giovedì 24 marzo 2016

To Kill a Fictionbird, della morte narrativa


di Edoardo Rivetti

''Vi erano cose vive e cose non vive[...]. Le cose non vive rimanevano ferme nello stesso punto, le cose vive si muovevano.'' Jack London

Giocare con il destino di un uomo è un compito gravoso, poco importa che questo sia il prodotto dell'estro creativo di un artista. Uccidere Anna deve aver richiesto a Tolstoj una certa dose di apatia momentanea, la stessa che cerca Raskolnikov nell'appartamento di Ivanovna. Sicuramente poi il peso della penna-pugnale triplica quando il personaggio diventa alterego dell'autore. Ma, in definitiva, davvero si uccide un personaggio che mai ha avuto realtà corporea, trafiggendolo con un etereo pugnale in una cronaca dell'irreale? Quando davvero muoiono i personaggi?
 Tutte le forme narrative, altro non sono, Hitchcock insegna, che una finestra aperta che ci consente un' unica prospettiva verso un delimitato spazio. I figuranti che vediamo non possono entrare in contatto con noi, non possiamo che conoscerli indirettamente sempre attraverso esperienze che sono forzati a ripetere. Guardiamo l'ultimo fotogramma, leggiamo l'ultima pagina, sentiamo l'ultima battuta, e tutto è finito, i personaggi, infine, sono ''venuti a mancare'' nel senso più passivo della locuzione. Ma non a tutti è comune questo destino, alcuni personaggi rimangono lì, e vivono ancora, quella vita che non l'autore, ma lo spettatore ha donato loro.
Quando lo spettatore identifica un personaggio con un ruolo da compiere nella trama, cambiando, quindi, il proprio status da ''colui che guarda'' a ''colui che interpreta'', contestualizza appieno nel mondo irreale proposto dall'autore ciò che vede. Far completare ogni tipo di missione che è stata identificata con un personaggio, vuol dire uccidere narrativamente il personaggio stesso, compiendo il fatidico omicidio molto più oneroso nella finzione di una coltellata ben assestata, pur descritta nei minimi particolari.
 Ann Darrow. King Kong. La Bestia che ama la Bella, la storia la conosciamo tutti. Quando l'acromegalica scimmia cade dall' Empire State Building, la storia finisce, la Bella non può più essere amata dalla Bestia e Ann Darrow muore narrativamente sul colpo quando sulla pellicola appaiono le due fatali parole THE END. Funzione finita, Ann Darrow a casa, e di come trascorrerà la mezz'età sapendo di essere stata amata dal primate più grande del mondo, in fondo, non interessa a nessuno, perchè il suo ruolo è esaurito.
Antoine Doinel. I 400 colpi. Lui, ragazzo abbandonato a ciò che la sua età gli impone di fare, con una difficile storia familiare alle spalle. Quando la madre lo lascia solo a confrontarsi con la vita adulta che sta davanti a lui, la storia continua, il ragazzo fugge e sa di doversi, ancora di più, preparare a ciò che il futuro gli riserva. Arriva la fatale parola FIN. Funzione non finita, bobine che oramai girano a vuoto, ma Antoine ancora vive nella nostra mente di fruitori attivi. Dipingiamo in noi, magari anche solo con sporadiche pennellate un po' impressioniste, ciò che il futuro ha in serbo per il ragazzo; perchè il suo ruolo non è esaurito.
 Nell'arte, nulla è imposto, e l'autore non ha una visione preferenziale sulla storia che racconta. Il semplice sparire dalla ragnatela della trama, può identificare la finta-morte-corporea di qualcuno che non è mai davvero esistito, ma non implica la fine di una vita che è ontologicamente diversa dalla nostra. Il destino di tutti i personaggi è nelle nostre menti, dall'inizio alla fine o alla non fine.
 ''Chi cerca il cuore della storia nell’interstizio fra la creazione e il suo autore si sbaglia: conviene invece cercare non nel campo fra lo scritto e lo scrittore, bensì in quello che sta fra lo scritto e il lettore.'' Amos Oz

mercoledì 23 marzo 2016

TISA, TTIP, TPP: l'interesse delle lobby e il corporatismo economico


Questi tre acronimi compongono un triangolo di accordi economici su scala mondiale al cui centro si trovano gli Stati Uniti. La grande potenza americana, avendo visto minacciato il suo imponente status economico mondiale davanti alla esponenziale crescita delle economie degli stati emergenti come la Cina e gli altri membri BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa e la già menzionata Cina), si trovò costretta a cercare nuove soluzioni per andare contro il proprio declino. Perciò, dopo vari tentativi fallimentari nella World Trade Organization (WTO), si bypassò questo organo e si pensò agli accordi di scambio TISA, TTIP e TPP, sui quali si sta ancora trattando e che dovrebbero creare un'alleanza economica tra USA, UE e gran parte del mondo, escludendo da ogni trattativa i BRICS così da creare un blocco economico conchiuso in se stesso.


di Horatiu Chituc

19 giugno del 2014: Wikileaks pubblica la bozza sull'accordo TISA che risale al 14 aprile del 2014. E' la prima volta che il grande pubblico ha accesso a tali informazioni, sebbene le trattative fossero iniziate già dal 2013, e non a caso il documento pubblicato è solo una bozza incompleta. Julian Assange, fondatore di Wikileaks, tenuto in asilo politico nell'ambasciata ecuadoriana di Londra, offre una ricompensa di 100.000 euro a chiunque sia in grado di reperire i documenti completi degli accordi e mandarli sulla piattaforma della sua organizzazione. Fino ad oggi quelle carte non sono ancora state pubblicate per intero e non possono essere viste direttamente da chi non è autorizzato, benché i partecipanti alle trattative non siano tenuti a conservare il segreto. Inoltre, il procedimento con cui si può accedere a questi documenti è complicato ed è riservato solo ai soci e ai membri dei vari organi politici dell'UE. Tale segretezza ha fatto sorgere critiche e proteste da parte di organizzazioni ecologiste, sindacati e organizzazioni per la difesa del consumatore la cui esclusione dagli incontri più importanti ha rafforzato i sospetti di diversi potenziali pericoli.
Poniamoci dunque la domanda più semplice ma allo stesso tempo anche la più fondamentale: cosa sono TISA, TTIP e TPP? TISA è un acronimo per Trade in Services Agreement e riguarda la liberalizzazione degli scambi dei servizi sul piano internazionale. Ciò vuol dire che, attraverso questi accordi, si tenta di agevolare le condizioni in cui gli investitori stranieri operano negli stati ospiti attraverso l'eliminazione delle "barriere discriminatorie", aumentando così i loro diritti sul territorio dei paesi ospiti.Gli stati che ne prendono parte sono i seguenti: Stati Uniti,Canada, Australia, Nuova Zelanda, tutti i paesi dell'UE, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Turchia, Israele, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Cile, Paraguay, Perù, Colombia, Messico e Costa Rica. Non a caso la maggior parte di questi stati basa la propria economia sul terziario, cioè sui servizi a cui il trattato punta, e rappresentano il 70% degli scambi mondiali dei servizi. Ciò che preoccupa e che dovrebbe preoccupare tutto il demos dell'Europa e del resto del mondo che ne prende parte è che il TISA è spinto principalmente dalle lobby che rappresentano prima di tutto gli interessi delle corporazioni multinazionali e poi quegli dei cittadini.
La pressione lobbysta vuole che si crei un melting pot economico in ogni stato partecipante in cui le imprese locali saranno svantaggiate di fronte alla scomparsa delle "barriere discriminatorie" nei confronti delle multinazionali con cui dovranno competere a pari diritti. Il TISA quindi richiede che le corporazioni straniere vengano poste sullo stesso piano di quelle nazionali. L'eliminazione di tali barriere prevede una maggiore liberalizzazione dei servizi come le banche, la finanza (in particolare i dati finanziari), il trasporto, la sanità, la consulenza e così via. Benché l'UE abbia dichiarato pubblicamente le sue posizioni su alcune delle controversie nate dalle trattative negando così un orientamento verso la privatizzazione di alcuni servizi pubblici e del governo (a cui inizialmente sembrava ambire) come l'educazione, la regolazione e distribuzione dell'acqua, la sanità, la giustizia, la polizia e la difesa, questo non esclude né che un governo possa adottare liberamente tali misure né tantomeno quelle che sono le maggiori critiche rivolte al TISA, e cioè: il modo antidemocratico e semisegreto in cui le trattative sono avvenute e avvengono ancora; il fatto che, anche se l'accordo deve essere approvato in ultima istanza dal parlamento europeo (unico organo UE eletto democraticamente), il suo contenuto verrà pubblicato solo 5 anni dopo l'entrata in vigore; la deregolamentazione finanziaria che, come afferma la professoressa di diritto neozelandese Jane Kesley, sembra sia spinta sullo stesso modello che ha generato la crisi del 2008 (e anche dagli stessi individui responsabili) riprendendo le proposte del precedente GATS (General Agreement on Trade in Services) discusso alla WTO e mai reso vincolante; una volta approvato il TISA, nessun governo degli stati firmatari potrà introdurre nuove restrizioni in caso di necessità; e infine, il trasferimento di dati finanziari dei clienti da uno stato all'altro e il problema delle potenziali violazioni della privacy che possono sorgere in questo ambito. Tuttavia, l'UE ha dichiarato il proprio intento di proteggere la privacy dei suoi cittadini, sebbene nei limiti che gli accordi lo consentano.
Queste sono solo alcune delle conseguenze problematiche del TISA che al contrario dei suoi fratelli TTIP e TPP non prevede una versione rivisitata del controverso ISDS (Investor-state dispute settlement), cioè, un diritto che consente alle corporazioni straniere di fare causa ai governi degli stati ospiti (e non viceversa) rivolgendosi ad una corte arbitrale privata e semisegreta, chiamata ICSID, che bypassa le leggi degli stati sovrani e procede secondo le regole internazionali. I tre membri che compongono il tribunale ICSID non sono giudici indipendenti, ma avvocati con stretti legami al mondo finanziario delle corporazioni che tendono a privilegiare gli investitori. Numerose volte le multinazionali hanno fatto ricorso all'ISDS come nel caso dell'azienda energetica svedese Vattenfall che nel 2011 fece causa alla Germania per il ritiro precauzionale delle licenze di alcuni impianti nucleari in suo possesso a poco tempo dopo la tragedia di Fukushima, per non parlare poi dell'azienda francese Veolia che portò il governo egiziano a corte per via dell'innalzamento del salario minimo oppure ancora dei molti casi delle aziende di tabacco come la Philip Morris nelle sue dispute con l'Uruguay, la Norvegia e l'Australia. Questo dimostra quanto una legislatura internazionale a favore del corporatismo e della logica del profitto possa contrastare lo sviluppo e l'interesse sociale: infatti, se lo stato perde il processo, la somma da risarcire si ottiene con le tasse di ciascuno dei suoi cittadini. Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership e il TPP, Trans-Pacific Partnership prevedono tutto ciò sebbene, per risolvere le controversie, l'UE abbia tentato di creare un nuovo organo chiamato ICS (Investment Court System) che secondo l'organizzazione europea del controllo delle lobby, il Corporate Europe Observatory (CEO), è solo un altro acronimo per il vecchio ISDS poiché le conseguenze sono le stesse.


Il TTIP è l'accordo che ci riguarda più da vicino dato che i suoi membri sono l'UE e gli Stati Uniti d'America, mentre il TPP che è stato da poco firmato, benché non sia ancora definitivo, coinvolge USA, Canada, Australia, Giappone, Perù, Brunei, Malesia, Cile, Nuova Zelanda, Perù, Vietnam e Singapore. Essi, come il TISA del resto, sono negoziati in un modo semisegreto e antidemocratico e spingono per una maggiore liberalizzazione degli scambi sul piano internazionale con l'eliminazione dei dazi doganali e l'acquisizione di più diritti da parte degli investitori stranieri. Tutto ciò porta anche ad una criticataomogeneizzazione delle normative che regolano gli standard dei vari mercati e della produzione. Infatti, nel TTIP per esempio, collidono due filosofie di mercato molto diverse: da una parte abbiamo un'Unione Europea che si sforza di garantire la sicurezza del prodotto prima che entri in commercio, dall'altra, gli Stati Uniti che prima immettono il prodotto sul mercato e solo dopo che il suo consumo ha generato effetti negativi si prendono provvedimenti. Il sistema made in USA è chiaramente orientato più verso il profitto che in una direzione che rispecchi la salvaguardia dei consumatori e si teme proprio che tale modello, una volta entrato in vigore il TTIP, venga applicato anche in Europa abbassando così gli standard di sicurezza. Tale preoccupazione si estende ai settori ambientali, lavorativi e alimentari e si potrebbe materializzare: 1) nell'uso di una poco dispendiosa tecnica di estrazione del petrolio e del gas naturale chiamata fracking che, oltre all'enorme consumo idrico e all'uso aditivi chimici dannosi per l'ambiente, può causare l'aumento dei gas serra nell'atmosfera attraverso la fuoriuscita del metano; 2)nell'attacco ai diritti dei lavoratori come è avvenuto nel caso "Veolia vs Egitto", sebbene gli stati negozianti asseriscano che tali accordi, TISA incluso, siano orientati verso la creazione di nuovi e più numerosi posti di lavoro; 3) nell'abbassamento della qualità dei prodotti alimentari con l'introduzione sul mercato di alimenti più economici e meno sicuri come i cibi spazzatura e con il passaggio da una produzione basata sul naturale agli OGM su cui i membri UE hanno avuto un atteggiamento restrittivo fino adesso. E' difficile trarre conclusioni definitive su quale sarà l'esito di questi accordi, sia per il modo in cui si svolgono le trattative sia per il fatto che si sta ancora trattando e le posizioni dei vari partecipanti non sono state ancora chiaramente delineate. Certo è il fatto che è necessaria una maggiore sensibilizzazione su questo argomento spesso trascurato dai media e che fortunatamente è stato ripreso recentemente dal nuovo movimento democratico europeo DiEM 25 lanciato dall'ex-ministro della finanza greco Yanis Varoufakis e dal giovane filosofo croato Srecko Horvat a cui hanno preso parte fra gli altri pure il musicista e produttore Brian Eno, il filosofo sloveno Slavoj Zizek e colui che per primo ha fatto notare l'esistenza di questi accordi, Julian Assange. Tale movimento sottolinea l'importanza di un'Europa democratica contrapposta all'attuale modello di governo tecnico in cui l'unico organo democraticamente eletto è un Parlamento Europeo che ha solo una funzione di analizzare e di controllare le proposte generate dalla Commissione che non è eletta dai cittadini europei. E' la Commissione stessa che porta avanti le trattative del TISA e del TTIP e perciò l'accusa di un procedimento antidemocratico, oltre ad essere ritenuto tale per la segretezza con cui avviene, riceve ulteriore giustifica da questo.
Per concludere, non c'è niente di male nel siglare accordi economici che favoriscano lo sviluppo e la cooperazione internazionale, ma bisogna essere sempre vigili e informati sulla vera natura di questi accordi, capire nell'interesse di chi avvengono e se i metodi applicati rispecchiano i valori su cui vogliamo basare la nostra società: è forse il profitto smisurato di pochi più importante della garanzia dei diritti di molti?
(Articolo pubblicato originariamente su http://noideanoname.blogspot.it/ )

Servi o sovrani: tertium non datur


di Simone Mela

Come molti di voi sapranno, dopo la seconda deliberazione alla Camera in conformità all’articolo 138 della Costituzione, nell’autunno di quest’anno la riforma costituzionale sarà sottoposta a referendum confermativo. C’è da fare una premessa doverosa: coloro che stanno tentando di riformare la Costituzione si trovano in parlamento grazie a una legge elettorale (il porcellum) dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.1/2014 a causa dell’assenza delle preferenze e di un premio di maggioranza senza una soglia minima di voti. Il nucleo della riforma prevede il passaggio da un bicameralismo paritario a un bicameralismo imperfetto. Il Senato non scomparirà, ci sarà e come. Invece che da 315 il nuovo Senato (il cosiddetto Senato delle Autonomie) sarà composto da 100 senatori, 95 dei quali saranno rappresentanti delle istituzioni territoriali (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica con un mandato di sette anni. Non saranno, quindi, più eletti dal popolo ma dai consigli regionali. Ad esercitare il potere legislativo, votare e revocare la fiducia al governo sarà esclusivamente la Camera dei deputati. L’organo senatoriale avrà voce in capitolo in materia costituzionale e, udite udite, potrà partecipare, insieme alla Camera dei deputati, all’elezione del presidente della Repubblica. Potrà nominare due dei cinque giudici della Corte costituzionale, mentre gli altri tre sono di competenza della Camera. Tra le altre cose la revisione costituzionale alza anche il numero di sottoscrizioni necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare: dalle cinquantamila firme si passa a centocinquantamila segnando un netto peggioramento per il popolo affinché eserciti iniziativa di legge. Tornando all’elezione del Presidente della Repubblica, questo verrà eletto dalla settima votazione in poi con la maggioranza qualificata dei 3/5 dei votanti. Il tutto se unito con la legge elettorale dell’Italicum fa sì che quei 3/5 siano in sostanza la maggioranza assoluta parlamentare. L’italicum, infatti, è una legge elettorale a forte vocazione maggioritaria in quanto prevede che la lista, e non la coalizione, avente il 40% dei consensi possa aggiudicarsi un premio di maggioranza pari al 55 % dei seggi (340 su 630). Se nessuna lista riuscisse a varcare la soglia del 40% si andrà al ballottaggio fra le due liste più votate. A seguito del ballottaggio la lista che ottiene più voti, indipendentemente dal risultato in termini percentuali si aggiudica il premio, ossia 340 seggi. Capite bene che la maggioranza parlamentare sarà non una maggioranza di coalizione ma di lista alla quale sarà legata la figura del Presidente del Consiglio sancendo di fatto, in contrasto con i principi della Costituzione, la netta supremazia dell’esecutivo sul Parlamento. Ora bisogna riflettere un attimo sul contesto storico in cui queste riforme mettono piede. L’Italia non è più uno Stato sovrano, si potrebbe disquisire a lungo sul perché ma fatto sta che è così. A mio modo di vedere tutto questo pasticcio c’entra ben poco con i tagli ai costi della politica e con la velocizzazione dell’iter legislativo. Queste riforme fanno parte di un più ampio progetto di smantellamento della democrazia e quindi anche della nostra sovranità targato UE. Un parlamento di nominati, una maggioranza assoluta rappresentata da una sola lista, un Presidente del Consiglio legato a quella maggioranza e infine un capo dello Stato che è espressione di quella maggioranza senza nessun contrappeso od oppsozione che possa avere un minimo di efficacia sono degli ottimi ingredienti affinché passi attraverso delle ratifiche tutto ciò che si decide a Bruxelles esautorando del tutto la democrazia e la sovranità popolare. Ecco perché votare NO a questo referendum è un atto di resistenza assolutamente necessario. Non si tratta di essere “conservatori” e di non andare avanti (cosa che i media cercheranno di far passare da qui al giorno prima del referndum) ma di fare in modo che non si dia vita a una pericolosa monocrazia che faccia gli interessi di quella tecnocrazia ancor più pericolosa e criminale, disinteressandosi del popolo.

lunedì 21 marzo 2016

ISIS o anche “cattiva coscienza” dell’Occidente (considerazioni personali, parziali ed assolutamente non obiettive)

di Vincenzo Cerulli

Si parla sempre di più dello “Stato Islamico” dal punto di vista economico e geo-politico ma qui vorrei portare il dibattito su un altro scenario. L’ISIS non può essere ridotto a mero fenomeno terroristico immanente alla sola epoca che viviamo, l’ISIS è un fenomeno che oltrepassa le semplici coordinate storiche e per guardarlo bene negli occhi, di conseguenza, dobbiamo anche noi astrarci da esse. La prima caratteristica che salta agli occhi è che l’ISIS nasce come movimento oppositivo alla quotidianità occidentale, alla ”way of life” americana(almeno nel modo in cui il Califfato si presenta massmediaticamente). Questo non è assolutamente un dettaglio di second’ordine, poiché in assenza del motivo oppositivo non avrebbe condizione di esistere. Quindi possiamo affermare che la principale condizione d’essere dell’ISIS è la sua connaturata opposizione alla “maniera di vivere occidentale”, la sua “natura” mette in dubbio la nostra. L’Occidente (che è oggi una semplice “estensione” dell’America) trova nello Stato Islamico il più radicale impedimento alla sua assolutizzazione in una forma compiuta, è l’Altro che non possiamo conoscere, l’Estraneo più totale che non possiamo assumere. Mi si potrà obiettare che ci sono altri stati che si oppongono all’occidentalizzazione del mondo. Certo che ci sono: penso alla Russia, all’Iran, alla Cina, al Venezuela, alla Siria; ma questi stati, in fondo, parlano lo stesso linguaggio del nostro occidente, pensano attraverso gli stessi schemi concettuali che utilizziamo noi. Questo non possiamo dirlo per l’ISIS, l’estrema barbarie che mostrano nei video (sarebbe motivo di riflessione anche il rapporto conflittuale fra barbarie e tecnologia massmediatica che vi troviamo) si sottrae ad ogni “logica”, ad ogni ratio cui siamo soliti, ad ogni calcolo. La loro furia iconoclasta ci spaventa proprio perché illogica, irrazionale, non ce la spieghiamo e dunque cadiamo nel baratro del dubbio: “Perché? A che pro?”. Qui sta il nostro errore fatale, nel cercare un “pro”, un utile.
Dovremmo aver imparato che l’utile, figlio del pragmatismo, è ormai la cifra del pensiero occidentale quasi in ogni ambito, ogni azione viene intrapresa solo se precedentemente ha superato il calcolo della “convenienza”. Per questo noi europei non “esistiamo” più, perché la Storia può essere squassata solo da azioni eroiche e queste non coincidono quasi mai con scelte “razionali e convenienti”, siamo completamente imbevuti di pragmatismo calcolante, per questo oggi non possiamo mettere in moto la Storia. L’utile però non è di certo la cifra del loro pensiero.  “La forza dell’ISIS sta nella nostra debolezza. Di là uomini con valori fortissimi, sbagliati che siano, disposti ad andare a morire con la disinvoltura con cui si accende una sigaretta, di qua una società svuotata di ogni valore, a cominciare dal coraggio.” Questo ci raccontava Massimo Fini in un articolo pubblicato il 18\11\15 sul “Fatto Quotidiano” e continuare a negare questo fenomeno significherebbe ancora di più far avanzare il deserto di valori in cui l’Europa sta soffocando. Devo ora fare un paio di precisazioni. Non intendo assolutamente dire che all’interno della Storia non ci siano azioni ponderate a lungo e ben esaminate ma è sotto gli occhi di tutti che al giorno d’oggi  il “pensiero calcolante” ha completamente assopito l’istinto di milioni di persone. Un’altra precisazione doverosa è che l’ISIS un fine pratico ce l’ha, il controllo del Sirak e l’instaurazione dello Stato Islamico su territori sempre più vasti.  Dunque ora dobbiamo chiederci cosa li accomuna a noi, e qui ci rendiamo conto che non sono poi così “estranei” come si accennava prima. Due “dispositivi” ci legano indissolubilmente: il denaro e la tecnica. Il denaro, “sterco del demonio”, viene accaparrato dall’ISIS principalmente in tre modi: vendendo il petrolio sottobanco, contrabbandando opere d’arte e con i pagamenti di riscatto degli ostaggi. Sappiamo ormai tutti che la Turchia per mesi ha acquistato a prezzi più bassi il petrolio dai miliziani di DAESH, il mercato nero delle opere d’arte è internazionale ed inarrestabile e i territori in cui campeggia la bandiera nera dell’ISIS non sono solo sassi e sabbia come molti potrebbero suppore; ma una riserva inestimabile di rarità archeologiche. Basta poi citare gli “sponsor” maggiori di DAESH e subito ci accorgiamo che il sedicente Stato Islamico è salvaguardato da un “fondo di garanzia” abbastanza ampio: Qatar, Emirati Arabi ed Arabia Saudita su tutti. Oltre al denaro ad accomunare noi uomini occidentali qualunque e i miliziani dell’ISIS c’è la “tecnica” che nel caso di DAESH si esprime maggiormente nell’enorme potenza mediatica di cui dispongono. Ogni loro azione si riflette a livello planetario attraverso i social network e i telegiornali che, quasi quotidianamente, ci mettono di fronte alla loro violenza. Attraverso la propaganda riescono ad ammaliare migliaia di musulmani che vivono in Europa, anche da due o tre generazioni, comunque non assimilati dunque non europei. Per anni politiche migratorie e di accoglienza criminali hanno illuso l’Africa intera e il Medio Oriente di poter accogliere tutti indiscriminatamente, senza tenere conto minimamente di differenze socio-culturali millenarie. La grande illusione del nostro secolo, quella di poter essere tutti “classe media”, ha illuso anche le schiere di immigrati che approdavano nei nostri lidi. Quando si è schiavi di un’illusione si cade nel risentimento se quella speranza non si concretizza. L’accoglienza si è risolta in ghettizzazione nelle periferie e le diverse culture non si sono incontrate perché non avevamo nulla da offrire, l’Europa teme di perdere la propria identità ma dovrebbe prendere coscienza del fatto che l’ha persa da anni, e di certo non per colpa dell’immigrazione. Quindi questi giovani musulmani si trovano sospesi nel vuoto, in un limbo esistenziale: persi fra le radici che hanno cercato di lasciarsi alle spalle e una cultura che non li ha accolti perché inesistente anche per i “veri” europei. Dobbiamo evidenziare il fatto che non hanno trovato alcuna identità culturale ad accoglierli ma, piuttosto, hanno trovato una fecondissima subcultura che li ha alienati ancora di più. Il ruolo fondamentale di questa subcultura sradicante è stato ben evidenziato da Sebastiano Caputo in un suo articolo per “Il Giornale”("Dal rap al Jihad: i kamikaze sono un prodotto della subcultura occidentale"). A me  piace pensare che questi giovani apolidi (pesantemente influenzati dagli inni alla Jihad di matrice hollywoodiana  e dalla sub-cultura di cui sopra) hanno messo in pratica quel che dice William Faulkner: “Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore”. Estranei in un Europa aliena anche per noi europei hanno forse sentito la nostalgia per ciò che gli era più lontano, le radici perdute, il deserto, l’Islam.  A differenza nostra hanno scelto il “dolore” e si sono fatti foreign fighters ; noi abbiamo scelto il nulla e beatamente continuiamo a fluttuarvi all’interno. Ora ci troviamo ad affrontarli e questi giovani musulmani portano l’Europa ad un doveroso redde rationem, il colonialismo passato e la pretesa superiorità culturale tornano a noi con un colpo di frusta pericolosissimo. Iniziamo a scorgere nell’ISIS la cattiva coscienza dell’Occidente, lo specchio rotto in cui non vorremmo mai guardare. Quando finalmente sceglieremo anche noi di tornare ad esistere come italiani ed europei potremo cominciare a preparare il dialogo con paesi e culture molto più liberi dei nostri.

Risposta senza domanda


di Valerio D'Agostini


In questi ultimi mesi sembra che stia prendendo piede sul panorama europeo la tanto accusata e denigrata teoria economica neokeynesiana. Ci si è accorti, infatti, che ciò che sta affossando davvero l'economia reale non è la mancanza di liquidità, ma la carenza di domanda aggregata, senza la quale ci si può aspettare ben poco da parte di un Paese anche nel caso in cui questo mettesse in atto le manovre e riforme più sentite dalla comunità internazionale. L'Eurozona vive ciò ormai da anni, senza che BCE, Corte dei Conti, Commissione europea o altri organi abbiano mai mosso il ben che minimo dubbio sulle politiche di austerity. Questo fino a qualche tempo fa. Adesso invece stiamo assistendo ad un cambiamento radicale, con interventi a favore di un allentamento dei vincoli economici mai visti prima. La flessione è avvenuta a partire dallo scorso anno con il Quantitative Easing promosso da Mario Draghi (che comunque sta portando a ben poco); ma la vera svolta è probabile che si vedrà da qui a qualche mese, auspicabilmente con aumenti di spesa pubblica in vista di deficit di bilancio maggiori. Non è un caso che anche giornali economici come Il Sole 24 Ore, notoriamente filogovernativi, stiano sottoponendo proprio in queste ultime settimane il problema della carenza di domanda. È forse giunto veramente il momento di allontanamento da politiche di stampo neoclassico?




mercoledì 24 febbraio 2016

Il conflitto inevitabile

di Simone Mela

“Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile” è l’ultimo libro di Vladimiro Giacché. In questo saggio si cerca e si ottiene di far risaltare le divergenze che ci sono tra la nostra Costituzione ed i trattati europei. Per spiegare i due tipi di società configgenti l’autore si rifà all’economista statunitense Hyman Minsky, il qualeafferma che la nostra Costituzione è il risultato di un processo che, da un capitalismo nel quale lo Stato aveva un ruolo marginale dove vigeva la filosofia del “laissez-faire”, ha portato alla luce un capitalismo interventista nel quale, questa volta, lo Stato ha un ruolo importante in quanto assolve al compito di regolatore dell’economia. Di questo avviso erano i nostri padri costituenti che assieme a tale modello di capitalismo proposero il concetto di “democrazia progressiva” che ha il dovere di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini. A questo proposito importantissimo è l’articolo 4: <<la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto>>. Inoltre la Repubblica nasce con l’impegno di garantire il <<pieno impiego>>.
Completamente diversi sono i valori, se così si può chiamarli, su cui si basano i trattati europei che propugnano un tipo di società totalmente estranea a quella voluta dalla Costituzione. Quali sono? “Forte concorrenza”, “stabilità dei prezzi” e “indipendenza della Banca centrale” dai governi. Giacché fra i vari esempi porta quello riguardante l’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) il cui primo comma recita che <<[…]l’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l’adozione di una politica economica fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri[…]>>, ma che tale azione, secondo comma, <<comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica di cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato aperta in libera concorrenza>>. Gli stessi obiettivi si possono trovare all’articolo 127.
Insomma la Banca centrale europea ha il dannato obiettivo della stabilità dei prezzi o lotta all’inflazione. Questo comporta che la lotta alla disoccupazione, prerogativa della nostra Costituzione, passa in secondo piano perché prevedrebbe delle politiche inflazionistiche che stimolino l’economia, le quali politiche sono, trattati alla mano, respinte. Come avrete notato c’è una forte incompatibilità fra la nostra Costituzione e questi trattati assassini. E a proposito di assassinio, una forte pugnalata alla nostra Costituzione è stata data nell’aprile 2012, quando il senato ha approvato con più dei 2/3 dei componenti il disegno di legge di riforma dell’articolo 81 della Costituzione con l’ingresso del principio del pareggio di bilancio. Con il pareggio di bilancio si minano alla base politiche di spesa in disavanzo. Ciò significa che lo Stato è relegato a un ruolo marginale non potendo più intervenire, di fatto, nell’attività economica poiché gli è impedito di attuare politiche industriali che comportino investimenti pubblici. In questo modo si mette al bando l’articolo 47 della Costituzione che dice che << La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme>>. Capite bene che se lo Stato tassa esattamente quanto spende, non ci può essere risparmio. Questo articolo 81 pur non facendo parte dei principi fondamentali enunciati agli articoli 1-12 ridisegna completamente la funzione dello Stato subordinando tutte le altre norme costituzionali.
Giacché poi è molto bravo nel rispondere a una ipotetica critica affermando che, come recita l’articolo 81, <<Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali>>, ma è la Commissione europea che calcola l’indebitamento di un paese e non lo Stato. E per farlo, ancora una volta, si avvale di criteri che tendono al raggiungimento dell’obiettivo della stabilità dei prezzi e del contenimento dell’inflazione. Da qui vengono le famose politiche di austerity che hanno distrutto capacità produttiva e creato disoccupazione.
Chiudo con il dire che uno degli obiettivi importanti che un sano governo dovrebbe avere è il ripristino della Costituzione del ’48 perché <<la sovranità appartiene al popolo>> e non alla Commissione europea o a qualche tecnocrate del nord. Ma, almeno per adesso, sembra che si pensi ad altro, come sempre. A buon intenditore poche parole.

Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica

sabato 20 febbraio 2016

Grecia esangue: mercati e migrazione la affondano

di Vincenzo Cerulli

In questi giorni tutto il territorio greco è tormentato da una crisi di duplice natura: economico-finanziaria e migratoria. Nel solo 2015 in Grecia sono approdati più di 850000 migranti e credo vi ricordiate chiaramente che tipo di estate hanno passato i cittadini greci (banche chiuse per una settimana, prelievi non superiori a 60 euro, default economico ad un passo). La situazione si ripete. Pochi giorni fa la commissione europea ha dato un ultimatum alla Grecia, tre mesi per ristabilire ordine alle frontiere o i benefici del trattato di Schengen verranno riesaminati ulteriormente. Dobbiamo però chiarire una cosa, è molto pericoloso paragonare le frontiere marittime a quelle di terra: ancora di più se a dare ordini sono i paesi del centro-europa che non si devono preoccupare in prima persona delle frontiere esterne, più esposte, fluide e incontrollabili. Un documento della Repubblica Ellenica riporta questo: ” I controlli alle frontiere di mare sono diversi da quelli di terra. Non si possono costruire barriere e il diritto internazionale proibisce il respingimento. Al contrario, il diritto internazionale impone il soccorso alle persone in pericolo in mare. La Grecia adempie tutti i suoi impegni internazionali con operazioni di soccorso che salvano migliaia di vite umane.” Per questo viene da riflettere se poi a decidere sulle frontiere esterne sono proprio quei paesi che quelle frontiere le vedono solo in foto. Il problema dei migranti influisce sul fronte economico e viceversa. Sono di pochi giorni fa le parole di Paul Thomsen (capo economista FMI) che evocano di nuovo l’incubo Grexit, nel caso in cui non venga messo in piedi un piano per sostenere il debito. Tsipras non è più benvoluto dal popolo (negli ultimi sondaggi Syriza è secondo a più di 3 punti percentuali dal partito liberal-conservatore New Democracy in testa) e le manifestazioni di questi giorni (di cui i media italiani stanno riportando ben poco) lo dimostrano abbondantemente: migliaia di agricoltori bloccano le principali autostrade del paese ogni giorno, aggirando le forze dell’ordine hanno bloccato anche l’autostrada principale che conduce Atene all’aeroporto ed arrivati al palazzo del ministero dell’agricoltura hanno trovato sfogo lanciando pietre e ortaggi contro forze dell’ordine che hanno risposto con gas lacrimogeni e granate assordanti. Protestano per l’aumento delle tasse, a cui Tsipras è obbligato per risanare il debito, e per la riforma delle pensioni che porterà a tagli del 15-30%: questo è lo scenario a cui ha portato l’austerità. Le proteste sbarcano anche nelle isole: a Kos, circa 2000 persone il 14 febbraio hanno protestato contro la costruzione di 1 dei 5 hotspot per l’accoglienza dei migranti perché influirebbe negativamente sull’immagine dell’isola, la cui economia si regge quasi unicamente sul turismo. La polizia in tenuta antisommossa ha reagito disperdendo la folla (fra cui bambini, donne e anziani) con gas lacrimogeni. Politiche migratorie inconsistenti e politiche economiche neoliberiste continuano a far scivolare sempre di più la Grecia in un baratro da cui non sembra visibile alcuna via d’uscita. A proposito del legame intrinseco fra economia e migrazione vanno riportate le parole di Varoufakis, che ha da poco inaugurato il suo nuovo movimento politico DiEM25. Nella conferenza di presentazione a Berlino ha detto che c’è il serio rischio di trasformare Italia e Grecia in “campi di concentramento” per rifugiati. Alla buon’ora Yanis!