sabato 23 luglio 2016

Il futuro dell'Europa secondo la visione di Cioran


di Horatiu Chituc

Limitandomi all’immediato, e in special modo all’Europa, prevedo, con una chiarezza perfetta, che la sua unità non si realizzerà, come credono alcuni, con accordi e trattative, ma attraverso la violenza, secondo le leggi che governano la formazione degli imperi”. Queste le parole di Emil Cioran che si riscoprono nel capitolo “Alla scuola dei tiranni” del saggio “Storia e Utopia” pubblicato nel 1960. Queste le parole che, alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, sembrano prevedere la direzione in cui un’Europa sempre più sanguinante potrebbe dirigersi.


Nessuno può negare che il versamento di sangue c’è stato e, con molta probabilità, continuerà ad esserci. Si tratta di una crisi a cui la società “democratica e libera” degli ultimi decenni non è abituata, non come in altre parti del mondo dove si convive quotidianamente con il pensiero della morte e della lotta per la sopravvivenza. Noi invece ci eravamo scordati della guerra, della morte violenta; tutte cose tenute lontane dal nostro guscio protettivo “fortificato” con la libertà e la tolleranza.

Ebbene, a detta di Cioran, sono proprio questi (libertà e tolleranza) gli aspetti che segnano il declino di una civiltà che è arrivata al culmine della sua ascesa e che, da qui, non possono che preannunciare il ritorno a quello che c’era prima. In modo simile avvenne anche la fine della repubblica romana, che, dopo i terribili fatti delle guerre civili, si prostrò ai piedi dei dittatori e degli imperatori dando vita all’impero.

Sebbene, però, l'attuale discorso politico e sociale europeo sia totalmente diverso da quello che era due millenni fa, ci troviamo in una situazione affine per quanto riguarda le crisi intestine che preannunciano un cambiamento radicale nelle coscienze degli Europei, molti di cui sono pronti a reagire, mentre altri si tengono fondamentalmente saldi ai principi occidentali odierni e scelgono come strategia di “combattimento” il “continuare a vivere liberamente”, spacciandolo per una soluzione.

Ma volendo parlare di chi è pronto a cambiare rotta, si deve notare che tra non molto ci saranno le elezioni nei maggiori stati europei (Francia, Germania, Austria) ed è qui che il vero cambiamento può aver luogo, perché il popolo, soprattutto alla luce dei nuovi avvenimenti di stampo terroristico, è pronto a voltare pagina e svoltare a destra; non alla solita destra moderata, ma a quella anti-europeista, vista come nuova speranza per una reazione forte contro il terrorismo.

Collegando una possibile vittoria di questi partiti nei loro rispettivi paesi (che sono il cuore dell’Unione Europea) alla citazione summenzionata di Cioran, dobbiamo chiederci: saranno forse loro i nuovi tiranni di cui dobbiamo avere paura? La risposta è semplicemente no. Si tratta di separatisti, non di uomini politici pronti a unire l’Europa con la spada. E allora chi saranno i veri tiranni? E’ vero che sul piano economico e legislativo per certi aspetti stiamo già in una dittatura mascherata con l’UE che si impone sui vari stati e popoli europei, ma non si tratta ancora di una dittatura con la spada.


E’ proprio dopo le possibili vittorie della destra anti-europeista che vedremo se la visione cioraniana di un’unione tirannica dell’Europa si avvererà come reazione agli impulsi separatisti e indipendentisti. E’ lì che vedremo se questa Unione Europea che vive come una dittatura mascherata avrà il coraggio di rivelare se stessa per quel che è anche in modi violenti e senza scrupoli.   

(Pubblicato originariamente su http://parolaallagora.blogspot.it/)

lunedì 4 luglio 2016

Brogli in Austria: si torna al voto


La Corte Costituzionale austriaca ha riscontrato irregolarità nelle recenti elezioni presidenziali austriache: sono state certificate irregolarità in 94 dei 117 distretti elettorali per un totale di 78 mila schede scrutinate non correttamente. Più del doppio dei voti che decisero l’esito finale. A settembre il popolo austriaco sarà chiamato nuovamente a pronunciarsi.

di Simone Mela

Si andrà di nuovo al voto. I cittadini sono chiamati per l’ennesima volta alle urne. Ma se qualcuno pensa che si tratti del nuovo referendum sulla Brexit, come vorrebbe quella ridicola petizione lanciata in rete, si sbaglia. Proprio così, ad andare a votare saranno invece i cittadini austriaci, i quali dovranno scegliere, questa volta regolarmente, il loro Presidente.
Lo scorso 22 maggio infatti si era concluso veramente al fotofinish il ballottaggio per la presidenza della Repubblica austriaca tra il candidato del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) Norbert Hofer e l’indipendente Alexander Van der Bellen, appoggiato dai Verdi. Grazie al voto per corrispondenza, a spuntarla era stato quest’ultimo con uno scarto di appena 30 mila preferenze (50,3% – 49,7%). Ma le irregolarità riscontrate durante la fase di scrutinio, come l’affluenza al 146,9% al collegio di Waidhofen an der Ybbs (in pratica più votanti degli aventi diritto) o lo scrutinio dei voti per corrispondenza iniziato anzitempo, spinsero il partito nazionalista a chiedere ricorso. Ebbene questo ricorso è stato vagliato dalla Corte costituzionale austriaca.
“Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La nostra sentenza deve rafforzare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia”, ha detto a Vienna il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di pronunciare la sentenza.
In due settimane la Consulta ha ascoltato 90 testimoni e le irregolarità sono state certificate in 94 dei 117 distretti elettorali per un totale di 78 mila schede scrutinate in maniera irregolare: più del doppio dei voti che decisero l’esito finale. Mai prima d’ora era stato annullato un ballottaggio in Austria e mentre Bruxelles rimane a guardare, avendo dichiarato di non interferire con le decisioni prese da uno Stato membro, il pensiero non può che andare a quanto successo in Gran Bretagna con il referendum sulla Brexit. È stata molto chiara infatti la posizione presa dal partito di Hofer di voler sentire l’opinione del popolo sul tema Ue.
Se l’Ue seguita a svilupparsi così distorta verrà il momento di dare la parola ai cittadini austriaci” – Queste sono state le sue parole pochi giorni fa, dopo la consultazione britannica, mentre oggi, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, sempre per quanto riguarda un possibile referendum, risponde che “qualora la Turchia dovesse entrare nell’Unione Europea, ciò non sarebbe gestibile da parte dell’Europa, e ci sarebbe una ragione fondata per domandare alla popolazione austriaca la sua volontà sulla permanenza o meno in un simile contesto. Il caso della Gran Bretagna ha dimostrato che l’Unione Europea, questa Unione Europea, è palesemente lontana dalle persone […] Un cambiamento dei trattati europei in direzione di un ulteriore riduzione delle competenze degli Stati membri, in Austria, porterebbe automaticamente a un referendum”.
Insieme alla Brexit, dunque, l’elezione (prevista per il prossimo settembre) di un presidente nazionalista di uno Stato che fa parte dell’Unione europea, evento mai avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, potrebbe rivelarsi una micidiale doppietta per l’Ue. Non vogliamo nemmeno immaginare cosa stia balenando nelle teste dei vari Severgnini, Saviano e Monti per una decisione così garante della democrazia. Loro, per i quali la democrazia va bene solo se vince la fazione che ritengono più giusta. Loro, che decisioni così importanti non devono essere sottoposte al popolo greve e ignorante. Beh, il popolaccio riandrà a votare e forse attirerà anche coloro i quali hanno preferito Van der Bellen ma, schifati dai brogli messi in evidenza, potrebbero votare a favore di Hofer. Appuntamento a settembre.
(Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica)

sabato 2 luglio 2016

Due facce della stessa medaglia


di Vincenzo Cerulli

Che differenza c'è fra un giovane italiano in fuga verso Londra o la California e un giovane pakistano in fuga verso i nostri lidi? Nessuna nella sostanza. Il primo verrà sfruttato come lavapiatti o commesso tuttofare in un grande magazzino, il secondo come venditore ambulante, nelle spiagge d’estate e nei supermercati d’inverno. C'è solo una piccola differenza formale per quanto riguarda la comodità (il "comfort" cui gli occidentali anelano) dei due tipi di espatrio. Le motivazioni sono le stesse ed anche le ambizioni, causa e fine coincidono da Reggio Calabria, Roma, Milano fino a Islamabad, Lahore e Karachi: anche le ambizioni si appiattiscono su un unico modello planetario, la “way of life” hollywoodiana ha la stessa forza persuasiva su tutti i meridiani. Entrambi hanno deciso di fuggire invece di lottare per cambiare il proprio paese, entrambi sono il frutto più dolce della globalizzazione: lo sradicamento apolide senza scopo.

Il capitalismo li costringe ad abbandonare il proprio paese, i propri cari; eppur loro fuggono alla ricerca del capitalismo, assistiamo ad una sorta di sindrome di Stoccolma per la quale chi è costretto a sopravvivere di stenti invece di cambiare la propria esistenza vuole radicalmente sostituirsi a chi muove gli enormi capitali che stanno massacrando le aziende del proprio paese, invece di combattere chi mette in ginocchio l’economia della propria nazione si limitano ad invidiare i loro stili di vita, si adora malignamente il padrone.

La vittima si lega al carnefice attraverso l’imposizione massmediatica del desiderio irresistibile per quegli oggetti che sono proprio la causa del proprio male, il sigillo della propria sconfitta (vedi “Un comunista a Parigi nel ‘68” Lorenzo Vitelli Circolo Proudhon Edizioni). Così attraverso l’imposizione (che non è assolutamente violenta ma anzi volontaria e “soft”) di quegli oggetti del desiderio (grandi automobili, hi-tech di svago, fast-food etc,etc) le vittime auto-alimentano il proprio mulino del supplizio, un cane che si auto-compiace del proprio mordersi la coda.

Per questo prima di una rivoluzione socio-economico-politica abbiamo innanzitutto bisogno di una Rivoluzione cultural-antropologica: dobbiamo cambiare i nostri oggetti del desiderio. Per concludere, tornando alle nostre due “vittime” del turbocapitalismo finanziario dobbiamo di nuovo sottolineare che desideri identici fanno persone identiche, un unico mercato planetario in cui tutti vogliono le stesse cose è più semplice da controllare piuttosto che 10,100,1000 mercati.

Vi lasciamo con una frase di un intellettuale che forse più di tutti aveva anticipato, compreso e temuto questa tremenda “mutazione antropologica”: Pier Paolo Pasolini. Il poeta ci ha infatti lasciato questo monito: “Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo.”

Se dobbiamo veramente abbattere il Padrone dobbiamo iniziare a riconoscere la nostra condizione di servi, servi colti, con dei diritti, anche belli e in salute ma pur sempre servi: in quanto vicini agli ultimi della società, in quanto in lotta con trattati non voluti e organizzazioni internazionali, servi in quanto più vicini a chi soffre, servi in quanto affamati. 


(Pubblicato originariamente su Economia Democratica) 

mercoledì 29 giugno 2016

Cortocircuito occidentale vol.3


di Vincenzo Cerulli

"Il sindacalista coglione fa più male all'operaio che al padrone"

Ma Landini quando capirà di stare dal lato sbagliato della storia?
Dice che l'UE "va cambiata", non dobbiamo uscirne, bisogna cambiarla dall'interno. Wow! Che lungimiranza, che presa di posizione coraggiosa! Nitidamente a favore degli operai, difatti è la stessa posizione difesa da famosi Kompagni moderni: Merkel, Hollande, Renzi, Padoan, Juncker, Di Maio, Monti etc etc
Quindi lui sarebbe quello buono e giusto rispetto alla Camusso...
Noi non vediamo differenza alcuna fra i due; piuttosto ridateci Antonio Labriola, Nicola Bombacci e Filippo Corridoni!!!

martedì 28 giugno 2016

L'Unione Europea dopo il Brexit


di Simone Mela

La vittoria del Leave come esito del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno dà sicuramente un chiaro e forte segnale all’Unione Europea, incapace di far fronte ai problemi dei cittadini, generando da parte sua una disaffezione dalle istituzioni comunitarie via via sempre più grande.
Volendo aprire una parentesi è paradossale il fatto che si dica, in questi casi, che il singolo Stato nazionale non sia in grado di risolvere problemi globali quando è la stessa Ue a non avere saputo gestire problemi importanti come quello dei flussi migratori. Ma sarebbe anche un po’ grossolano e riduttivo legare il successo di coloro che hanno deciso di lasciare l’Ue con il tema dell’immigrazione, la quale come recentemente scritto dall’intellettuale francese Alain de Benoist è solamente la conseguenza e non la causa della forte mancanza di identità.
Questo successo euroscettico però ha acceso anche gli animi delle altre forze politiche europee che mostrano una forte avversione verso l’impianto eurocratico. Una entusiasta Marine Le Pen, leader del Front National, ha affermato che quella britannica è stata “una vittoria della libertà” e che ora, come chiede da anni, “serve lo stesso referendum anche in Francia” e negli altri paesi dell’Ue. Dall’Olanda, Geert Wilders, fondatore e capo del Partito per la Libertà (PVV), guarda con favore a un possibile abbandono dell’Ue da parte dei Paesi Bassi. “Ora è tempo di un nuovo inizio, se diventerò primo ministro, ci sarà referendum” – ha detto Wilders. Dichiarazioni di questo genere sono arrivate anche dal leader del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) Heinz Christian Strache il quale, forte dell’ottimo risultato ottenuto alle presidenziali da Norbert Hofer, ha sentenziato in questo modo: “Se l’Ue si ostina nel suo rifiuto a fare le riforme, allora un voto dell’Austria sarà un nostro obiettivo”. Persino in Svezia, i Democratici, partito nazionalista, chiedono che vengano rinegoziati gli accordi e che il popolo svedese dovrebbe avere l’opportunità di poter esprimersi sulla sua appartenenza all’Ue. Per finire, segnaliamo anche le parole provenienti dalla Germania stessa pronunciate dal capo di Alternative für Deutschland, Frauke Petry: “I cittadini europei vogliono ora riprendersi la sovranità alla maniera britannica”.
Non c’è dubbio che sul vecchio continente, ora più che mai, soffi un forte vento euroscettico. Il prossimo anno e mezzo sarà fondamentale per capire quale sarà il futuro dell’Ue. Il calendario politico, infatti, prevede le elezioni presidenziali in Francia il prossimo maggio: se il Front National riuscirà a migliorare il risultato delle regionali dello scorso dicembre conquisterà l’Eliseo e allora sarà referendum. In Olanda, sempre nel 2017, ci saranno le elezioni per la Camera, in Austria nel 2018 si terranno quelle parlamentari, vero appuntamento atteso dal Partito della Libertà (FPÖ). E non dimentichiamoci le elezioni federali in Germania il prossimo autunno. Se tutte queste forze politiche si affermeranno nei rispettivi paesi, parole come Frexit o Nexit potranno essere qualcosa di più che semplici slogans.
Il rischio (per Bruxelles) e la speranza (per i popoli liberi) è che il risultato del referendum britannico possa causare il cosiddetto effetto domino. Se nei prossimi mesi i popoli europei, guardando l’esempio britannico, si accorgeranno che fuori dall’Ue c’è vita, questi movimenti euroscettici porteranno moltissimi cittadini a votare per le loro liste. Ovviamente non sarà facile. Si deve sempre tenere a mente che il Regno Unito ha la propria sovranità monetaria e non è precisamente un dettaglio fare un referendum sotto ricatto Draghi che “chiude i rubinetti”, con la conseguente corsa isterica agli sportelli e lo spread alle stelle (Grecia docet).
E in Italia? Già, quasi ci dimenticavamo dell’Italia. Premesso che un primo passo per lanciare qualche segnale a Bruxelles sarebbe bocciare la riforma costituzionale al referendum del prossimo ottobre, nel nostro paese la palla è ormai passata al Movimento 5 Stelle il quale, dopo la conquista del Campidoglio e l’exploit di Torino, si è seriamente candidato come alternativa di governo. Ma la linea politica del M5S su Ue e Euro è a dir poco ambigua. A oggi sembra stare su posizioni più moderate come dimostra l’abbandono del, seppure impossibile, referendum sull’Euro e l’atteggiamento di un Di Maio che strizza l’occhio alla grande finanzia come si è potuto recentemente leggere in un suo tweet. Inoltre come ha riportato Claudio Messora sul suo blog byoblu, sul sito dei 5 Stelle il 20 maggio è uscito un articolo in cui si afferma che “il Movimento 5 Stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla […] il Movimento 5 Stelle si sta battendo per trasformare l’Ue dall’interno”. Quando si tratta di essere dal lato giusto della storia…

(Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica)

venerdì 24 giugno 2016

Cortocircuito occidentale vol.2


di Vincenzo Cerulli

Forse mi sono perso qualcosa?
Scusate lettori ma quando Alexis Tsipras portava avanti la lotta all'austerità e si lamentava dell'insostenibilità dell'ingente numero di richiedenti asilo sul territorio greco era un bravo Kompagno che difendeva il proletariato giusto?
Bene, allora perché ora che chiede le stesse identiche cose Nigel Farage questi viene descritto come uno sporco xenofobo disumano nazionalista? Ve lo diciamo noi perché. Questa è la volta buona che a Bruxelles iniziano ad avere veramente paura. Il Regno Unito batte moneta autonomamente, sovranamente, quindi non è ricattabile. Almeno oggi lasciatecelo dire, Dio strabenedica gli inglesi!

Insostenibilità dell'uguaglianza in Nietzsche


di Vincenzo Cerulli

Elaborato della tesina per un esame di laurea triennale sullo Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

<<Perché così parla a me la giustizia: “gli uomini non sono eguali”.>> (Così parlò Zarathustra – Adelphi pag.113)

Questa frase è pronunciata da Zarathustra nel capitolo ‘delle tarantole’ ed al suo interno vi è concentrata buona parte del pensiero politico di Friedrich Nietzsche. Per il filosofo di Rocken la vita, in quanto volontà di potenza, è continuo e perenne auto-superamento di se stessa, gerarchia, è conflitto e guerra, diseguaglianza, differenza ed elevazione: per questo non accetta che venga limitata in forme prestabilite e già sempre fissate. La figura della tarantola metaforicamente rappresenta il tipo politico del progressista, figlio dell’epoca dei “lumi”, fedele nel progresso dell’umanità viene descritta come affascinata e promotrice della volontà di uguaglianza, che per Nietzsche è la suprema realizzazione del cristianesimo di derivazione paolina. Paolo di Tarso infatti con la rivolta degli schiavi ha ribaltato l’impero romano, il più grande impero che gli uomini abbiano mai conosciuto. La volontà di uguaglianza è lotta contro la potenza, lotta contro la vita, la volontà di essere tutti uguali deriva dal sentimento di vendetta e gelosia nei confronti del più forte, del ‘signore’: per questo il cristianesimo di Paolo è l’ideologia fondamentale del nichilismo. Alla morte di Cristo i suoi discepoli, guidati da Paolo, hanno negato quello che il profeta aveva predicato in vita: in primo luogo il concetto di “offrire l’altra guancia”. I cristiani alla morte della loro guida sono caduti nel risentimento, hanno provato odio e desiderato vendetta contro la figura del ‘signore’ romano, in questo modo hanno fatto crollare un impero, fattisi portavoce dell’uguaglianza planetaria hanno colpito a morte chi non accettava la loro volontà (l’impero pagano prima e gli eretici pagani dopo). Qui sta il vulnus degli ‘ideali egualitari’: Nietzsche critica proprio il fatto che chi li professa nasconda la propria volontà di comandare dietro una fumosa giustizia oggettiva. <<Se il sofferente, l’oppresso perdesse la fede di avere il diritto di disprezzare la volontà di potenza, entrerebbe nello stadio della più nera disperazione. Ciò avverrebbe se questo carattere fosse essenziale alla vita, se risultasse che anche in quella “volontà di morale” è camuffata solo questa “volontà di potenza”, che anche quell’odio e quel disprezzo è ancora una volontà di potenza. L’oppresso capirebbe di stare con l’oppressore ‘sullo stesso piano’ e di non avere un ‘diritto migliore’, un ‘rango superiore’ rispetto all’altro.>> (KSA 12, OFN VIII, I) Questa “cattiva coscienza”, o ipocrisia di fondo, che troviamo nella volontà di uguaglianza (che altro non è che volontà di potenza camuffata) viene descritta ancor meglio da Nietzsche in un passo in cui delinea una dialettica simile a quella servo-padrone in cui l’influenza di Hegel è palese: <<Ogni volta che ho trovato un essere vivente, ho anche trovato volontà di potenza; e anche nella volontà di colui che serve ho trovato la volontà di essere padrone. Il debole è indotto dalla sua volontà a servire il forte, volendo egli dominare su ciò che è ancora più debole: a questo piacere, però, non sa rinunciare. E come il piccolo si dà al grande, per avere diletto e potenza sull’ancor più piccolo: così anche ciò che è più grande dà se stesso e, per amore della potenza, mette a repentaglio - la vita>> (Così parlò Zarathustra pag.130,131 Della vittoria su se stessi). Con Nietzsche allora ci chiediamo: <<è giusto che il servo valga quanto il padrone, è giusto che “chi non ha rischiato la propria vita”(Hegel) abbia tanto potere di incidere sulla realtà quanto chi ha rischiato tutto?>>. La risposta di Nietzsche è assolutamente negativa e la possiamo in parte scorgere in questo passo: <<Perché gli uomini non sono eguali: così parla la giustizia. E a loro (qui con particolare riferimento ai ‘dotti’) non dovrebbe essere lecito volere ciò che io voglio>>.(Così parlò Zarathustra pag.145 Dei dotti) Qui il filosofo è chiarissimo, si delinea una gerarchia netta fra chi serve e chi comanda ed il primo non ha “diritto a volere” quanto il secondo.

 La volontà di uguaglianza si manifesta politicamente attraverso la democratizzazione di ogni spazio della vita associata; per Zarathustra però questa volontà di uguaglianza non è altro che la massima realizzazione del nichilismo ed in quanto tale negazione della vita.  Per Nietzsche una società, un’epoca più in generale, si può definire ‘sana’ ed in forze solo se permane quella gerarchia che da sempre contraddistingue la storia degli uomini. L’impero romano è stato grande proprio perché comandato da ‘signori’ e non da servi, o da “servi eletti”, scelti dal popolo. Nietzsche troverà questa ‘forza’, questa ‘salute’, questa ‘postura eroica’ nei confronti della vita anche nel Rinascimento italiano: <<Le epoche forti, le culture nobili vedono qualcosa di spregevole nella compassione, nell’amore del prossimo, nella mancanza di sé e di sentimento di sé. – Le epoche sono da misurarsi secondo le loro ‘forze positive’ – e così ne risulta che quell’epoca così prodiga e fatale del Rinascimento fu l’ultima grande epoca, e noi, noi moderni con la nostra ansiosa sollecitudine verso noi stessi e il nostro amore del prossimo, con le nostre virtù del lavoro, della modestia, della legalità, della scientificità – accumulatori, economici, macchinali – siamo un’epoca ‘debole’… Le nostre virtù sono condizionate, sono ‘provocate’ dalla nostra debolezza.>>(GD Scorribande di un inattuale 37) All’origine della volontà di uguaglianza c’è l’invidia verso chi possiede volontà di potenza: per questo la morale degli schiavi, la morale cristiana, è giudicata da Nietzsche come una morale del ‘ressentiment’, una morale contro-natura. <<Nell’imporre un unico standard e un’unica condotta per tutti, nel trascurare la distinzione e la differenza – soprattutto in senso gerarchico – “la morale come contro-natura, cioè quasi ogni morale finora insegnata, venerata e predicata, si rivolge al contrario contro gli istinti della vita, – essa è una condanna ora segreta, ora rumorosa e sfacciata di questi istinti”(GD Morale come contro-natura 4). E’ in realtà immorale dire: “Quel che è giusto per uno deve essere giusto per l’altro”(JGB 221)>>(Chiara Piazzesi – Nietzsche pag.151). Dunque la critica raggiunge un senso ontologico nel momento in cui democratizzazione ed uguaglianza, passando per il cristianesimo, vengono ricondotte perfettamente al nichilismo.

Alla figura della tarantola Nietzsche oppone in maniera speculare la figura della “scimmia di Zarathustra” nel capitolo ‘del passare oltre’. Questo “pazzo furioso” infatti è la rappresentazione poetica della figura del reazionario. La “scimmia” ha in comune con Zarathustra l’insofferenza verso la modernità, il senso di inadeguatezza esistenziale verso la propria epoca; le loro proposte sono però opposte. La scimmia vuole “tornare indietro”, sente la mancanza dei vecchi valori, della metafisica, della figura rasserenatrice di Dio e per questo tenta una sorta di “restaurazione”; Zarathustra invece vuole “passare oltre” la modernità attraverso la creazione di valori nuovi. I suoi modi e le sue pose sono grottesche, i suoi discorsi sono brutte copie di quelli di Zarathustra, la sua vita è una continua riesumazione di valori perduti per sempre. Se assumiamo che “Dio è morto” la messa, il rito eucaristico, altro non è che farsa, messa in scena: ecco, così è la vita della “scimmia”, una farsa. Prendendo in prestito l’immagine delle “tre metamorfosi” potremmo anche dire che la “scimmia”, dopo aver assistito alla vittoria del leone sul cammello-drago, senta una vertigine profondissima, un horror vacui tremendo ed insopportabile nel vedersi sola come “signore nel deserto”. Le sue spalle non sopportano il peso di quella responsabilità destinale a cui è chiamata a rispondere: tra “le vecchie tavole e nuove” vede il nulla e non ha il coraggio di superarlo con la creazione di valori nuovi.

Qui c’è probabilmente una differenza ontologica fra l’agire della “scimmia” e quello della tarantola e Nietzsche sembra addurre un peso più grave a quello di quest’ultima. Secondo le “tarantole” la modernità va ancor di più accelerata; ma non superata nel modo di Nietzsche, non con un nuovo creare, non con l’innocenza tragica a cui sarà destinato il fanciullo, bensì con l’uguaglianza planetaria. Annullando tutte le differenze, le diversità, le gerarchie, non fanno altro che imporre una gerarchia diversa, quella secondo la quale il forte deve essere dominato dai deboli e deve essere anche punito per la sua potenza.  Così parlano le tarantole dalle loro tane: “Noi vogliamo esercitare la vendetta e l’oltraggio contro tutti coloro che non sono eguali a noi”(Così parlò Zarathustra pag.111).  Nietzsche identifica la volontà di eguaglianza con il nichilismo, ci dice che proprio presso le “tarantole”, fra gli ideali egualitari, ha trovato dimora: “Vogliono far male a quelli che ora hanno la potenza: infatti, presso coloro trova miglior domicilio la predica della morte”(Ibidem pag.113). Da qui deduciamo la gravità ontologica maggiore delle tarantole; di contro le “scimmie” sono talmente spaesate nel deserto di valori da iniziare a fingere che Dio non sia morto, (una sorta di psicosi?) non accettano la fine di un’epoca e quindi non ne inaugurano una nuova. Riprendendo l’immagine delle “tre metamorfosi” sembra quasi che le tarantole si trovino perfettamente a loro agio nel deserto di valori, per loro il processo di metamorfosi dello spirito si dovrebbe fermare al leone, non hanno bisogno di valori nuovi, non viene prospettato un fanciullo futuro per “redimere” la modernità. La loro libertà si esaurisce nell’essere “liberi da”, morto il drago non si chiedono “per cosa” sono libere adesso. Probabilmente fanno corrispondere “valori nuovi” unicamente a “regole nuove” e loro non ne vogliono sentir parlare, nemmeno se sono chiamati essi stessi a scriverle. Ecco uno “schizzo” dell’epoca moderna, in cui la “libertà” priva di responsabilità viene ridotta a liberalità, la liberazione alla liberalizzazione.
I cuori di tarantola hanno scambiato la possibilità della libertà più grande, quella cioè di darsi valori nuovi autonomamente, con la misera sregolatezza offerta dal non darsi nessun valore. Qui si compie una trasvalutazione dei valori, il “tu devi” del cammello diventa “io voglio” ma questo “io voglio” non si decide sull’oggetto del proprio volere e così la potenziale carica liberatrice della volontà del leone si auto-estingue nell’atto del consumo sfrenato e sregolato, la volontà di potenza si riduce ad obbedienza all’istinto. “Creo dunque sono” direbbe il fanciullino annunciato da Zarathustra; “consumo dunque sono” sibilano le tarantole in ogni dove, ecco la loro libertà, libertà di consumare.

Ora viene spontaneo notare che nella nostra epoca in maggioranza assoluta sono le tarantole, la fede nel progresso dell’umanità è incrollabile, persino dopo il suicidio di intere generazioni in due guerre mondiali, persino dopo la bomba atomica si continua ciecamente a credere in due parole chiave: “crescita e progresso”. Si continua a ripetere che la “tecnica” è imparziale, oggettiva, e che sta all’uomo forgiarla in base ad ideali di giustizia ed uguaglianza. Si ignora la critica di Heidegger riguardo l’impossibilità dell’imparzialità della tecnica, quindi si arriva presto a dire che la bomba atomica non era una male “in sé”, che c’è sicuramente un modo “umano” per utilizzarla.

 Qui sarebbe interessante mettere in relazione la critica che Carl Schmitt opera sul concetto di “umanità” con quella di Nietzsche su quello di “uguaglianza” , i due concetti vengono spesso utilizzati assieme per giustificare oggettivamente interessi molto soggettivi; purtroppo non si dispone dello spazio necessario.

 Ricordiamo invece brevemente il nesso fra “tecnica” ed “uguaglianza”. “Dio creò gli uomini diversi, Samuel Colt li rese uguali”. Questa celebre frase segna il passaggio di un’epoca: questo passaggio non riguarda unicamente il campo bellico. Avviene un rovesciamento talmente importante da arrivare a toccare qualsiasi spazio della vita associata. Il passaggio di cui parlo è quello per cui non conta più la preparazione militare, l’allenamento, la forza, il coraggio o lo spirito necessario per un combattimento corpo a corpo; tutto si riduce alla velocità di esecuzione, chi arriva primo al grilletto vince (la situazione è portata oggi all’estremo con i droni per i bombardamenti comandati a migliaia di chilometri di distanza). Gli uomini vengono tutti portati allo stesso livello: il “coraggio”, cifra di distinzione che permette a  Zarathustra di scrollarsi di dosso il “nano” (Ibidem pag.183 La visione e l’enigma), è costretto a comparire sempre più raramente in una società perfettamente meccanizzata. Da quella grande nazione che chiamiamo USA è partita, ancora prima che con la rivoluzione francese, la “riscossa per l’uguaglianza”: questo paese viene difatti preso a modello come esempio di democrazia e tutto quello che succede lì (in campo economico, sociale, politico etc), in un breve periodo si ripresenta anche qui nel vecchio continente. Sempre negli USA nascono quei movimenti che Alain De Benoist nomina come portatori di un “femminismo egualitario”, movimenti che ancor oggi foraggiano la “gender theory”, una teoria “che non esiste”. Qui vi facciamo riferimento solo per far notare ancora di più come la direzione verso cui sta precipitosamente correndo la nostra società è quella dell’uguaglianza totale, l’uguaglianza figlia dell’assenza di differenze e discrepanze: “A differenza del femminismo identitario o differenzialista, che pone l’accento sulla differenza, la promozione o la riscoperta del femminile, il femminismo egualitario sostiene che sarà possibile raggiungere una vera parità fra uomini e donne solo quando nulla sarà più in grado di distinguerli tra loro” (Alain De Benoist – Oltre l’uomo e la donna Circolo Proudhon Edizioni, pag.6). Non possiamo esimerci dal cercare di trovare i punti di raccordo fra le parole del pensatore francese e quelle di Nietzsche. Quella di De Benoist è una bieca reazione o una seria critica nel solco del filosofo della volontà di potenza? Così Nietzsche riguardo la ‘vita’: “E poiché ha bisogno di altezza, ha bisogno anche dei gradini e della contraddizione tra i gradini e coloro che salgono! Salire vuole la vita e salendo superare se stessa”(Così parlò Zarathustra pag.113). Come può esserci ‘differenza’ in una società in cui le categorie maschio/femmina, uomo/donna vengono meno? Viene qui prospettata una società di individui neutri ed eguali, è forse queste la naturale evoluzione dell’antropologia cristiana fondata da San Paolo, è forse questo un passo avanti verso l’umanità unificata come “un solo gregge” del Vangelo di Giovanni? Chiudiamo questa parentesi con le ultime parole del pamphlet prima citato: “E’ il sogno di una postmodernità post-sessuale dove, non essendo riusciti a creare una società senza classi ci si accontenterà di una società senza sessi. Una società dove la ‘liberazione del desiderio’ non consiste nella volontà di liberare il desiderio, bensì nel dovere di liberarsene. Un sogno di indistinzione, un sogno di morte”. (Ibidem pag.33) Un ‘sogno di morte’, forse così Nietzsche vedeva i sogni di uguaglianza che già nel suo secolo iniziavano a farsi strada attraverso le teorie socialiste. Chiara Piazzesi sullo stesso argomento: <<… Nietzsche riconosce le idee democratiche, il socialismo e perfino il femminismo come alcune delle più forti tendenze “uniformatrici” della modernità, rivolte ad eliminare le differenze in quanto disparità, a livellare la superiorità, ad “ammansire” ogni personalità che non sia moralmente e socialmente addomesticata.>>(Carocci Editore – Nietzsche pag.148)  Quindi ora ci chiediamo: prospettiva estrema quella di Nietzsche o profezia avveratasi? Credendo di costruire una società giusta ne stiamo disegnando una senza gradini e senza differenza fra chi li dovrebbe scalare; per questo per salire in alto ormai non possiamo far altro che auto-superarci, “salire sul nostro capo”. “E se ormai ti sono venute a mancare tutte le scale, bisogna che tu sappia salire sul tuo capo: come potresti altrimenti salire in alto?” (Così parlò Zarathustra pag.178 Il viandante)


Una società “senza gradini” potremmo “abbozzarla” qui anche in un altro senso: una società in cui chi 200 anni fa non sarebbe sopravvissuto per malformazioni genetiche, deficit alla nascita o semplici malattie, oggi vive tranquillamente grazie a piccole operazioni o semplici antibiotici. “Ai brutti tempi andati di rado sopravviveva un bambino che avesse qualche spiccato, o lieve, difetto ereditario. Oggi invece, grazie all'igiene, alla farmacologia moderna e alla coscienza sociale, quasi tutti i bambini venuti al mondo giungono a maturità e si moltiplicano. Date le condizioni oggi dominanti, ogni progresso della medicina sarà frustrato da un corrispondente aumento del tasso di sopravvivenza degli individui che dalla nascita portano con sé una qualche insufficienza genetica.... Una società siffatta fino a quando potrà conservare le sue tradizioni di libertà individuale e di governo democratico? Fra cinquanta o cento anni i nostri bambini daranno una riposta a questa domanda.” (Aldous Huxley – Ritorno al mondo nuovo, pag.247) Non si vuole in nessun modo dare un’interpretazione biologistica del filosofo tedesco ma questa riflessione di Huxley ci pone di fronte degli interrogativi capitali: se ciò accade dal punto di vista biologico dal punto di vista “morale-filosofico” avviene lo stesso? Il ‘malato’ o ‘debole’ nello Zarathustra non è malato o debole fisicamente (geneticamente), questa figura è descritta nel capitolo ‘Dei predicatori di morte’ (pag.46.48). “Basta che incontrino un malato o un vegliardo o un cadavere, perché dicano <<la vita è confutata!>>. Ma soltanto loro sono confutati e il loro occhio, che dell’esistenza vede solo quell’un volto”(Ibidem pag.46) I ‘malati’ sono coloro che dicono no alla vita, sono quelli che predicano la morte in ogni dove ma non compiono mai l’estremo gesto verso se stessi, sono anche quelli che non sopportano (tragen) il ‘pensiero più abissale’, l’eterno ritorno. Qui si definisce un’altra gerarchia, sta “sopra” chi sopporta quel peso, il ‘sano’, il ‘forte’ e sta “sotto” chi si dispera e “si rovescia a terra digrignando i denti” (Gaia Scienza frammento 341). In questa prospettiva l’ultimo uomo è ‘malato’, soffre l’eterno ritorno, non lo sopporta e subisce la ‘dècadence’ senza riuscire a superare il nichilismo; l’oltreuomo è invece il ‘forte’ che grazie al coraggio che mostra nel sopportare “il peso più grande” si scrolla  di dosso il ‘nano’ e supera il nichilismo, lo sopporta, lo sostiene.