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mercoledì 31 agosto 2016

Cambiare il passato: utopia possibile


di Vincenzo Cerulli

Pubblicato originariamente su barbadillo.it

Cambiare il passato: utopia possibile

Come probabilmente già sapete Marck Zuckerberg si trovava due giorni fa a Roma, riassumiamo qui la sua giornata in tre momenti: visita dal Papa, visita dal primo ministro Renzi e, nel pomeriggio, lezione\conferenza all’università LUISS di Roma.

Analizziamo brevemente questo suo post che annuncia l’arrivo in Italia: 

Ha dato un’interpretazione palesemente erronea della celebre Pax Romana: quest’ultima infatti non è “200 anni di pace mondiale” come farebbe comodo pensare a chi vede nella Storia un processo lineare che prima o poi giungerà alla pacificazione mondiale di ogni conflitto, kantianamente potremmo dire una “pace perpetua”.
La Pax Romana è piuttosto lo spostarsi del conflitto dall’interno dell’impero (guerre intestine e ambizioni fraticide) all’esterno dei propri confini (ripetute guerre contro i Parti e le tribù germaniche).
Un errore del genere non va assolutamente sottovalutato per due motivi:
1 chi l’ha commesso è probabilmente la persona mediaticamente più influente al mondo, per tutte le persone che hanno “accettato” quel post la Pax Romana ha cambiato di significato, in pratica più di 155000 persone hanno accettato una “nuova versione” del passato
2 nel merito dell’errore ci sfiora l’idea (sempre meno assurda) che al pensiero “globalista\mondializzatore” faccia comodo come versione del passato un’oasi in cui c’era un impero mondiale con le varie sovranità nazionali inesistenti, dunque impossibilitate a portare guerra: un po’ quello che sarebbe dovuto accadere (e un po’ è accaduto) con “il secolo americano”.
Per coniugare i due punti basta riprendere una delle dichiarazioni odierne dello stesso Zuckerberg agli studenti della LUISS: il momento in cui parla di “apprendimento personalizzato”. Riportiamo quello che ha detto: ”Vogliamo creare software per l’apprendimento personalizzato ed inserirli nelle scuole, inizieremo con le scuole americane, poi ci espanderemo, ci stiamo muovendo anche con la filantropia grazie alla “Zuckerberg Initiative” che cerca di migliorare il livello di formazione in tutto il mondo finanziando l’apprendimento personalizzato e la sua diffusione nel mondo.”
I privati che invadono le scuole pubbliche sembrano un dolce ricordo a confronto vero? Veramente dobbiamo pensare che fra qualche anno i programmi scolastici verranno scritti dai finanziatori del celebre social network? Sarebbe bene che il CEO di Facebook facesse chiarezza su queste sue dichiarazioni.
La potenza di questo social-network è talmente grande che è, per lo più, ancora inesplorata ed inesplosa. Siamo forse arrivati al punto in cui dei grandi consorzi di potere, nel giro di 3-4 generazioni di studenti da loro formati con i suddetti programmi, saranno in grado di modificare il passato? Sempre più sembra di sì, data la crescita inarrestabile di Facebook e della sua pervasività.
Una bugia ripetuta per tanti anni diventa verità, soprattutto se quella bugia influenza i circuiti scolastico/universitari. 






sabato 6 agosto 2016

Quando la nostalgia diventa idiozia (Brevi appunti sul fenomeno del "machenesanno")


di Vincenzo Cerulli

PREMESSA seria per righe semiserie: ben consci del fatto che può sembrare (agli idioti) una perdita di tempo affrontare questi temi, ci teniamo a ricordarvi che quando un argomento, per quanto possa sembrare stupido e puro intrattenimento, raggiunge un numero critico di persone (400000 per la pagina cui si fa riferimento e 4 milioni di visualizzazioni per la canzone qui sotto) allora non è più “stupido e puro intrattenimento”. Questo vale ancor di più oggi in cui il passaggio da “intrattenitore”(cantante, opinion-maker su facebook o youtube etc etc) ad intellettuale da salotto è sempre più breve: basti pensare a Fedez e J-ax col M5S.

Un fantasma si aggira per i social network, il fantasma del “machenesanno”. Sintomo principale del suo passaggio è il disprezzo aprioristico per il presente in funzione di un’esaltazione cieca, sciamanica ed idiota del passato. Sia chiaro però, questi zombi stregati dal suddetto spettro non rimpiangono mica un passato preciso, dunque molto ipoteticamente glorioso; rimpiangono vari “pezzi” di tutto quello che “c’è stato prima”. Di conseguenza è negato ogni possibile confronto fra un presente palesemente circoscritto a quel che accade ora ed un passato i cui confini vengono allungati ed accorciati tanto quanto fa comodo, come accade nel mito del letto di Procuste.
Qui un paio di esempi concreti:
la pagina facebook “Serie A - Operazione Nostalgia” (https://www.facebook.com/SerieAOperazioneNostalgia/?fref=ts) e la nuova hit (non a caso) dell’estate: “Che ne sanno i 2000” di Gabry Ponte ( https://www.youtube.com/watch?v=noY6ggSNTF0)
Per quanto riguarda la pagina sopra menzionata ci limitiamo a dire che quando uno slogan da utilizzare ogni tanto (“machenesanno” appunto) diventa la colonna vertebrale di tutta la struttura è inevitabile che poi si scada nel ridicolo. Così vengono fatti di continuo confronti fra campioni affermati del passato e bravi giocatori del presente. Ecco allora che vengono presi tutti i più forti calciatori dagli anni ’60 agli anni ’90 e, confrontati a quelli degli ultimi 10 anni, si dice che prima c’erano più campioni e che quelli di oggi non reggono il confronto ne’ per qualità ne’ per quantità (e grazie al ca#*o aggiungiamo noi).
Una pagina calcistica che ci teniamo a consigliare e che si distingue da quest’ultima per profondità di contenuti e per la parsimonia con cui viene utilizzato il tema della nostalgia è invece “La leva calcistica della classe ‘68”. In questa non viene screditato ogni calciatore che gioca oggi per il semplice fatto che non ha giocato 20-30 anni fa: si cerca, per quel che si può, di trovare una giusta misura fra la nostalgia per il “vecchio pallone” e la critica alle brutture del calcio moderno.
Della “canzone” cui sopra si accenna diciamo innanzitutto che si limita a cavalcare i tempi (come tutte le hit d’altronde), sono 4 minuti circa di listone delle “belle cose del buon tempo antico” in cui l’autore denigra “””ironicamente””” i nati dal 2000 in poi per inneggiare ad un presunto migliore passato che ha veramente le sembianze di un minestrone: da Luigi Tenco a Fiorello, dal Milan di Rijkaard, Gullit e Van Basten (oppure era quello di Seedorf e Stam? Nella minestra tutto si confonde) alle tartarughe ninja, dal Megadrive a Jeeg-robot etc etc, così per 4 minuti.

Cari lettori non spendiamo altre parole a riguardo perché per quanto serio sia questo fenomeno è comunque abbastanza semplice da decifrare ed affrontare, vi salutiamo con la speranza che la nostalgia torni ad occupare il posto che le spetta; che non è certo quello di merce di scambio con cui imporre una gerarchia su chi è nato dopo un certo periodo. Anche perché se così fosse ci dovremmo chiedere: “chi traccia il confine tra ciò che è nostalgia-passato e ciò che è presente?”. Servirebbe un osservatore sovra-storico, al di là della quotidianità in cui ci troviamo noi di continuo in quanto esseri storici.

sabato 2 luglio 2016

Due facce della stessa medaglia


di Vincenzo Cerulli

Che differenza c'è fra un giovane italiano in fuga verso Londra o la California e un giovane pakistano in fuga verso i nostri lidi? Nessuna nella sostanza. Il primo verrà sfruttato come lavapiatti o commesso tuttofare in un grande magazzino, il secondo come venditore ambulante, nelle spiagge d’estate e nei supermercati d’inverno. C'è solo una piccola differenza formale per quanto riguarda la comodità (il "comfort" cui gli occidentali anelano) dei due tipi di espatrio. Le motivazioni sono le stesse ed anche le ambizioni, causa e fine coincidono da Reggio Calabria, Roma, Milano fino a Islamabad, Lahore e Karachi: anche le ambizioni si appiattiscono su un unico modello planetario, la “way of life” hollywoodiana ha la stessa forza persuasiva su tutti i meridiani. Entrambi hanno deciso di fuggire invece di lottare per cambiare il proprio paese, entrambi sono il frutto più dolce della globalizzazione: lo sradicamento apolide senza scopo.

Il capitalismo li costringe ad abbandonare il proprio paese, i propri cari; eppur loro fuggono alla ricerca del capitalismo, assistiamo ad una sorta di sindrome di Stoccolma per la quale chi è costretto a sopravvivere di stenti invece di cambiare la propria esistenza vuole radicalmente sostituirsi a chi muove gli enormi capitali che stanno massacrando le aziende del proprio paese, invece di combattere chi mette in ginocchio l’economia della propria nazione si limitano ad invidiare i loro stili di vita, si adora malignamente il padrone.

La vittima si lega al carnefice attraverso l’imposizione massmediatica del desiderio irresistibile per quegli oggetti che sono proprio la causa del proprio male, il sigillo della propria sconfitta (vedi “Un comunista a Parigi nel ‘68” Lorenzo Vitelli Circolo Proudhon Edizioni). Così attraverso l’imposizione (che non è assolutamente violenta ma anzi volontaria e “soft”) di quegli oggetti del desiderio (grandi automobili, hi-tech di svago, fast-food etc,etc) le vittime auto-alimentano il proprio mulino del supplizio, un cane che si auto-compiace del proprio mordersi la coda.

Per questo prima di una rivoluzione socio-economico-politica abbiamo innanzitutto bisogno di una Rivoluzione cultural-antropologica: dobbiamo cambiare i nostri oggetti del desiderio. Per concludere, tornando alle nostre due “vittime” del turbocapitalismo finanziario dobbiamo di nuovo sottolineare che desideri identici fanno persone identiche, un unico mercato planetario in cui tutti vogliono le stesse cose è più semplice da controllare piuttosto che 10,100,1000 mercati.

Vi lasciamo con una frase di un intellettuale che forse più di tutti aveva anticipato, compreso e temuto questa tremenda “mutazione antropologica”: Pier Paolo Pasolini. Il poeta ci ha infatti lasciato questo monito: “Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo.”

Se dobbiamo veramente abbattere il Padrone dobbiamo iniziare a riconoscere la nostra condizione di servi, servi colti, con dei diritti, anche belli e in salute ma pur sempre servi: in quanto vicini agli ultimi della società, in quanto in lotta con trattati non voluti e organizzazioni internazionali, servi in quanto più vicini a chi soffre, servi in quanto affamati. 


(Pubblicato originariamente su Economia Democratica) 

mercoledì 29 giugno 2016

Cortocircuito occidentale vol.3


di Vincenzo Cerulli

"Il sindacalista coglione fa più male all'operaio che al padrone"

Ma Landini quando capirà di stare dal lato sbagliato della storia?
Dice che l'UE "va cambiata", non dobbiamo uscirne, bisogna cambiarla dall'interno. Wow! Che lungimiranza, che presa di posizione coraggiosa! Nitidamente a favore degli operai, difatti è la stessa posizione difesa da famosi Kompagni moderni: Merkel, Hollande, Renzi, Padoan, Juncker, Di Maio, Monti etc etc
Quindi lui sarebbe quello buono e giusto rispetto alla Camusso...
Noi non vediamo differenza alcuna fra i due; piuttosto ridateci Antonio Labriola, Nicola Bombacci e Filippo Corridoni!!!

venerdì 24 giugno 2016

Cortocircuito occidentale vol.2


di Vincenzo Cerulli

Forse mi sono perso qualcosa?
Scusate lettori ma quando Alexis Tsipras portava avanti la lotta all'austerità e si lamentava dell'insostenibilità dell'ingente numero di richiedenti asilo sul territorio greco era un bravo Kompagno che difendeva il proletariato giusto?
Bene, allora perché ora che chiede le stesse identiche cose Nigel Farage questi viene descritto come uno sporco xenofobo disumano nazionalista? Ve lo diciamo noi perché. Questa è la volta buona che a Bruxelles iniziano ad avere veramente paura. Il Regno Unito batte moneta autonomamente, sovranamente, quindi non è ricattabile. Almeno oggi lasciatecelo dire, Dio strabenedica gli inglesi!

Insostenibilità dell'uguaglianza in Nietzsche


di Vincenzo Cerulli

Elaborato della tesina per un esame di laurea triennale sullo Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

<<Perché così parla a me la giustizia: “gli uomini non sono eguali”.>> (Così parlò Zarathustra – Adelphi pag.113)

Questa frase è pronunciata da Zarathustra nel capitolo ‘delle tarantole’ ed al suo interno vi è concentrata buona parte del pensiero politico di Friedrich Nietzsche. Per il filosofo di Rocken la vita, in quanto volontà di potenza, è continuo e perenne auto-superamento di se stessa, gerarchia, è conflitto e guerra, diseguaglianza, differenza ed elevazione: per questo non accetta che venga limitata in forme prestabilite e già sempre fissate. La figura della tarantola metaforicamente rappresenta il tipo politico del progressista, figlio dell’epoca dei “lumi”, fedele nel progresso dell’umanità viene descritta come affascinata e promotrice della volontà di uguaglianza, che per Nietzsche è la suprema realizzazione del cristianesimo di derivazione paolina. Paolo di Tarso infatti con la rivolta degli schiavi ha ribaltato l’impero romano, il più grande impero che gli uomini abbiano mai conosciuto. La volontà di uguaglianza è lotta contro la potenza, lotta contro la vita, la volontà di essere tutti uguali deriva dal sentimento di vendetta e gelosia nei confronti del più forte, del ‘signore’: per questo il cristianesimo di Paolo è l’ideologia fondamentale del nichilismo. Alla morte di Cristo i suoi discepoli, guidati da Paolo, hanno negato quello che il profeta aveva predicato in vita: in primo luogo il concetto di “offrire l’altra guancia”. I cristiani alla morte della loro guida sono caduti nel risentimento, hanno provato odio e desiderato vendetta contro la figura del ‘signore’ romano, in questo modo hanno fatto crollare un impero, fattisi portavoce dell’uguaglianza planetaria hanno colpito a morte chi non accettava la loro volontà (l’impero pagano prima e gli eretici pagani dopo). Qui sta il vulnus degli ‘ideali egualitari’: Nietzsche critica proprio il fatto che chi li professa nasconda la propria volontà di comandare dietro una fumosa giustizia oggettiva. <<Se il sofferente, l’oppresso perdesse la fede di avere il diritto di disprezzare la volontà di potenza, entrerebbe nello stadio della più nera disperazione. Ciò avverrebbe se questo carattere fosse essenziale alla vita, se risultasse che anche in quella “volontà di morale” è camuffata solo questa “volontà di potenza”, che anche quell’odio e quel disprezzo è ancora una volontà di potenza. L’oppresso capirebbe di stare con l’oppressore ‘sullo stesso piano’ e di non avere un ‘diritto migliore’, un ‘rango superiore’ rispetto all’altro.>> (KSA 12, OFN VIII, I) Questa “cattiva coscienza”, o ipocrisia di fondo, che troviamo nella volontà di uguaglianza (che altro non è che volontà di potenza camuffata) viene descritta ancor meglio da Nietzsche in un passo in cui delinea una dialettica simile a quella servo-padrone in cui l’influenza di Hegel è palese: <<Ogni volta che ho trovato un essere vivente, ho anche trovato volontà di potenza; e anche nella volontà di colui che serve ho trovato la volontà di essere padrone. Il debole è indotto dalla sua volontà a servire il forte, volendo egli dominare su ciò che è ancora più debole: a questo piacere, però, non sa rinunciare. E come il piccolo si dà al grande, per avere diletto e potenza sull’ancor più piccolo: così anche ciò che è più grande dà se stesso e, per amore della potenza, mette a repentaglio - la vita>> (Così parlò Zarathustra pag.130,131 Della vittoria su se stessi). Con Nietzsche allora ci chiediamo: <<è giusto che il servo valga quanto il padrone, è giusto che “chi non ha rischiato la propria vita”(Hegel) abbia tanto potere di incidere sulla realtà quanto chi ha rischiato tutto?>>. La risposta di Nietzsche è assolutamente negativa e la possiamo in parte scorgere in questo passo: <<Perché gli uomini non sono eguali: così parla la giustizia. E a loro (qui con particolare riferimento ai ‘dotti’) non dovrebbe essere lecito volere ciò che io voglio>>.(Così parlò Zarathustra pag.145 Dei dotti) Qui il filosofo è chiarissimo, si delinea una gerarchia netta fra chi serve e chi comanda ed il primo non ha “diritto a volere” quanto il secondo.

 La volontà di uguaglianza si manifesta politicamente attraverso la democratizzazione di ogni spazio della vita associata; per Zarathustra però questa volontà di uguaglianza non è altro che la massima realizzazione del nichilismo ed in quanto tale negazione della vita.  Per Nietzsche una società, un’epoca più in generale, si può definire ‘sana’ ed in forze solo se permane quella gerarchia che da sempre contraddistingue la storia degli uomini. L’impero romano è stato grande proprio perché comandato da ‘signori’ e non da servi, o da “servi eletti”, scelti dal popolo. Nietzsche troverà questa ‘forza’, questa ‘salute’, questa ‘postura eroica’ nei confronti della vita anche nel Rinascimento italiano: <<Le epoche forti, le culture nobili vedono qualcosa di spregevole nella compassione, nell’amore del prossimo, nella mancanza di sé e di sentimento di sé. – Le epoche sono da misurarsi secondo le loro ‘forze positive’ – e così ne risulta che quell’epoca così prodiga e fatale del Rinascimento fu l’ultima grande epoca, e noi, noi moderni con la nostra ansiosa sollecitudine verso noi stessi e il nostro amore del prossimo, con le nostre virtù del lavoro, della modestia, della legalità, della scientificità – accumulatori, economici, macchinali – siamo un’epoca ‘debole’… Le nostre virtù sono condizionate, sono ‘provocate’ dalla nostra debolezza.>>(GD Scorribande di un inattuale 37) All’origine della volontà di uguaglianza c’è l’invidia verso chi possiede volontà di potenza: per questo la morale degli schiavi, la morale cristiana, è giudicata da Nietzsche come una morale del ‘ressentiment’, una morale contro-natura. <<Nell’imporre un unico standard e un’unica condotta per tutti, nel trascurare la distinzione e la differenza – soprattutto in senso gerarchico – “la morale come contro-natura, cioè quasi ogni morale finora insegnata, venerata e predicata, si rivolge al contrario contro gli istinti della vita, – essa è una condanna ora segreta, ora rumorosa e sfacciata di questi istinti”(GD Morale come contro-natura 4). E’ in realtà immorale dire: “Quel che è giusto per uno deve essere giusto per l’altro”(JGB 221)>>(Chiara Piazzesi – Nietzsche pag.151). Dunque la critica raggiunge un senso ontologico nel momento in cui democratizzazione ed uguaglianza, passando per il cristianesimo, vengono ricondotte perfettamente al nichilismo.

Alla figura della tarantola Nietzsche oppone in maniera speculare la figura della “scimmia di Zarathustra” nel capitolo ‘del passare oltre’. Questo “pazzo furioso” infatti è la rappresentazione poetica della figura del reazionario. La “scimmia” ha in comune con Zarathustra l’insofferenza verso la modernità, il senso di inadeguatezza esistenziale verso la propria epoca; le loro proposte sono però opposte. La scimmia vuole “tornare indietro”, sente la mancanza dei vecchi valori, della metafisica, della figura rasserenatrice di Dio e per questo tenta una sorta di “restaurazione”; Zarathustra invece vuole “passare oltre” la modernità attraverso la creazione di valori nuovi. I suoi modi e le sue pose sono grottesche, i suoi discorsi sono brutte copie di quelli di Zarathustra, la sua vita è una continua riesumazione di valori perduti per sempre. Se assumiamo che “Dio è morto” la messa, il rito eucaristico, altro non è che farsa, messa in scena: ecco, così è la vita della “scimmia”, una farsa. Prendendo in prestito l’immagine delle “tre metamorfosi” potremmo anche dire che la “scimmia”, dopo aver assistito alla vittoria del leone sul cammello-drago, senta una vertigine profondissima, un horror vacui tremendo ed insopportabile nel vedersi sola come “signore nel deserto”. Le sue spalle non sopportano il peso di quella responsabilità destinale a cui è chiamata a rispondere: tra “le vecchie tavole e nuove” vede il nulla e non ha il coraggio di superarlo con la creazione di valori nuovi.

Qui c’è probabilmente una differenza ontologica fra l’agire della “scimmia” e quello della tarantola e Nietzsche sembra addurre un peso più grave a quello di quest’ultima. Secondo le “tarantole” la modernità va ancor di più accelerata; ma non superata nel modo di Nietzsche, non con un nuovo creare, non con l’innocenza tragica a cui sarà destinato il fanciullo, bensì con l’uguaglianza planetaria. Annullando tutte le differenze, le diversità, le gerarchie, non fanno altro che imporre una gerarchia diversa, quella secondo la quale il forte deve essere dominato dai deboli e deve essere anche punito per la sua potenza.  Così parlano le tarantole dalle loro tane: “Noi vogliamo esercitare la vendetta e l’oltraggio contro tutti coloro che non sono eguali a noi”(Così parlò Zarathustra pag.111).  Nietzsche identifica la volontà di eguaglianza con il nichilismo, ci dice che proprio presso le “tarantole”, fra gli ideali egualitari, ha trovato dimora: “Vogliono far male a quelli che ora hanno la potenza: infatti, presso coloro trova miglior domicilio la predica della morte”(Ibidem pag.113). Da qui deduciamo la gravità ontologica maggiore delle tarantole; di contro le “scimmie” sono talmente spaesate nel deserto di valori da iniziare a fingere che Dio non sia morto, (una sorta di psicosi?) non accettano la fine di un’epoca e quindi non ne inaugurano una nuova. Riprendendo l’immagine delle “tre metamorfosi” sembra quasi che le tarantole si trovino perfettamente a loro agio nel deserto di valori, per loro il processo di metamorfosi dello spirito si dovrebbe fermare al leone, non hanno bisogno di valori nuovi, non viene prospettato un fanciullo futuro per “redimere” la modernità. La loro libertà si esaurisce nell’essere “liberi da”, morto il drago non si chiedono “per cosa” sono libere adesso. Probabilmente fanno corrispondere “valori nuovi” unicamente a “regole nuove” e loro non ne vogliono sentir parlare, nemmeno se sono chiamati essi stessi a scriverle. Ecco uno “schizzo” dell’epoca moderna, in cui la “libertà” priva di responsabilità viene ridotta a liberalità, la liberazione alla liberalizzazione.
I cuori di tarantola hanno scambiato la possibilità della libertà più grande, quella cioè di darsi valori nuovi autonomamente, con la misera sregolatezza offerta dal non darsi nessun valore. Qui si compie una trasvalutazione dei valori, il “tu devi” del cammello diventa “io voglio” ma questo “io voglio” non si decide sull’oggetto del proprio volere e così la potenziale carica liberatrice della volontà del leone si auto-estingue nell’atto del consumo sfrenato e sregolato, la volontà di potenza si riduce ad obbedienza all’istinto. “Creo dunque sono” direbbe il fanciullino annunciato da Zarathustra; “consumo dunque sono” sibilano le tarantole in ogni dove, ecco la loro libertà, libertà di consumare.

Ora viene spontaneo notare che nella nostra epoca in maggioranza assoluta sono le tarantole, la fede nel progresso dell’umanità è incrollabile, persino dopo il suicidio di intere generazioni in due guerre mondiali, persino dopo la bomba atomica si continua ciecamente a credere in due parole chiave: “crescita e progresso”. Si continua a ripetere che la “tecnica” è imparziale, oggettiva, e che sta all’uomo forgiarla in base ad ideali di giustizia ed uguaglianza. Si ignora la critica di Heidegger riguardo l’impossibilità dell’imparzialità della tecnica, quindi si arriva presto a dire che la bomba atomica non era una male “in sé”, che c’è sicuramente un modo “umano” per utilizzarla.

 Qui sarebbe interessante mettere in relazione la critica che Carl Schmitt opera sul concetto di “umanità” con quella di Nietzsche su quello di “uguaglianza” , i due concetti vengono spesso utilizzati assieme per giustificare oggettivamente interessi molto soggettivi; purtroppo non si dispone dello spazio necessario.

 Ricordiamo invece brevemente il nesso fra “tecnica” ed “uguaglianza”. “Dio creò gli uomini diversi, Samuel Colt li rese uguali”. Questa celebre frase segna il passaggio di un’epoca: questo passaggio non riguarda unicamente il campo bellico. Avviene un rovesciamento talmente importante da arrivare a toccare qualsiasi spazio della vita associata. Il passaggio di cui parlo è quello per cui non conta più la preparazione militare, l’allenamento, la forza, il coraggio o lo spirito necessario per un combattimento corpo a corpo; tutto si riduce alla velocità di esecuzione, chi arriva primo al grilletto vince (la situazione è portata oggi all’estremo con i droni per i bombardamenti comandati a migliaia di chilometri di distanza). Gli uomini vengono tutti portati allo stesso livello: il “coraggio”, cifra di distinzione che permette a  Zarathustra di scrollarsi di dosso il “nano” (Ibidem pag.183 La visione e l’enigma), è costretto a comparire sempre più raramente in una società perfettamente meccanizzata. Da quella grande nazione che chiamiamo USA è partita, ancora prima che con la rivoluzione francese, la “riscossa per l’uguaglianza”: questo paese viene difatti preso a modello come esempio di democrazia e tutto quello che succede lì (in campo economico, sociale, politico etc), in un breve periodo si ripresenta anche qui nel vecchio continente. Sempre negli USA nascono quei movimenti che Alain De Benoist nomina come portatori di un “femminismo egualitario”, movimenti che ancor oggi foraggiano la “gender theory”, una teoria “che non esiste”. Qui vi facciamo riferimento solo per far notare ancora di più come la direzione verso cui sta precipitosamente correndo la nostra società è quella dell’uguaglianza totale, l’uguaglianza figlia dell’assenza di differenze e discrepanze: “A differenza del femminismo identitario o differenzialista, che pone l’accento sulla differenza, la promozione o la riscoperta del femminile, il femminismo egualitario sostiene che sarà possibile raggiungere una vera parità fra uomini e donne solo quando nulla sarà più in grado di distinguerli tra loro” (Alain De Benoist – Oltre l’uomo e la donna Circolo Proudhon Edizioni, pag.6). Non possiamo esimerci dal cercare di trovare i punti di raccordo fra le parole del pensatore francese e quelle di Nietzsche. Quella di De Benoist è una bieca reazione o una seria critica nel solco del filosofo della volontà di potenza? Così Nietzsche riguardo la ‘vita’: “E poiché ha bisogno di altezza, ha bisogno anche dei gradini e della contraddizione tra i gradini e coloro che salgono! Salire vuole la vita e salendo superare se stessa”(Così parlò Zarathustra pag.113). Come può esserci ‘differenza’ in una società in cui le categorie maschio/femmina, uomo/donna vengono meno? Viene qui prospettata una società di individui neutri ed eguali, è forse queste la naturale evoluzione dell’antropologia cristiana fondata da San Paolo, è forse questo un passo avanti verso l’umanità unificata come “un solo gregge” del Vangelo di Giovanni? Chiudiamo questa parentesi con le ultime parole del pamphlet prima citato: “E’ il sogno di una postmodernità post-sessuale dove, non essendo riusciti a creare una società senza classi ci si accontenterà di una società senza sessi. Una società dove la ‘liberazione del desiderio’ non consiste nella volontà di liberare il desiderio, bensì nel dovere di liberarsene. Un sogno di indistinzione, un sogno di morte”. (Ibidem pag.33) Un ‘sogno di morte’, forse così Nietzsche vedeva i sogni di uguaglianza che già nel suo secolo iniziavano a farsi strada attraverso le teorie socialiste. Chiara Piazzesi sullo stesso argomento: <<… Nietzsche riconosce le idee democratiche, il socialismo e perfino il femminismo come alcune delle più forti tendenze “uniformatrici” della modernità, rivolte ad eliminare le differenze in quanto disparità, a livellare la superiorità, ad “ammansire” ogni personalità che non sia moralmente e socialmente addomesticata.>>(Carocci Editore – Nietzsche pag.148)  Quindi ora ci chiediamo: prospettiva estrema quella di Nietzsche o profezia avveratasi? Credendo di costruire una società giusta ne stiamo disegnando una senza gradini e senza differenza fra chi li dovrebbe scalare; per questo per salire in alto ormai non possiamo far altro che auto-superarci, “salire sul nostro capo”. “E se ormai ti sono venute a mancare tutte le scale, bisogna che tu sappia salire sul tuo capo: come potresti altrimenti salire in alto?” (Così parlò Zarathustra pag.178 Il viandante)


Una società “senza gradini” potremmo “abbozzarla” qui anche in un altro senso: una società in cui chi 200 anni fa non sarebbe sopravvissuto per malformazioni genetiche, deficit alla nascita o semplici malattie, oggi vive tranquillamente grazie a piccole operazioni o semplici antibiotici. “Ai brutti tempi andati di rado sopravviveva un bambino che avesse qualche spiccato, o lieve, difetto ereditario. Oggi invece, grazie all'igiene, alla farmacologia moderna e alla coscienza sociale, quasi tutti i bambini venuti al mondo giungono a maturità e si moltiplicano. Date le condizioni oggi dominanti, ogni progresso della medicina sarà frustrato da un corrispondente aumento del tasso di sopravvivenza degli individui che dalla nascita portano con sé una qualche insufficienza genetica.... Una società siffatta fino a quando potrà conservare le sue tradizioni di libertà individuale e di governo democratico? Fra cinquanta o cento anni i nostri bambini daranno una riposta a questa domanda.” (Aldous Huxley – Ritorno al mondo nuovo, pag.247) Non si vuole in nessun modo dare un’interpretazione biologistica del filosofo tedesco ma questa riflessione di Huxley ci pone di fronte degli interrogativi capitali: se ciò accade dal punto di vista biologico dal punto di vista “morale-filosofico” avviene lo stesso? Il ‘malato’ o ‘debole’ nello Zarathustra non è malato o debole fisicamente (geneticamente), questa figura è descritta nel capitolo ‘Dei predicatori di morte’ (pag.46.48). “Basta che incontrino un malato o un vegliardo o un cadavere, perché dicano <<la vita è confutata!>>. Ma soltanto loro sono confutati e il loro occhio, che dell’esistenza vede solo quell’un volto”(Ibidem pag.46) I ‘malati’ sono coloro che dicono no alla vita, sono quelli che predicano la morte in ogni dove ma non compiono mai l’estremo gesto verso se stessi, sono anche quelli che non sopportano (tragen) il ‘pensiero più abissale’, l’eterno ritorno. Qui si definisce un’altra gerarchia, sta “sopra” chi sopporta quel peso, il ‘sano’, il ‘forte’ e sta “sotto” chi si dispera e “si rovescia a terra digrignando i denti” (Gaia Scienza frammento 341). In questa prospettiva l’ultimo uomo è ‘malato’, soffre l’eterno ritorno, non lo sopporta e subisce la ‘dècadence’ senza riuscire a superare il nichilismo; l’oltreuomo è invece il ‘forte’ che grazie al coraggio che mostra nel sopportare “il peso più grande” si scrolla  di dosso il ‘nano’ e supera il nichilismo, lo sopporta, lo sostiene.

sabato 11 giugno 2016

Ci si scopre popolo - Calcio e Nazione


di Vincenzo Cerulli

Con la perfetta ciclicità che ricorda i tempi immutabili delle liturgie religiose il calcio torna a manifestarsi nella forma meno solita. Maxischermi iniziano ad essere allestiti nei giardini e nelle piazze pubbliche, pensionati nei bar fra una sigaretta e una partita a carte iniziano ad indossare le vesti da allenatore, i quotidiani sportivi tirano una boccata d’aria per il temporaneo aumento delle vendite e bandiere tricolori iniziano a spuntare come fiori fra balconi e finestre, tanto nelle periferie più abbandonate quanto nei quartieri più ricchi. Ieri la partita Francia-Romania ha aperto le danze degli Europei di calcio 2016 e gli italiani finalmente hanno l’occasione per riscoprirsi popolo. Nell’era della post-ideologia non c’è più nulla a tenere unite milioni di anime in unico corpo, non c’è un humus comune in cui coltivare un’idea di paese. Non c’è un solo partito politico nella cui idea di paese si identifichi “un popolo”, probabilmente perché nessun partito politico ha veramente un’idea di paese, tutti ripetono la stessa sostanza con una forma diversa ciascuno: qui sta la loro “differenza”, nell’esteriorità. Non esiste una religione “di stato” in cui un popolo crede sinceramente ed ingenuamente: la maggior parte degli italiani vive il cattolicesimo come catechismo, tradizione, obbligo e nient’altro, dunque non c’è niente di trascendente in cui un popolo si possa identificare, un Dio attorno a cui stringersi. Nessuna idea (le ideologie manco a dirlo) che metta in relazione realtà confliggenti per portarle a compimento in uno scopo comune, nemmeno nei movimenti o nelle forze metapolitiche extraparlamentari trovano identificazione le masse scomposte che tanto hanno influito nella storia del ‘900 con “l’acclamatio” del leader politico.  Nulla, un vuoto totale; eccezion fatta per il calcio, non qualunque tipo di calcio eh, non i campionati o le coppe di club: a tenere unito un popolo oggi ci riesce solo la Nazionale.

Vorremmo qui tracciare alcune convergenze fra il ruolo che svolge oggi la Nazionale in Italia e il Sovrano nelle opere di Carl Schmitt. Nella sua visione di “politico” Schmitt vuole assolutamente evitare che lo Stato sia il campo di battaglia delle lotte intestine fra partiti perché il risultato è il continuo stato di “bellum omnium contra omnes”: per questo si augura che nel caso d’eccezione, cioè nel momento in cui l’ordinamento giuridico vigente non riesce più a contrastare la situazione di crisi, prevalga la figura di un Sovrano che decide quale sia il bene comune in quel momento e qual è il modo migliore per perseguirlo. Riassumendo all’osso potremmo dire che il Sovrano è colui che relativizza i conflitti interni per portare poi il conflitto all’esterno dei confini nazionali, dà forma ad un popolo e unifica le parti contrastanti. Nel Sovrano il popolo si identifica e lo acclama, non ci  sono più diversi schieramenti in lotta fra loro per il potere. Nella Nazionale possiamo scorgere una fenomenologia simile: da tutti i club del mondo i migliori giocatori della stessa nazionalità si uniscono per formare una squadra “d’unità nazionale”. Fino a Maggio sguardi velenosi, gomitate ed insulti (fra De rossi e Candreva, fra Barzagli e Insigne, fra De Sciglio e Bernardeschi etc) ma quando si indossa la maglia azzurra viene sospesa la “lotta intestina” di hobbesiana memoria, finiscono le conflittualità fra giocatori di club diversi perché c’è un “nemico” contro cui ci si unisce: una Nazionale avversaria. Il conflitto non finisce, viene semplicemente spostato dall’interno all’esterno. Attorno a questa Nazionale si unisce tutto un popolo, le diverse fedi calcistiche vengono sublimate in un’unica fede: quella negli undici azzurri.


Pasolini in un’intervista diceva questo: “Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”. Noi però vorremmo aggiungere che oltre ad essere l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, il calcio è anche e soprattutto fondamento coesivo di unità popolare. Il rito di cui parla Pasolini non è privato, individuale, moderno insomma; il rito-calcio viene consumato in piazza, allo stadio o in un pub con gli amici, la fruizione privata-individuale è rarissima: il calcio è un rituale iper-popolare. I tricolori vengono esposti ciclicamente ogni due anni (sedi istituzionali a parte), questo significa che evidentemente quella bandiera alla maggior parte degli italiani fa pensare prima ad una palla che corre su un prato che a sentimenti patriottici di vario tipo. 

Il calcio è grande e Pasolini è il suo Profeta.

martedì 7 giugno 2016

Un invito alla lettura: Le cronache di Narnia


di Vincenzo Cerulli

“Le cronache di Narnia” sono una raccolta di 7 racconti scritti fra il 1950 e il 1956 da Clive Staples Lewis. Possiamo ascriverli sotto il genere di “fiaba-favolistico” ma non dobbiamo escludere dalla catalogazione un particolare che è fondamentale e nel quale affonda le radici la superiorità che ha la storia di Narnia (a mio parere) rispetto a molte sue simili. Questo particolare sta nel fatto che ogni racconto è vivissimamente attraversato da immagini cristiane e sono proprio questi riferimenti così spontanei alla religione in cui Lewis credeva profondamente che la rendono unica nel suo genere. Prima di proseguire credo sia doveroso un chiarimento, che Lewis ebbe cura di fare, riguardo il genere fiabesco in generale. Nella postfazione alla raccolta, intitolata “Tre modi di scrivere per l’infanzia”, l’autore rivendica fermamente la sua inclinazione a preferire tal genere piuttosto che gli altri. Elegantemente (come solo un grande scrittore sa fare) si prende gioco di quelli che a tutti i costi devono dimostrare di essere adulti: “I critici che usano l’aggettivo <adulto> come un complimento anziché come un semplice termine descrittivo, non possono essere considerati adulti in prima persona. Preoccuparsi di sembrarlo, ammirare le cose dei grandi perché sono da grandi, arrossire al sospetto di passare per infantili sono i classici segni della fanciullezza e dell’adolescenza. […] Diventato uomo ho messo da parte le paure infantili, compresa quella di sembrare infantile e il desiderio di dimostrare che sono cresciuto”. Lewis continua poi in questa doverosa e nobile battaglia in difesa della fiaba in questo modo: “Ci accusano di arresto dello sviluppo perché non abbiamo perso i gusti che avevamo da ragazzi, ma l’autentico arresto non può considerarsi nel rifiuto di abbandonare un patrimonio, bensì in quello di acquisirne uno nuovo” , sono sicuro che tutti converrete perché poi continua “Oggi mi piacciono Tolstoj, Jane Austen e Trollope come le fiabe, il che è una crescita; tuttavia se avessi rinunciato alle fiabe per far posto ai romanzieri non potrei parlare di crescita ma solo di un cambiamento nei gusti. Un albero cresce perché si formano nuovi anelli, un treno che lascia una stazione per arrivare alla prossima non cresce affatto[…]”. Ci sarebbero molte altre frasi dell’autore che vorrei riportarvi ma mi sto rendendo conto che già quelle che ho lasciato qui sopra forse sono troppe, per questo vi invito sinceramente a leggere almeno la postfazione (fatto ciò, leggere Narnia sarà una naturale conseguenza). Scusatemi per questo exscursus ma credo sia obbligatorio almeno avvicinarsi a capire l’idea di “fiaba” che aveva Lewis prima di gettarsi a capofitto nell’analisi dello splendido mondo da lui creato, quello di Narnia. Più in alto ho accennato a quelle forti immagini cristiane che si susseguono per tutto l’arco narrativo dell’opera; ma ad essere più precisi non sono solo immagini, sono la vera e propria colonna vertebrale dell’intero universo narniano, la sua unica condizione d’essere. Lewis non scrisse i libri nell’ordine in cui sono poi stati disposti dagli editori, giunto al terzo libro credeva di aver dato sfogo a tutta la sua indole di “subcreatore” (J.R.R.Tolkien “On Fairy Stories”, in Essays Presented to Charles Williams – 1947) ma così non fu. Decise poi infatti, grazie a Dio, di approfondire l’universo che in realtà aveva solo abbozzato. Fu così che scrisse racconti cronologicamente precedenti, successivi e persino contemporanei all’arco narrativo della triade centrale precedentemente pubblicata. Dunque, perché parlavo di “unica condizione d’essere”? Vi basti pensare che l’immagine preminente del primo libro (ordine cronologico) “Il nipote del mago” è la genesi di Narnia. Parlo di genesi perché non è una semplice creazione, i rimandi a quella biblica sono chiari, nitidi e di incommensurabile bellezza. Se avete sentito parlare di Narnia avrete di certo sentito parlare di Aslan il leone mitico “figlio dell’imperatore d’Oltremare”. Aslan è Dio, l’Onnipotente che, ruggendo, intona una melodia struggente e sublime, che ci immerge in una nostalgia senza tempo proprio perché posizionata all’alba dei tempi. Narnia nasce dal ruggito di Aslan, i suoi animali parlanti, i suoi animali muti, i fiumi, le montagne, i mari, persino la luce del giorno, tutto nasce dalla forza della melodia di Aslan. Ma Aslan è anche Cristo, e come Cristo si immola per una colpa che non ha. Si fa sacrificare dalla Strega Bianca sulla Tavola di Pietra per poi risorgere all’alba del giorno dopo e risorge perché: “[…] quando al posto di un traditore viene immolata una vittima innocente e volontaria, la Tavola di Pietra si spezza e al sorgere del sole la morte stessa torna indietro”. Questo dice Aslan, una volta risorto, a Lucy e Susan. Aslan è anche agnello. Alla fine dell’ultimo racconto della trilogia centrale i protagonisti, giunti ai confini del mondo, si trovano di fronte un agnello bianchissimo, il cui candore è accecante. Lucy al Suo cospetto dirà: “Per favore agnello, è questa la strada per il regno di Aslan?” e l’agnello gli rispose “Non per voi, troverete la strada per il regno di Aslan nel vostro mondo”. Così Edmund sbalordito gli chiese se anche nel loro mondo ci fosse una strada che porti ad Aslan e l’agnello rispose: “In ogni mondo esiste una strada che conduce al mio regno”. L’agnello poi si tramuta in Aslan sotto gli occhi increduli dei ragazzi a cui poi dirà che devono imparare a riconoscerlo anche nel loro mondo. Aslan-Dio quindi trascende le normali realtà spazio-temporali, alle quali noi siamo incatenati, per trasmettere il suo messaggio di salvezza. La salvezza però, come ci insegna la Bibbia, non spetta a tutti e così Lewis nell’ultimo libro “L’ultima battaglia” illustra anche ai più piccoli come al tempo dell’Apocalisse saremo tutti tenuti a render conto del nostro operato nella vita terrena, quella che Aslan chiamerà il “sogno” o “Terra delle ombre”. Nella descrizione che ci farà poi Lewis della vita dopo l’apocalisse c’è un forte influsso neoplatonico, e questo ce lo spiegherà bene Diggory, protagonista de “Il nipote del mago” con queste parole rivolte a Peter, il Re Supremo: “[…] Ma non era la vera Narnia: aveva un inizio e una fine, era l’ombra o la copia della Narnia autentica, che invece esiste ed esisterà per sempre”. Ci sono molte altre figure che meriterebbero di essere trasposte fra queste righe ma se continuassi toglierei qualcosa al piacere della vostra lettura. Un’ultima però ci tengo a riportarla, è quella di Emeth, un guerriero di Calormen (un paese più volte in guerra con Narnia). Emeth non crede in Aslan, il suo popolo venera un Dio diverso da quello dei narniani, un Dio oltre lo sconfinato deserto che separa le terre di Archen da Tashbaan, questo Dio si chiama Tash. Emeth dirà agli altri ragazzi protagonisti della storia : ”[…] Da quando ero bambino mi considero un devoto servitore di Tash e il mio più grande desiderio è stato conoscerlo di persona. Il nome di Aslan, invece, mi è sempre stato odioso”. Emeth avrà poi la fortuna di incontrare Aslan invece; e Questo gli dirà: “ Figlio, tutto quello che hai fatto per Tash lo hai fatto per me”. Non entro nei particolari della vicenda perché l’incontro fra Aslan ed Emeth è uno dei più lirici dell’intera opera e potrei rovinarlo completamente cercando di riportarlo qui; resta il fatto però che è quanto mai attuale. Lewis, che mai avrebbe osato immaginare la situazione socio-politica attuale, ci ha lasciato anche questo monito mai tanto urgente quanto oggi, quello di evitare lo scontro di civiltà (mascherandolo, peraltro, come scontro di religioni). Questa lettura porta noi italiani a confrontarci con una realtà che la maggior parte di noi dopo il catechismo da per scontata: il cristianesimo. Su di me in qualche modo questo confronto sta operando e continuerà ad operare, spero con tutto il cuore che sarà così anche per chi, fra di voi, lo leggerà. Ora vi lascio, nella speranza che qualcuno fra di voi ha già preso a cuore la storia di Narnia, con un’ultima frase di Lewis che seppellisce definitivamente la barbara battaglia contro il genere della favola: “ Sarei tentato di stabilire la regola in base alla quale una storia per bambini che piaccia solo ai bambini non sia un granché: quelle veramente affascinanti durano. Detta in altri termini, un valzer che ci piace solo mentre lo balliamo non è un bel valzer”.

(Articolo pubblicato originariamente sul N°1 della rivista "La Voce del Padrone")

mercoledì 1 giugno 2016

Cortocircuito occidentale vol.1


di Vincenzo Cerulli

"La Germania è la Germania, non può diventare un paese arabo. Tutte queste persone possono essere ospitate solo temporaneamente, alla fine della guerra dovranno tornare nei loro paesi per ricostruirli"
I Benpensanti avranno subito pensato che queste frasi fossero di qualche nazi-fascista moderno tipo Salvini, Grillo, la Le Pen o Farage e compagnia bella; e invece no. Sono tutte parole del Dalai Lama. Occidente in caduta libera.

Fonte: https://www.rt.com/news/344983-dalai-lama-refugee-crisis/

lunedì 23 maggio 2016

Schmitt e la critica al liberalismo


di Vincenzo Cerulli

“Fin dall’inizio il pensiero liberale sollevò contro Stato e politica l’accusa di violenza” Carl Schmitt – Il concetto di Politico 1932
Carl Schmitt nel 1932 scrive “Il concetto di Politico”, un’opera fondamentale per capire ed affrontare l’apparente supremazia dell’economico sul politico. Dico “apparente” perché proprio sul finire dell’opera l’autore sfata questo falso mito, commentando un’espressione di Walter Rathenau secondo il quale alla sua epoca il destino non era più la politica ma l’economia Schmitt scrive questo: “…ora come prima, il destino continua ad essere rappresentato dalla politica, ma nel frattempo è solo accaduto che l’economia è diventata qualcosa di “politico” e perciò anche essa destino”. In questa sede non si vuole analizzare il metodo con cui il filosofo tedesco riconduce tutte le categorie di conflitto (economico, religioso, giuridico etc) al conflitto politico ma si vuole recuperare la critica serratissima che sferra contro il liberalismo per ricondurla, oggi, ad un terreno a noi più adatto.
La sfida non è nuova: Adam Smith col laissez-faire, la mano invisibile e l’autoregolazione del mercato e della società da una parte e Keynes a favore dell’intervento dello Stato come garante della giustizia sociale dall’altro. Le premesse di questi due mondi a confronto sono completamente diverse: per Smith, essendo lui liberale, l’uomo è buono di natura, in grado di autoregolare i propri commerci ed i propri affari senza danneggiare gli altri uomini, è lo Stato che figura come cattivo, corrotto e corruttore, fonte d’ogni vizio, d’ogni male ed in quanto tale va incatenato a dei paletti ben precisi.
Citando l’opera di Schmitt: “ La teoria sistematica del liberalismo riguarda quasi soltanto la lotta politica interna contro il potere dello Stato e produce una serie di metodi, per ostacolare e controllare questo potere dello Stato in difesa della libertà individuale e della proprietà privata, per ridurre lo Stato ad un <compromesso> e le istituzioni statali ad una <valvola di sicurezza>.” Il filosofo è qui chiarissimo, per i liberali lo Stato è il residuo di un’epoca barbarica da superare, nella teoria liberale lo Stato può fungere al massimo da fermacarte. Ora Keynes. A molti potrà sembrare una forzatura inserire l’economista di Cambridge fra le fila dei teorici politici che hanno come loro premessa un’antropologia pessimista ma mi limito a dire che anche se non dovesse considerare gli uomini malvagi, come accade per esempio in Machiavelli, Hobbes, Fichte ed in parte Hegel, comunque condivide le conclusioni di questi ultimi e le sviluppa apposta per la nostra epoca. In tutti gli autori qui sopra citati c’è un grande pensiero politico alla cui base sta l’idea che l’uomo è cattivo, (homo homini lupus) bisognoso di leggi forti che ne regolino il comportamento e di uno Stato forte che le faccia rispettare.
La società non si autoregola, serve l’intervento dello Stato a favore dei più deboli, a favore di chi non capisce il mercato e ne viene sopraffatto, a favore degli ultimi che non capiscono le leggi dell’economia, della concorrenza, lo Stato deve svolgere il ruolo di garante per chi non si occupa di economia. Perché accada ciò servono politici forti, con una grande teoria politico-economica sulle spalle, studiosi di Keynes e Machiavelli, Marx e Schmitt. Vi lascio un’ultima riflessione del giurista di Plettemberg per cancellare una volta per tutte la favoletta raccontata in ogni angolo dai neoliberisti secondo i quali una società regolata dal mercato e dalla concorrenza è già sempre più giusta di una regolata da politica e conflitto. “Non è però certamente ammissibile, e neppure corretto sul piano morale o psicologico o scientifico, definire semplicemente col ricorso a squalificazioni morali, contrapponendo cioè lo scambio buono, giusto, pacifico, in una parola simpatico, alla politica dissoluta, rapinatrice e violatrice. Con metodi del genere si potrebbe allo stesso modo definire, viceversa, la politica come la sfera della lotta gloriosa e l’economia invece come il mondo dell’inganno, poiché in ultima analisi il nesso del ‘politico’ con la ruberia e la violenza non è più specifico di quello dell’economico con l’astuzia e la frode”.
(Pubblicato originariamente su Economia Democratica)

venerdì 13 maggio 2016

Intervista al professore Antonio Maria Rinaldi


di Vincenzo Cerulli

La Voce del Padrone è lieta di riportare ai suoi lettori le parole del Professor Antonio M. Rinaldi, neo segretario di Alternativa per l'Italia, che ha discusso con noi di sovranità, immigrazione, crisi greca, TTIP, sindacati italiani e molto altro. Antonio M. Rinaldi è autore inoltre come blogger su SCENARIECONOMICI.IT

- Professore il 9 Maggio si è celebrata la “festa” dell’Europa, la stessa Europa che sta strozzinando la Grecia e appoggiando i neonazisti in Ucraina, la stessa Europa divisa al suo interno da filo spinato e nuove barriere ogni giorno. Quindi le chiedo, quanta ipocrisia c’è dietro questa festa? Ha senso festeggiarla oggi?

- L’Europa non è nuova a questo tipo di celebrazioni, da tempo l’UE deve far passare questi messaggi all’interno dei paesi membri per poter rinverdire la propria immagine poiché sempre più sbiadita. Credo che siano destinati diversi milioni di euro per poter diffondere a tutti i livelli il “pensiero unico” europeo. In Italia la maggior parte delle Istituzioni destina centinaia e centinaia di migliaia di euro sui social per curare la propria “immagine”, quindi non ci dobbiamo assolutamente meravigliare se in Europa c’è qualcuno che utilizza media e denaro per fare lo stesso. Una cosa incredibile di cui sono venuto a conoscenza è che il 9 maggio a Roma sono state distribuite la bellezza di 350 bandiere europee nelle scuole, evidentemente per inculcare già ai giovani un certo tipo di concetto di Europa quando poi in quasi tutte quelle stesse scuole mancano i servizi più essenziali come carta igienica e sapone.

- Nella mia domanda c’era un piccolo riferimento alla Grecia, in questi giorni a Bruxelles si stanno tracciando dei piani a medio-lungo termine per ristrutturare il debito. Come li possiamo commentare?

- La Grecia è fallita già tantissimi anni fa ma non si è voluto certificarlo ufficialmente poiché altrimenti sarebbe passata l’immagine che all’interno dell’eurozona si può fallire. Questo è avvenuto essenzialmente perché la Grecia non doveva entrare nell’unione monetaria sin dall’inizio, ma soprattutto non doveva adeguarsi al modello economico previsto per il sostenimento di questa moneta, il modello che prevede la stabilità dei prezzi e il rigore dei conti fino al raggiungimento del pareggio di bilancio. Aver omologato tutti i modelli economici ad uno solo per tutti i paesi dell’eurozona ha creato la situazione che stiamo vivendo, in Grecia vediamo quello che accade quando vengono adottate delle misure economiche assolutamente non tarate per le esigenze del paese. Si è voluti andare anche oltre: hanno programmato ristrutturazioni hair-cut di debito pubblico, ci sono stati altri finanziamenti dall’FMI, si è fatto oltre l'inimmaginabile, come se al capezzale di una persona in coma si facessero tutte terapie sapendo benissimo che per il paziente non c’è più niente da fare, pur di tenerlo in vita. La contro-domanda che io faccio è questa. Se l’UE non è stata in grado di risolvere il “problema greco”, che rappresenta a malapena il 2% del PIL dell’intera eurozona, cosa succederà quando paesi con un peso economico ben più importante rispetto alla Grecia, per esempio proprio l’Italia, andranno incontro a delle difficoltà? Questo è il vero problema che noi dobbiamo porci. Non curante delle condizioni del popolo greco, che veramente sta soffrendo oltre ogni limite, la Troika ha fatto della Grecia un laboratorio alla Frankenstein. Quindi la Grecia per aver seguito delle politiche economiche dettate fuori dai propri confini nazionali sta pagando un prezzo quasi superiore a quello della II Guerra Mondiale. In Grecia di fatto sono state sospese tutte le garanzie in cui si riconosce la democrazia, abbiamo visto il governo Tsipras che prima ha promesso di rompere l’austerità ed ora si è ritrovato ad imporre misure di austerità peggiori di quelle imposte dalla stessa Troika. Io non credo che i cittadini greci siano disposti ad andare oltre, anche se i media europei non danno particolare risonanza a ciò che sta avvenendo in Grecia. Sappiamo che lì c’è molto più che un forte malcontento generale, ci sono quotidianamente manifestazioni e scioperi, taciuti per ovvi motivi d’immagine. Fino a quando riusciranno a mantenere questo silenzio sulla Grecia? Noi di fatto stiamo vivendo una dittatura economica che è la più subdola delle dittature, perché non c’è un così detto “sovrano palese”.

- Voi infatti in alcuni dei vostri articoli avete parlato di “dematerializzazione” del sovrano, può spiegare questo fenomeno ai nostri lettori?

- Esatto proprio di questo si parla. Non sai più con chi prendertela a livello “fisico” perché il potere viene gestito da organismi sovranazionali che nemmeno si identificano con una sola persona. Sono diventati tutti dei semplici esecutori, si fanno forti delle loro regole, dei trattati e di vari organismi e meccanismi internazionali e per questo motivo non si riesce ad individuare la figura del “despota cattivo”. È la cosa peggiore, ti fanno credere di essere in democrazia e invece stiamo tornando al medioevo. Voglio ribadire per l’ennesima volta che la sovranità appartiene al popolo e chi nella storia ha tentato di sottrargliela ha fatto sempre una brutta fine.

- A proposito di sovranità siamo felici di ricordare anche qui che è finalmente nato il primo partito italiano pienamente Sovranista, Alternativa per l’Italia (ALI). Nella conferenza di presentazione in Senato avete parlato non solo di sovranità economica ma anche strategico-militare,  avete disegnato l’Italia come nazione con un ruolo guida nel Mediterraneo. Quindi mi viene da chiedere se ALI, oltre ai vincoli dell’eurozona, vuole liberarsi anche dai vincoli NATO?

- Quando ho introdotto il discorso di non limitarci prettamente alla sovranità monetaria facevo riferimento anche alla sovranità alimentare. Le nostre eccellenze alimentari vengono mortificate sempre di più, il colpo di grazia, speriamo che ciò non avvenga, sarebbe il TTIP. Con questo accordo abbasseremmo ancora ulteriormente le nostre tutele, dando il via libera all’invasione di qualsiasi tipo di prodotto che non ha le caratteristiche a cui noi in genere siamo abituati, quei requisiti che in questo campo ci fanno essere i migliori al mondo. Riprendere la sovranità significa quindi smettere di svendere questo Paese che è ormai diventato un outlet a buon mercato per le più grandi multinazionali. Una volta lo Stato poteva intervenire per difendere le proprie eccellenze ed i posti di lavoro, oggi questo non è più possibile. Per  quanto riguarda il ruolo da rivendicare nel Mediterraneo dobbiamo ricordarci che storicamente l’Italia ha sempre avuto un ruolo predominante in quest’area. Oggi però non è più così, un po’ per colpa di politiche errate compiute dai nostri alleati storici, ma soprattutto per la bassa caratura dei nostri politici. Ogni riferimento alla Mogherini è volutamente casuale (sorride). Voglio dire, abbiamo avuto ed abbiamo tutt’ora personaggi che non sono assolutamente in grado di gestire la nostra politica estera, politica estera che dovrebbe essere particolarmente attiva in questo periodo di forti tensioni, in particolare riguardo al mondo arabo e medio-orientale. Noi dovremmo avere un ruolo privilegiato perché da sempre riusciamo a rapportarci nei confronti di questi popoli in maniera diversa rispetto agli altri stati. Circa la NATO ALI crede che l’Italia debba mettere dei paletti e non subire supinamente ogni decisione che la riguarda presa al di fuori dai propri confini nazionali. Non siamo più disposti ad accettare ordini passivamente, perciò nella misura in cui si tenga conto anche delle nostre istanze noi siamo disposti a colloquiare con chiunque; ma nel momento in cui ci si impongono regole dall’esterno noi non siamo più disposti a “collaborare” passivamente. Noi siamo uno Stato Sovrano e vogliamo anche dire la nostra, coscienti di chi siamo e cosa rappresentiamo, non scordiamoci che siamo sempre la seconda impresa manifatturiera in Europa dopo la Germania e rappresentiamo una Nazione che è in grado di esprimere il proprio know-how di altissimo livello; mentre invece nello scacchiere internazionale veniamo relegati sempre più ai margini.

- Visto che abbiamo parlato di NATO e di Mediterraneo adesso andiamo a parlare delle guerre e delle destabilizzazioni che hanno portato a queste enormi migrazioni di massa.  ALI come si pone rispetto a questo problema?

- Fermo restando che non esistono esseri umani di serie A  e altri di serie B dobbiamo anche far notare che noi ultimamente non abbiamo avuto alcun tipo di politica o programmazione del fenomeno migratorio. La mia domanda è questa, qual è il nostro “limite” all’accoglienza? Chi mi può dire che siamo ancora entro i limiti dell’accoglienza dignitosa? Personalmente credo che questo limite sia stato superato da tempo e che non siamo in grado di ospitare tutti quanti. Qui si parla di milioni di persone che desiderano approdare in Europa e quindi passare e/o rimanere anche in Italia. Non possiamo farlo, non siamo in grado di dare assistenza dignitosa a questa gente, d’altra parte non possiamo nemmeno più vedere gente che affoga, famiglie intere, migliaia di persone che muoiono nel nostro mare. Allora io dico questo, facciamo così, anche per garantire agli italiani lo stesso standard di vita del passato, anche questo è un nostro obbligo. Programmiamo quante persone annualmente possiamo ospitare ed accogliere umanamente in Italia offrendogli una occupazione, dopodiché blocchiamo le partenze togliendo la possibilità agli scafisti di foraggiare il mondo della criminalità e le nostrane cooperative che ci speculano sopra e andiamo a prenderli direttamente noi in base all’ospitalità che possiamo garantire per quel periodo. Prendendoli con il traghetto, non assisteremo più ai drammi in mare. Naturalmente chi entra viene regolarizzato, paga le tasse ed ha tutte le coperture sanitarie che gli spettano e, soprattutto, si integra alla nostra civiltà rispettando usi, costumi, tradizioni e stile di vita. Non vogliamo più vedere povera gente che arriva in Italia e poi viene letteralmente tenuta in ostaggio dalle cooperative, anche a nostro danno tra l’altro, non vogliamo più vedere questi essere umani (che devono pur vivere) costretti a sopravvivere d’espedienti con furti e rapine, dobbiamo naturalmente mettere anche in sicurezza gli italiani, mi sembra più che ovvio. Inoltre vorrei ricordare ai “buonisti” dell’ultima ora che solo il 3% degli immigrati che arrivano in Europa fugge da scenari di guerra. Gli altri bisogna aiutarli in loco, ci sono molti modi per farlo: programmi di cooperazione alimentare per esempio, cancellazioni del debito degli stati da cui fuggono in funzione di quanto i loro governi riescono a fare sul territorio per il miglioramento delle condizioni del lavoro e di vita. Così potranno rimanere nella loro terra, è anche giusto che quelle persone possano continuare a vivere dove sono nati, dove hanno radici e tradizioni. Sradicarli ed illuderli che in Italia o nel resto d’Europa possano trovare la terra promessa quando poi si ritrovano a fare anche gli schiavi per pochi spiccioli è la mossa più subdola che possiamo mettere in pratica, ed è quello che accade attualmente. Ribadisco, non possiamo infilare l’oceano in una bottiglia, programmiamo i flussi ed in base alle nostre capacità stabiliamo quanti ne possiamo accogliere ogni anno.

- Questi enormi flussi migratori senza controllo massacrano anche il mercato del lavoro perché vanno a creare quell’esercito industriale di riserva, della cui pericolosità già ci avvertiva Marx, che abbassa sempre di più i salari e le garanzie dei lavoratori italiani, conquistati con anni di lotte sindacali, in funzione di una competitività sleale che rende competitive solo le multinazionali. Perché i sindacati italiani non hanno mai alzato la voce contro questo fenomeno?

- Viene spontaneo da pensare che purtroppo i sindacati italiani sono guidati da persone che non ha nemmeno  le più che minime cognizioni di economia. D’altronde quando l’anno scorso la Merkel “aprì” le porte esclusivamente ai siriani, palesò la volontà di voler prendere solo il “personale più qualificato”, perché di fatto i siriani hanno mediamente un livello di istruzione superiore rispetto agli altri migranti. In questo modo avrebbe potuto, non solo abbassare il costo del lavoro in Germania e quindi essere più competitivi, ma anche sostenere il proprio sistema pensionistico che secondo i loro calcoli diverrebbe insostenibile nel 2020. Rendiamoci conto però che faceva un discorso estremamente selettivo, con la scusa di quello che stava succedendo in Siria si andavano a prendere ingegneri, medici etc, insomma personale qualificato e scolarizzato mentre invece gli altri profughi li lasciavano a noi. È chiaro a tutti ora che il ragionamento che ha fatto la Merkel è spaventosamente cinico, doveva essere sanzionato invece è stata osannata come futura vincitrice del Premio Nobel per la pace!  Ma se di fronte a questo i sindacati italiani non hanno detto (o capito) nulla vuol dire che non sono minimamente in grado di comprendere la gravità della situazione attuale.

-Ora le chiedo di sfatare una volta per tutte un falso mito. Ogni volta che ci si trova a parlare di Sovranità e di prima repubblica, perché le si associano sempre, viene spontaneo affermare che nella Prima Repubblica si stava sicuramente meglio di adesso, ma subito si controbatte che ora si sta peggio perché stiamo ripagando i debiti che ci hanno lasciato proprio loro. Quindi si stava meglio semplicemente perché hanno indebitato il Paese che adesso ne paga le conseguenze.

- Allora proviamo a sfatare questa credenza. Usiamo i dati però, perché le parole sono interpretabili a piacimento mentre i numeri no. Iniziamo col dire che i grandi danni durante la Prima Repubblica iniziarono col divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro, quando si impennò l’entità del debito pubblico poiché i tassi d’interesse si alzarono oltremodo essendo da quel momento determinati unicamente dai mercati finanziari e non più dall’azione della Banca d’Italia che non poteva più regolarli intervenendo sul mercato primario. Il rapporto PIL/debito raddoppio in 12 anni! Tralasciando questo dato obiettivo per un attimo, ci accorgiamo comunque che quando l’Italia è entrata ufficialmente nell’euro con il cambio irrevocabile a 1936,27 lire il I gennaio 1999, il debito pubblico italiano ammontava a 1084 miliardi di euro, mentre ora ha superato i 2200 miliardi e tutto questo ad opera della Seconda Repubblica!!! Possiamo quindi affermare che la Seconda Repubblica ha più che raddoppiato il debito pubblico italiano. Il record è del Sen. Mario Monti che in 17 mesi di (S)Governo lo ha aumentato di ben 148 miliardi! Quindi stiamo attenti a quello che si dice senza conoscere  dati, date e numeri esatti, non stiamo male perché ripaghiamo i debiti che ci ha lasciato la Prima Repubblica, la Seconda ha fatto più danni della Prima (e non solo in termini di entità del debito).

- C’è una frase che voi di SCENARIECONOMICI ed ALI ripetete spesso, non so a dir la verità se è stato lei il primo a pronunciarla e mi farebbe piacere se potesse riassumerne il significato ai lettori di La Voce del Padrone. La frase è: “Riprendiamoci le chiavi di casa”

- Sì di quella frase ho il copyright (sorride). Riprendersi le chiavi di casa significa riprendersi il diritto di sbagliare con la propria testa e non di fare errori per volontà degli altri. Ribadiamo la nostra ferma volontà di poterci autodeterminare e di poter portare avanti la nostra politica economica, pensata e decisa da noi e non dagli altri per le effettive esigenze del Paese. A me non sta bene che il nostro destino sia nelle mani di un’oligarchia autoreferenziale a Bruxelles, nelle mani di persone non elette che fanno gli interessi non certo dell’Italia ma di determinate lobby. Per questo vogliamo riprenderci le chiavi di casa, i Parlamenti nazionali devono ritornare al ruolo di unici arbitri per quanto riguarda la determinazione della propria politica economica, non deve essere un organismo sovranazionale a Bruxelles che tiene in conto unicamente gli interessi delle lobby e delle multinazionali. Tutto questo accade sospendendo i più elementari principi sanciti dalla democrazia!
Ringraziamo il Professore Antonio M. Rinaldi per questa intervista.

martedì 10 maggio 2016

Guerra in Europa


di Vincenzo Cerulli


Quest’Unione finirà con la guerra, non ci sono alternative.
Una dichiarazione del genere può sembrare spropositata e per questo merita di essere spiegata; in questo luogo vi proveremo a grandi linee.Le elezioni europee del 2014 hanno visto la fine del bipolarismo all’interno del parlamento europeo: si è infatti creato il cosiddetto “terzo polo”, un’ambigua ed eterogenea amalgama di tutti i partiti o movimenti euroscettici. Prima di quelle elezioni c’erano solo popolari e democratici, due eguali speculari: per questo l’irruzione del “nuovo” ha fatto ben sperare gran parte dei cittadini europei.Da quel maggio di due anni fa abbiamo iniziato a conoscere quella strana amalgama e ci stiamo rendendo conto sempre di più quanto sia rischioso affidare i propri sogni di sovranità a leader esteri. Il “caso” Tsipras ha fatto scuola: fin dall’inizio il premier greco si è presentato come rivoluzionario "anti-austerity", ha poi però finito per essere il peggiore dei riformisti. Ci teniamo a sottolineare che ha poi fallito anche come riformista, di fatto è solo riuscito (male) come agente immobiliare, ha (s)venduto tutto il patrimonio nazionale greco che gli era rimasto.Gli ingenui diranno che almeno ha ripagato il debito; chi segue questa pagina sa invece che ha solamente prolungato l’agonia del suo popolo. L’FMI come un avvoltoio tornerà e quando accadrà lui non avrà più niente da dargli. Come lui (almeno negli intenti) Pablo Iglesias, leader di Podemos, movimento nato come punto di rottura con la dittatura tecnocratica si è dimostrato poi l’ennesimo movimento che vuole cambiare l’UE dall’interno, i degni rappresentanti di chi dice “restiamo nell’euro ma a condizioni diverse”. Il problema è che non c’è un tavolo per contrattare condizioni migliori, quando si dice che Tsipras è andato a sbattere i pugni sul tavolo non si capisce a quale tavolo si stia facendo riferimento. Stessa cosa da noi in Italia col M5S, dopo aver raccolto le firme per il referendum per l’uscita dall’UE (procedura che tra l’altro non può avere luogo) sentiamo sempre più spesso Di Maio lisciare il pelo ai mercati e alla stessa unione monetaria: se c’è qualcuno all’interno del movimento che dissente batta un colpo e lo faccia in fretta. Salvini si professa anti-euro e poi ci delizia con deliri economici riguardo il risparmio sulla spesa pubblica (e meno male che hanno Borghi come referente economico!). In Ungheria Orban tiene botta all’UE perché non ricattabile attraverso i mercati, essendo l’Ungheria uno stato a moneta sovrana. La stessa Ungheria che ha bloccato i migranti al confine con il filo spinato. Il referendum sul Brexit nel Regno Unito ha fatto tremare USA e UE i cui organi di stampa e maggiori rappresentanti stanno paventando terrori e guerre nel caso in cui il Regno Unito uscisse, infatti si teme l’effetto domino. Corbyn, leader del partito Laburista, è contro l’uscita, lui che si dichiara socialista, lui che dice che gli inglesi hanno molto da imparare da Marx si schiera contro la libera volontà di un popolo e la sua autodeterminazione. In Austria vince la destra, in Francia vince la destra (il voto dell’anno prossimo lo confermerà), in Ungheria governa la destra, in Ucraina ci sono i nazisti finanziati dall’UE, in Germania AFD riscuote sempre più successo, la NATO usa tutta l’Europa dell’est come parco giochi per provocare Putin. In una situazione come quella odierna in cui la crisi dei migranti (usati da Erdogan come arma di ricatto) è solo all’inizio vedere questi rapporti di forza non fa ben sperare per il futuro degli europei. L’UE non ha voluto impedirlo, ha fatto di tutto affinché la situazione precipitasse, questa UE non va riformata, va distrutta. Ci resta solo la guerra, potevano impedirlo e non l’hanno fatto.

(Pubblicato originariamente su Economia Democratica)


venerdì 22 aprile 2016

Contro la "classe" semicolta


di Vincenzo Cerulli

Questa immagine esprime al massimo livello la visione del mondo dei semicolti. Per loro non c’è alcuna distinzione fra un dittatore fascista, il leader di un partito socialista arabo, uno degli statisti più grandi al mondo e un buffone che poteva avere successo solo in Italia.“Classe”, fra virgolette perché è un concetto molto più fluido di quanto si possa credere ma per adesso teniamocelo per buono (sempre fra virgolette eh). La “classe” semicolta è quel consorzio di individui che meglio rappresenta la situazione culturale del mondo odierno, la loro formazione culturale è precipuamente, se non completamente, fondata sull'esplorazione in internet. Nel Medioevo ad occupare il campo della formazione culturale delle elite (politiche o religiose che fossero) c’erano principalmente le università e i monasteri, la cultura popolare invece (che non era una sub-cultura come quasi la totalità della nostra odierna) era ispirata e accesa dalla tradizione orale (i vecchi avevano un valore quasi sacro in quanto custodi viventi della memoria del passato) e dalle varie gilde di artigiani. Oggi gilde e tradizione orale non ci sono più, non serve a niente ricordare se internet lo fa per noi, e internet arriva molto più facilmente alla classe media rispetto ai rami d’influenza delle università.  Date queste premesse le conseguenze sono presto dette, “dottori” sparsi in tutto il mondo sempre pronti a dare la propria versione su QUALSIASI argomento (rigorosamente dietro la tastiera sia chiaro). Provo a darvi una definizione di “classe” semicolta: quell'insieme fluidissimo (nel senso che si costituisce di membri ogni volta diversi a seconda della situazione) di persone che credendo di operare una critica “oggettiva ed imparziale” nei confronti di chi giudicano “in errore-ingenuo-eccitato a torto” si riduce in realtà a decostruire (con “ironia” nella maggior parte dei casi) ogni possibilità di critica ragionata al sistema dominante. In pratica fanno di tutto il possibile fronte della dissidenza critica un unico fascio di A-complottisti,B-fascisti,C-antisemiti,D-sovranisti sul modello dell’armata brancaleone,E-comunisti (questo in rare occasioni),F-pazzi,G-ignoranti,idioti. Non per forza utilizzano una “lettera” alla volta e tutti gli epiteti che utilizzano non si esauriscono in queste 7 lettere; anzi è gradito il contributo di chiunque per articolare il vocabolario di questi finti debunker (leggasi scientisti postmoderni). Sterilizzano il dissenso. Vi porto ora alcuni esempi concreti sennò parliamo del nulla, di pagine del genere Facebook ne è pieno. 

Esempio 1: in questa immagine c’è tutta la dogmatica sicumera di chi crede di poter liquidare le (giuste) pretese di sovranità economica con una battuta. Tutte le scuole economiche che si oppongono al neoliberismo ripetono da anni che in una situazione di deflazione totale come quella attuale l’unico modo per riattivare la domanda d’acquisto è far partire dei grandi piani industriali a medio-lungo termine. Per far questo serve un utilizzo massiccio della spesa pubblica (a grandi linee quello che è successo con il New Deal americano), quindi lo Stato deve obbligatoriamente tornare a stampare moneta. Con questo non si vuole dire che immettere grandi liquidità sul mercato sia sufficiente  a superare qualsiasi crisi ma negare che sia un passaggio OBBLIGATORIO e NECESSARIO  per uscire da una crisi deflattiva significa negare la storia passata e l’attuale realtà dei fatti.


Esempio 2-3: l’occasione è il referendum abrogativo del 17 aprile scorso. Una massa informe e disinformata (per fortuna non è la totalità di chi ha votato sì) è andata a votare sì. Questo è accaduto, il referendum è stato politicizzato dagli ambientalisti che l’hanno indirizzato su binari per loro più appetibili, presentandolo più o meno in questi termini: “chi vota sì ha a cuore il mare, l’ambiente e il futuro dei nostri figli; chi vota no non merita alcuna libertà politica e deve essere escluso dal consorzio della società civile”. Peccato che la questione ambientale non fosse proprio il nucleo centrale di questo referendum, si parlava più che altro di sovranità energetica. Comunque, la “classe” semicolta si schiera per l’astensionismo ragionato principalmente per questo motivo: “in questo referendum chi vota sì è solo un ambientalista esaltato, rivoluzionario dell’ultima ora, del sabato pomeriggio o della domenica mattina quindi noi ci asteniamo da questa farsa”. Ecco, la differenza fra questi e chi ha votato sì ingenuamente sta TUTTA in due articoli in più che hanno letto i semicolti, nulla di più. Tra l’altro, che si parli di economia, politica, immigrazione, società o cultura in generale, la differenza fra il parere del popolo “ingenuo e genuino” (su quest’espressione i semicolti si divertirebbero a fare battute) e la “classe” semicolta sta SEMPRE in non più di 2-3 articoli di differenza, mezz’ora di studio. Per chiuderla con una battuta potremmo dire che se il popolo “ingenuo e genuino” rappresenta spesso gli istinti dei rivoluzionari dell’ultima ora, la “classe” semicolta è formata da “controrivoluzionari” nati mezz’ora prima. Non è mia intenzione riportare qui tutti gli esempi possibili anche perché non finirei più, questi che ho abbozzato qui sopra spero possano servirvi a riconoscere spontaneamente altri casi che ritroverete in futuro. 

domenica 10 aprile 2016

Doromizu - riflessioni sull'abisso


di Vincenzo Cerulli

Doromizu, “acqua torbida”, è il ventre della Tokyo di inizio millennio descritto da Mario Vattani nel suo romanzo d'esordio. Alex, protagonista dell’opera e alter-ego dell’autore, ci accompagna nella discesa in questo abisso dove colpa e pentimento non sono assolutamente di casa, dove tutto ciò che mette in atto nella ricerca per la propria identità si pone sempre “al di là del bene e del male”. In questa discesa nell’abisso sono diversissimi fra loro i vari personaggi a comparire sulla scena. Fondamentali sono le figure femminili, paragonate a demoni e animali sacri della mitologia nipponica, Aya e Tomomi (due mondi opposti), a volte trascinano Alex sempre più in fondo al cuore dei suoi istinti; altre volte gli mostrano una luce possibile, una redenzione che però non è realizzabile perché non c’è colpa, come l’autore tiene a sottolineare: ”Qui siamo liberi, anzi sono io a essere libero. Perché sono nel luogo dove si può raccontare qualsiasi storia, sono nell’oriente estremo, dove non ci sono né colpa né perdono, c’è solo l’audacia dello sforzo, la sventatezza di chi decide di dare il meglio di sé, quale che sia il suo cammino, non importa se per il bene o per il male, perché tanto tutto decade, si sbriciola, si sfascia.”  Troviamo schiere di miserabili, sia uomini che donne, costretti a vendere il proprio corpo e la propria dignità in filmetti porno per ripagare i propri debiti e cercare di sopravvivere, troviamo decine e decine di ragazze che vendono la propria dignità pur non avendone strettamente bisogno, troviamo la Yakuza che con il suo sistema di valori accompagna Alex nella ricerca della sua identità. Alessandro Merisi, italiano solo per il passaporto, nato e residente a Londra, orfano di madre in tenera età, rappresenta alla perfezione lo sradicato apolide che la globalizzazione ci vuole offrire come unico modello di esistenza possibile; ma a tutto questo il protagonista si ribella, è per questo motivo che parte per il Giappone, per “darsi radici”. Questo percorso è doloroso, Alex lo sa, sa che l’irezumi è la tecnica di tatuaggio più dolorosa ma è solo così che si entra nella “family”, nell’ultima seduta dal maestro tatuatore questi gli dirà: “Vedrai che alla fine ti farà male dappertutto, e sentirai il drago e la tempesta e i fiori di ciliegio in tutto il corpo. Ma in fondo è anche giusto che sia così”, e così sarà infatti. Il drago nascerà in primavera, nei giorni in cui i fiori di ciliegio sbocciano, quando Alex sarà più vicino al limite dell’abisso in cui deve obbligatoriamente scendere per trovare la propria identità. Sono innegabili gli influssi di Nietzsche, come è innegabile lo sfondo su cui va in scena la storia, questo sfondo fu anche il nemico giurato del filosofo di Röcken: il nichilismo appunto. Nietzsche scriveva nelle “tre metamorfosi” che il leone, uccidendo il drago, si è fatto “signore nel deserto” e che il deserto di valori è l’unica strada percorribile prima di tornare a creare valori nuovi come fanciulli. Quel deserto lo stiamo ancora percorrendo e, probabilmente, lo stesso ha fatto Alex immergendosi nell’acqua torbida del ventre di Tokyo. Il suo “deserto” sono i “love hotel” e i “night club”, le ragazze puttane avide e i quartieri lerci, il lavoro come cameraman dei film porno pur non avendone bisogno è il suo deserto. Alex però rimane libero, perché sfida il deserto, e invita noi con lui ad attraversarlo, pur sapendo che alla fine non ci sarà catarsi o redenzione ad attenderci.