possono interferire con le decisioni prese dalla BCE rinunciando di fatto alla propria politica economica e passando sotto il giogo del ricatto di Bruxelles. Un vero disastro in tutti campi: produzione, consumo e occupazione. Jean Pierre Chevènement ,socialista, nel 1992 si schierò contro la ratifica di Maastricht stigmatizzando il trattato in questo modo: <<Maastricht è il risultato di una concezione tecnocratica dell' Europa. E' l' Europa fatta attraverso la moneta, secondo le condizioni volute dalla Bundesbank tedesca>>. Non proprio la cooperazione pensata da Spinelli e Rossi.
Quello che occorre oggi è un altro Manifesto di Ventotene in cui si proclami, questa volta, l'uscita dall'Eurozona dei vari stati membri in modo tale che ciascuna nazione si riappropri della sovranità politica, economica ed anche territoriale. Ogni stato ha diritto alle proprie frontiere, alla propria politica, a, giustamente direi, propri interessi economici e soprattutto deve rispondere al popolo e al popolo solamente e non a banchieri di Bruxelles. Prerogative che possono entrare a pieno titolo sotto il lemma di Libertà. L'Europa va ripensata come fecero Spinelli e Rossi nel '41, i quali di certo non avevano le medesime idee politiche, ma su una cosa erano assolutamente d'accordo: la salvezza del continente. L'Europa deve tornare a essere quel mosaico di culture, tradizioni e civiltà che è stato troppo a lungo coperto dal grigiore della finanza e delle banche. Solo così potremo godere nuovamente di quella beethoveniana gioia: bella scintilla divina, figlia degli Elisei.


(Pubblicato originariamente sul numero 0 della rivista "La Voce del Padrone")

Uccidersi per un ideale


di Simone Mela

Immagino che tutti voi sappiate chi sia Catone l'Uticense. Uomo politico romano, si schierò dalla parte di Pompeo durante la guerra civile. Fiero sostenitore dei valori repubblicani e convintissimo anticesariano si uccise nel 46 a.C. ad Utica, città africana a nord di Cartagine, dove gli ultimi resti dell'esercito pompeiano tentavano l'estrema resistenza contro Cesare. Catone, quindi, con il suo gesto esasperato ha dichiarato a tutto il mondo romano di non sottostare al dominio di Cesare, perfetta antitesi di tutti gli ideali repubblicani. L'Uticense si è fatto testimone di un totale raggiungimento di libertà tanto che Dante nel primo canto del Purgatorio scriverà "libertà va cercando, ch'è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta./Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara/in Utica la morte, ove lasciasti/la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara." Catone, insomma, ha anteposto la libertà alla vita stessa assurgendo a esempio immortale che la Storia può vantare di ricordare. Ma se ora vi chiedessi di trovarmi un Catone dei nostri tempi, un uomo che per i suoi ideali, giusti o sbagliati che siano, è arrivato, come l'Uticense, all'atto estremo del suicidio? A me è venuto in mente lo storico e saggista francese Dominque Venner. «Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini». Così scrisse il 21 maggio 2013 sul suo blog poche ore prima di entrare nella cattedrale di Notre-Dame, raggiungere l'altare maggiore e spararsi un colpo di pistola in bocca. La sua indignazione era dovuta alla legge per il matrimonio fra persone dello stesso sesso, legge che era stata approvata da poco dal presidente Hollande, e il crescente peso demografico degli immigrati musulmani. Venner sentiva che stavano venendo meno due pilastri dell'identità storica e culturale francese, quell'identità tanto preziosa a Dominique. Il suo suicidio ha rappresentato l'impotenza di fronte a un processo storico e il fatto che abbia scelto come luogo in cui togliersi la vita proprio Notre-Dame la dice lunga su tutto ciò. «È qui e ora che si gioca il nostro destino fino all’ultimo secondo», ha lasciato scritto. «E questo ultimo secondo ha tanta importanza quanto tutto il resto della vita. È per questo che occorre essere se stessi fino all’ultimo istante». In quest'epoca vile Dominque Venner ci ha reso in qualche modo dei privilegiati perchè ci ha donato la possibilità di contemplare qualcosa di raro: un fulgido esempio. In un'era in cui si protesta con un tweet o con un commento su facebook, un uomo ha deciso che l'unica protesta possibile per la sua Francia e per i suoi Francesi fosse il suicidio. Non voglio, ora, sollevare una questione sul motivo e quindi sugli ideali che hanno spinto lo storico a un atto così eversivo. Gli ideali possono essere condivisibili o non, ma difenderli e difenderli fino alla morte, fino a sentirsi soffocati in una società che non sentiamo più nostra: questo dovrebbe essere l'imperativo morale. Gesti simili, se magari all'epoca della seconda guerra civile romana se ne potevano vedere, forse, in maggiori quantità, oggi sono più unici che rari. Gesti simili nel bene o nel male lasciano un'impronta indelebile e vanno a scrivere quella che comunemente noi tutti chiamiamo Storia. Il repubblicano Catone e il nazionalista Venner sono stati oltre che due suicidi politici due disperati e fieri paladini delle proprie idee.
(Pubblicato originariamente sul numero 0 della rivista "La Voce del Padrone")