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sabato 3 settembre 2016

La satira e Charlie Hebdo


di Horatiu Chituc

Ai tempi di Platone c’era un certo Diogene di Sinope, un cinico che era contraddistinto dai i suoi comportamenti fuori dal comune e contrari ad ogni convenzione sociale. Infatti questo “filosofo cane” viveva in una botte, urinava sulle persone, defecava nel teatro, si masturbava in pubblico e non aveva paura di mostrare disdegno nei confronti del potere (politico) e dei potenti. Emblematico è l’episodio in cui gli si presenta davanti Alessandro Magno chiedendogli se avesse bisogno di qualcosa e Diogene risponde: "Scostati un poco dal sole".

Tale atteggiamento, di sovversione dei valori e delle gerarchie del potere ricompare da sempre nella satira la quale si può manifestare con un umorismo più o meno dissacrante. E quei gradi, quel più e quel meno, possono essere decisamente significativi per determinare una reazione piacevole o spiacevole nelle persone, anche e soprattutto in base alle circostanze in cui ci si trova. Infatti, se io inizio a fare satira pesante e insultare un morto mentre si celebra il suo funerale il mio comportamento sarebbe fortemente condannato da tutti i presenti, mentre uno spezzone di Crozza che si prende gioco di Renzi o del Papa non crea scandalo quasi per nessuno, anzi, è accettato dalla maggior parte perché permette un momento di sfogo collettivo, in cui noi, gente comune, impotenti davanti ai grandi poteri, li possiamo vedere ridotti a qualcosa di più basso di cui si può ridere per quanto risultano ridicoli in quella forma.

Ora, per parlare dell’episodio dell’ultima ora, ciò che hanno concepito “le eccellenti menti creative” di Charlie Hebdo oggi, ma anche in passato (infatti per loro questa è la prassi), assomiglia più alla masturbazione in pubblico di Diogene e alla sua defecazione in teatro. Infatti, di questo si tratta: non di fare umorismo vero e proprio, ma di defecare sotto i riflettori di tutto il mondo e di credere che questo in verità faccia ridere (nonostante sia pure vero che spesso producono il loro materiale cercando di colpire obiettivi ben precisi come i potenti della politica e della religione, sempre con un modo di fare che segue gli aspetti più estremi dei valori occidentali odierni).



Eppure, dopo la pubblicazione di oggi, c’è qualcuno che, volendo difendere la rivista parigina, vede nella battuta “Circa 300 morti in un terremoto in Italia – si legge -. Ancora non si sa se il sisma abbia gridato ‘Allah akbar’ prima di tremare” comparsa sulla stessa pagina della vignetta, un modo per dire “l’Europa ha tremato per gli attacchi terroristici fino adesso, ma si è scordata di come le forze politiche interne non si siano curate della sicurezza dei cittadini” e tenta di giustificare la vignetta così. Ma i problemi con questo tipo di giustificazione sono i seguenti: 1) Il contenuto della vignetta è completamente diverso dal contenuto della battuta, perciò è legittimo criticare il primo senza tener conto del secondo. 2) Non è detto che l’interpretazione della battuta sia quella giusta anche perché non c’è un esplicito riferimento o indizio che ci faccia pensare che la volontà dello scrittore fosse proprio quella di denunciare le forze politiche interne. 3) Anche se l’interpretazione fosse quella giusta e la volontà dello scrittore fosse proprio quella di dire ciò che alcuni hanno interpretato, il riferimento implicito della battuta non è per niente chiaro. 4) Non è detto che il disastro del terremoto sia il risultato di decisioni politiche sbagliate o “volutamente sbagliate”, anche perché le indagini sono ancora in corso e le colpe ancora da stabilire.

Il punto “4)” ci riporta al secondo momento della vicenda, quello in cui le menti di Charlie Hebdo hanno preso coscienza della reazione indignata dell’opinione pubblica italiana e hanno tentato di salvarsi in calcio d’angolo. Infatti, sempre oggi, a poche ore dalla prima vignetta, ne hanno prodotta un’altra in cui compare un terremotato sotto le macerie che dice “Italiani, non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!”. Ritorna dunque il punto “4)”, con una precisazione aggiuntiva, ovvero, nonostante ci siano state delle accuse di legami tra la mafia e il consorzioche si è occupato della costruzione del sistema antisismico per una scuola di Amatrice che poi è crollata, il ché significherebbe che la mafia ha veramente una colpa in ciò, il TAR ha respinto questi collegamenti tempo fa e, comunque, come detto prima, le colpe sono ancora da stabilire, perciò puntare già il dito contro qualcuno e in special modo contro la mafia, risulta in questo caso solo un luogo comune senza alcuna base nella realtà (almeno per ora).



Diciamo tutto ciò considerando però che la mafia c’entrava veramente nella tragedia del terremoto de L’Aquila e che Charlie Hebdo non è l’istituzione che si occupa delle indagini, ma una rivista satirica. Però l’umorismo, per essere tale deve partire da qualcosa che si può riscontrare nella realtà dei fatti, altrimenti risulta solo un esercizio di ignoranza e stupidità e l’attenzione viene rivolta più sulle sue sbadate imprecisioni che sull’essenza della battuta.

Volendo dare un'occhiata pure a quelle che sono state le reazioni dell'opinione pubblica, è ovvio che, per via degli attacchi terroristici avvenuti nella redazione della rivista parigina, il discorso sui social e in generale si è incentrato soprattutto sulla libertà di parola e chi ha scelto di difendere Charlie lo ha fatto secondo questo principio. 

Qui c’è molta confusione e bisogna fare chiarezza. Infatti, la libertà di parola è una cosa, il contenuto di un discorso, di un’immagine, di un simbolo è un altro. La libertà di parola è un principio che in Occidente è diventato (giustamente) sacrosanto, ma, d’altro canto, giustificare i contenuti di qualsiasi discorso/immagine/simbolo mettendoci in mezzo questo principio non ha senso. 
Un’analogia adeguata sarebbe quella di un re che legittima il proprio potere attraverso il principio divino. La stessa cosa sta avvenendo con la libertà di parola (il contenuto si legittima con il principio) e sembra quasi che una reazione di disdegno per il contenuto di un discorso e di chi lo fa sia in verità un attacco rivolto al principio stesso (almeno nella mente di taluni). Nulla di più vero, anche se c’è anche chi lo attacca veramente. Ma il diritto di reagire liberamente a qualsiasi cosa si ha davanti, purché sia una reazione nei limiti della legalità, è un diritto sacrosanto quanto quello della libertà di parola. E poi ricordiamoci anche che, come dice un proverbio italiano,  “Il pensare è libero, ma il parlare vuol prudenza”.

Pubblicato originariamente su Parola all'agorà

sabato 23 luglio 2016

Il futuro dell'Europa secondo la visione di Cioran


di Horatiu Chituc

“Limitandomi all’immediato, e in special modo all’Europa, prevedo, con una chiarezza perfetta, che la sua unità non si realizzerà, come credono alcuni, con accordi e trattative, ma attraverso la violenza, secondo le leggi che governano la formazione degli imperi”. Queste le parole di Emil Cioran che si riscoprono nel capitolo “Alla scuola dei tiranni” del saggio “Storia e Utopia” pubblicato nel 1960. Queste le parole che, alla luce degli avvenimenti degli ultimi giorni, sembrano prevedere la direzione in cui un’Europa sempre più sanguinante potrebbe dirigersi.


Nessuno può negare che il versamento di sangue c’è stato e, con molta probabilità, continuerà ad esserci. Si tratta di una crisi a cui la società “democratica e libera” degli ultimi decenni non è abituata, non come in altre parti del mondo dove si convive quotidianamente con il pensiero della morte e della lotta per la sopravvivenza. Noi invece ci eravamo scordati della guerra, della morte violenta; tutte cose tenute lontane dal nostro guscio protettivo “fortificato” con la libertà e la tolleranza.

Ebbene, a detta di Cioran, sono proprio questi (libertà e tolleranza) gli aspetti che segnano il declino di una civiltà che è arrivata al culmine della sua ascesa e che, da qui, non possono che preannunciare il ritorno a quello che c’era prima. In modo simile avvenne anche la fine della repubblica romana, che, dopo i terribili fatti delle guerre civili, si prostrò ai piedi dei dittatori e degli imperatori dando vita all’impero.

Sebbene, però, l'attuale discorso politico e sociale europeo sia totalmente diverso da quello che era due millenni fa, ci troviamo in una situazione affine per quanto riguarda le crisi intestine che preannunciano un cambiamento radicale nelle coscienze degli Europei, molti di cui sono pronti a reagire, mentre altri si tengono fondamentalmente saldi ai principi occidentali odierni e scelgono come strategia di “combattimento” il “continuare a vivere liberamente”, spacciandolo per una soluzione.

Ma volendo parlare di chi è pronto a cambiare rotta, si deve notare che tra non molto ci saranno le elezioni nei maggiori stati europei (Francia, Germania, Austria) ed è qui che il vero cambiamento può aver luogo, perché il popolo, soprattutto alla luce dei nuovi avvenimenti di stampo terroristico, è pronto a voltare pagina e svoltare a destra; non alla solita destra moderata, ma a quella anti-europeista, vista come nuova speranza per una reazione forte contro il terrorismo.

Collegando una possibile vittoria di questi partiti nei loro rispettivi paesi (che sono il cuore dell’Unione Europea) alla citazione summenzionata di Cioran, dobbiamo chiederci: saranno forse loro i nuovi tiranni di cui dobbiamo avere paura? La risposta è semplicemente no. Si tratta di separatisti, non di uomini politici pronti a unire l’Europa con la spada. E allora chi saranno i veri tiranni? E’ vero che sul piano economico e legislativo per certi aspetti stiamo già in una dittatura mascherata con l’UE che si impone sui vari stati e popoli europei, ma non si tratta ancora di una dittatura con la spada.


E’ proprio dopo le possibili vittorie della destra anti-europeista che vedremo se la visione cioraniana di un’unione tirannica dell’Europa si avvererà come reazione agli impulsi separatisti e indipendentisti. E’ lì che vedremo se questa Unione Europea che vive come una dittatura mascherata avrà il coraggio di rivelare se stessa per quel che è anche in modi violenti e senza scrupoli.   

(Pubblicato originariamente su http://parolaallagora.blogspot.it/)

lunedì 28 marzo 2016

Siria, armi chimiche e il doppio standard dell'Occidente


Sono passati cinque anni dallo scoppio della guerra civile in Siria e lo scenario che ci è stato presentato in questo lasso di tempo è sempre stato alimentato dalla smania di un Occidente ansioso di accelerare il processo del cambio di regime al fine di liberare il popolo siriano dal dispotismo dell'"orrendo dittatore" Bashar al-Assad. Chi altro poteva autoproclamarsi eroico capo di questa nobile impresa verso l'abbattimento del male, proponendosi di esportare libertà e democrazia nel resto del mondo, se non proprio gli Stati Uniti d'America? Dunque, la ormai classica trama di questo "nuovo" film hollywoodiano era scritta, i media dovevano solamente interpretarla con una performance convincente ed una buona retorica.

di Horatiu Chituc


La retorica di cui stiamo parlando è quella del "bene contro il male", cioè, la stessa usata in modo clamoroso nel 2003 con l'inizio della guerra in Iraq che, un po' per gli interessi economici nella regione, un po' per un'incompetenza allarmante dal punto di vista amministrativo, fu chiaramente smascherata e scarnificata dallo strato molto spesso di falsità e bugie quando si ebbe di fronte la realtà dei disastri sociali e della totale anarchia provocati dall'intervento militaristico statunitense che voleva assolutamente un regime change.
Ma non c'è bisogno di esempi che vadano oltre gli eventi accaduti in Siria per dimostrare come le intenzioni dell'Occidente non derivino da una pura e ingenua volontà di promuovere nobili valori come la libertà e la democrazia lì dove invece regna il male e l'oscurità. E questo lo sappiamo con precisione perché già nel lontano 2006 l'organizzazione non-profit Wikileaks, fondata da Julian Assange, è riuscita a mettere mano sulle comunicazioni private tra l'ambasciatore americano a Damasco William V. Roebuck e la Casa Bianca in cui vengono discussi i punti deboli di Assad su cui poter progettare un piano machiavellico per destabilizzare e generare paranoia nel governo siriano. E tutto ciò avvenne cinque anni prima dell'ondata di rivoluzioni che caratterizzarono la Primavera Araba, momento in cui il governo siriano oppose una resistenza ferrea dando luogo alla sanguinosa guerra civile che continua ancora oggi.
Ci sono quindi buoni motivi per sospettare che le prime proteste in Siria siano state il risultato di un'orchestrazione subdola portata avanti da esterni che avevano come interesse la caduta del governo di Assad come afferma anche la parlamentare siriana di religione cristiana Maria Saadeh che oltre a denunciare il fatto che i "rivoluzionari" lasciavano i loro posti di lavoro perché erano pagati di più (non si sa bene da chi) per partecipare alle proteste contro il regime, osa anche criticare la terminologia dei media occidentali che identificano la Siria con una dittatura.
Ora, per essere precisi, Bashar al-Assad è un capo di stato che, dopo trent'anni di governo del padre Hafiz al-Assad, ha ereditato la sua carica in modo anticostituzionale, dato che era troppo giovane per diventare presidente secondo la legge siriana, e con delle elezioni (si fa per dire) in cui lui era l'unico candidato dell'unico partito Ba'th riuscendo così a prendere il potere in uno stato dove l'opposizione era messa fuorilegge. Già facendo queste considerazioni ci si rende conto che è un po' difficile definire Bashar al-Assad un capo di stato democratico che rispetta la legge del proprio stato e, anzi, secondo gli standard occidentali è pure giustificata la definizione di dittatore tenendo anche conto del suo lungo incarico durato quasi sedici anni. Ma quello di cui parla Maria Saadeh è da considerare più che altro come una percezione che hanno i siriani i quali, secondo le sue parole, non ritengono che il proprio paese sia un regime dittatoriale.
Gli occidentali hanno invece percezioni diverse e spesso distorte dal giornalismo propagandistico dei media. Infatti, durante questi cinque anni in cui centinaia di migliaia di persone hanno perso la vita, c'è un evento particolarmente controverso e spesso esposto con superficialità mediatica che ha rappresentato un punto cruciale nell'evoluzione della guerra siriana: si tratta ovviamente del presunto uso di armi chimiche da parte del governo siriano sui propri cittadini.
Gli attacchi chimici che accaddero nel 2013 furono molteplici: il primo avvenne il 19 marzo a Kahn al-Asal nella città di Aleppo in cui morirono 10 civili e 16 militari al servizio del governo; il secondo ebbe luogo presumibilmente tra il 12 e il 14 aprile a Jobar, Damasco, ma si trattò più che altro di un accusa infondata da parte di alcuni giornalisti e dell'intelligence francesi che non ebbe nessun riscontro nelle investigazioni dell'ONU; e, infine, il più famoso e distruttivo attacco fu quello di Guta a Damasco del 21 agosto in cui morirono tra le 281 e le 1.729 persone.
Le reazioni a quest'ultima devastante tragedia si polarizzarono subito in due fazioni: da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati additavano frettolosamente il governo siriano come responsabile indiscutibile dell'accaduto il quale andava punito a suon di bombardamenti per aver oltrepassato la "linea rossa" tracciata da Obama; dall'altra Assad respingeva le accuse supportato dalla Russia di Putin che invitava alla calma e suggeriva di aspettare i risultati di un'investigazione sul campo prima di giungere a delle conclusioni.
Perciò il Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon fornì una squadra che guidasse l'investigazione sul luogo dell'accaduto e, sebbene il resoconto dell'operazione risultasse quasi del tutto neutrale, una magistrata svizzera di nome Carla Del Ponte che faceva parte del team investigativo dichiarò più volte che le prove rinvenute tendevano a colpevolizzare di più i ribelli dell'opposizione che il governo siriano. Le sue dichiarazioni però furono largamente e ingiustamente ignorate dai media occidentali che non sembravano aver alcun problema con il fatto che nella primavera del 2013 erano stati arrestati dalle autorità turche alcuni membri di al-Nusra (ribelli siriani affiliati ad al-Qaeda) per il possesso del medesimo gas nervino sarin che venne usato negli attacchi chimici. E un altro fatto su cui si discute poco è che nell'attacco di Khan al-Asal vennero impiegati razzi fabbricati in casa e non quelli standard usati dall'esercito siriano.


Ma c'era da aspettarselo che piccoli incidenti di questo genere venissero ignorati da un Occidente che addirittura sponsorizza questa opposizione composta da gruppi terroristici che, con molta probabilità, sono responsabili di orribili crimini di guerra.
Ma possono bastare solo queste considerazioni per provare l'innocenza di Assad? Certo che no. Però, tutto ciò che abbiamo detto fino adesso mette in evidenza un altro fatto ancora più sconcertante e cioè: l'esistenza di un doppio standard nella politica estera dei paesi occidentali che, con le sue azioni, sembra dirci: se lo fa Assad, dobbiamo distruggerlo; se lo fanno i ribelli, beh...allora possiamo pure chiudere un occhio. I crimini e le vite umane perse non vengono giudicate più con lo stesso criterio e non hanno più un valore oggettivo, perché ciò che conta ormai è da chi sono compiuti tali atti e non il loro valore intrinseco: quindi, i crimini sono crimini che vanno puniti solo se è il mio avversario geopolitico ad averli commessi e le vite umane perdute le considero tali solo se queste dimostrano la brutalità del mio oppositore.
Fin qui l'implicazione del governo siriano nei diversi attacchi chimici non è ancora chiara, sebbene ci siano alcune prove in sua difesa fornite dal giornale tedesco Bild am Sonntag in un articolo dell'8 settembre del 2013. Qui vengono esposte le dichiarazioni di alcune spie dell'intelligence tedesca che riportano le intercettazioni radiofoniche in cui i comandanti dell'esercito siriano chiedevano l'autorizzazione per l'uso di armi chimiche in battaglia, richiesta ripetuta per 4 mesi e mezzo alla quale il governo di Assad non ha mai dato il permesso. Questo proverebbe che Assad non è direttamente responsabile, sebbene sia possibile che l'esercito abbia agito di testa sua.
Ma a contraddire queste prove c'è un'altra intercettazione di un ufficiale di Hezbollah e l'ambasciata iraniana a Damasco in cui viene detto che l'attacco del 21 agosto a Guta è stato ordinato dal governo.
Dunque, notiamo quanto sia infinitamente complessa la questione e che non si possa semplicemente risolvere con una o due prove o addirittura adoperando esclusivamente la logica chiedendosi: beh, che vantaggi avrebbe avuto Assad nel fare appello al suo arsenale chimico quando tale azione non avrebbe fatto altro che metterlo ancora di più a rischio?. Sebbene tale domanda vada posta, ci sono mille altre variabili e dinamiche che sfuggono alla nostra indagine. Perciò, non si può giungere ad un verdetto conclusivo.
Ciò che invece si può ritenere di aver dimostrato con certezza è che dietro le scelte apparentemente nobili e umanitarie delle grandi potenze mondiali, spesso si cela un impulso cieco ed oscuro che calpesta e sotterra la verità stessa al fine di raggiungere la soddisfazione di un potere in atto; le prove oggettive qui vengono declassate, la ragione repressa e il medesimo sistema di valori che si applica in una situazione non sembra avere rilevanza in un'altra. Cos'è questo se non un malato desiderio egemonico sotto mentite spoglie?

(Pubblicato originariamente su http://noideanoname.blogspot.it/ )

mercoledì 23 marzo 2016

TISA, TTIP, TPP: l'interesse delle lobby e il corporatismo economico


Questi tre acronimi compongono un triangolo di accordi economici su scala mondiale al cui centro si trovano gli Stati Uniti. La grande potenza americana, avendo visto minacciato il suo imponente status economico mondiale davanti alla esponenziale crescita delle economie degli stati emergenti come la Cina e gli altri membri BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa e la già menzionata Cina), si trovò costretta a cercare nuove soluzioni per andare contro il proprio declino. Perciò, dopo vari tentativi fallimentari nella World Trade Organization (WTO), si bypassò questo organo e si pensò agli accordi di scambio TISA, TTIP e TPP, sui quali si sta ancora trattando e che dovrebbero creare un'alleanza economica tra USA, UE e gran parte del mondo, escludendo da ogni trattativa i BRICS così da creare un blocco economico conchiuso in se stesso.


di Horatiu Chituc

19 giugno del 2014: Wikileaks pubblica la bozza sull'accordo TISA che risale al 14 aprile del 2014. E' la prima volta che il grande pubblico ha accesso a tali informazioni, sebbene le trattative fossero iniziate già dal 2013, e non a caso il documento pubblicato è solo una bozza incompleta. Julian Assange, fondatore di Wikileaks, tenuto in asilo politico nell'ambasciata ecuadoriana di Londra, offre una ricompensa di 100.000 euro a chiunque sia in grado di reperire i documenti completi degli accordi e mandarli sulla piattaforma della sua organizzazione. Fino ad oggi quelle carte non sono ancora state pubblicate per intero e non possono essere viste direttamente da chi non è autorizzato, benché i partecipanti alle trattative non siano tenuti a conservare il segreto. Inoltre, il procedimento con cui si può accedere a questi documenti è complicato ed è riservato solo ai soci e ai membri dei vari organi politici dell'UE. Tale segretezza ha fatto sorgere critiche e proteste da parte di organizzazioni ecologiste, sindacati e organizzazioni per la difesa del consumatore la cui esclusione dagli incontri più importanti ha rafforzato i sospetti di diversi potenziali pericoli.
Poniamoci dunque la domanda più semplice ma allo stesso tempo anche la più fondamentale: cosa sono TISA, TTIP e TPP? TISA è un acronimo per Trade in Services Agreement e riguarda la liberalizzazione degli scambi dei servizi sul piano internazionale. Ciò vuol dire che, attraverso questi accordi, si tenta di agevolare le condizioni in cui gli investitori stranieri operano negli stati ospiti attraverso l'eliminazione delle "barriere discriminatorie", aumentando così i loro diritti sul territorio dei paesi ospiti.Gli stati che ne prendono parte sono i seguenti: Stati Uniti,Canada, Australia, Nuova Zelanda, tutti i paesi dell'UE, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Turchia, Israele, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Cile, Paraguay, Perù, Colombia, Messico e Costa Rica. Non a caso la maggior parte di questi stati basa la propria economia sul terziario, cioè sui servizi a cui il trattato punta, e rappresentano il 70% degli scambi mondiali dei servizi. Ciò che preoccupa e che dovrebbe preoccupare tutto il demos dell'Europa e del resto del mondo che ne prende parte è che il TISA è spinto principalmente dalle lobby che rappresentano prima di tutto gli interessi delle corporazioni multinazionali e poi quegli dei cittadini.
La pressione lobbysta vuole che si crei un melting pot economico in ogni stato partecipante in cui le imprese locali saranno svantaggiate di fronte alla scomparsa delle "barriere discriminatorie" nei confronti delle multinazionali con cui dovranno competere a pari diritti. Il TISA quindi richiede che le corporazioni straniere vengano poste sullo stesso piano di quelle nazionali. L'eliminazione di tali barriere prevede una maggiore liberalizzazione dei servizi come le banche, la finanza (in particolare i dati finanziari), il trasporto, la sanità, la consulenza e così via. Benché l'UE abbia dichiarato pubblicamente le sue posizioni su alcune delle controversie nate dalle trattative negando così un orientamento verso la privatizzazione di alcuni servizi pubblici e del governo (a cui inizialmente sembrava ambire) come l'educazione, la regolazione e distribuzione dell'acqua, la sanità, la giustizia, la polizia e la difesa, questo non esclude né che un governo possa adottare liberamente tali misure né tantomeno quelle che sono le maggiori critiche rivolte al TISA, e cioè: il modo antidemocratico e semisegreto in cui le trattative sono avvenute e avvengono ancora; il fatto che, anche se l'accordo deve essere approvato in ultima istanza dal parlamento europeo (unico organo UE eletto democraticamente), il suo contenuto verrà pubblicato solo 5 anni dopo l'entrata in vigore; la deregolamentazione finanziaria che, come afferma la professoressa di diritto neozelandese Jane Kesley, sembra sia spinta sullo stesso modello che ha generato la crisi del 2008 (e anche dagli stessi individui responsabili) riprendendo le proposte del precedente GATS (General Agreement on Trade in Services) discusso alla WTO e mai reso vincolante; una volta approvato il TISA, nessun governo degli stati firmatari potrà introdurre nuove restrizioni in caso di necessità; e infine, il trasferimento di dati finanziari dei clienti da uno stato all'altro e il problema delle potenziali violazioni della privacy che possono sorgere in questo ambito. Tuttavia, l'UE ha dichiarato il proprio intento di proteggere la privacy dei suoi cittadini, sebbene nei limiti che gli accordi lo consentano.
Queste sono solo alcune delle conseguenze problematiche del TISA che al contrario dei suoi fratelli TTIP e TPP non prevede una versione rivisitata del controverso ISDS (Investor-state dispute settlement), cioè, un diritto che consente alle corporazioni straniere di fare causa ai governi degli stati ospiti (e non viceversa) rivolgendosi ad una corte arbitrale privata e semisegreta, chiamata ICSID, che bypassa le leggi degli stati sovrani e procede secondo le regole internazionali. I tre membri che compongono il tribunale ICSID non sono giudici indipendenti, ma avvocati con stretti legami al mondo finanziario delle corporazioni che tendono a privilegiare gli investitori. Numerose volte le multinazionali hanno fatto ricorso all'ISDS come nel caso dell'azienda energetica svedese Vattenfall che nel 2011 fece causa alla Germania per il ritiro precauzionale delle licenze di alcuni impianti nucleari in suo possesso a poco tempo dopo la tragedia di Fukushima, per non parlare poi dell'azienda francese Veolia che portò il governo egiziano a corte per via dell'innalzamento del salario minimo oppure ancora dei molti casi delle aziende di tabacco come la Philip Morris nelle sue dispute con l'Uruguay, la Norvegia e l'Australia. Questo dimostra quanto una legislatura internazionale a favore del corporatismo e della logica del profitto possa contrastare lo sviluppo e l'interesse sociale: infatti, se lo stato perde il processo, la somma da risarcire si ottiene con le tasse di ciascuno dei suoi cittadini. Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership e il TPP, Trans-Pacific Partnership prevedono tutto ciò sebbene, per risolvere le controversie, l'UE abbia tentato di creare un nuovo organo chiamato ICS (Investment Court System) che secondo l'organizzazione europea del controllo delle lobby, il Corporate Europe Observatory (CEO), è solo un altro acronimo per il vecchio ISDS poiché le conseguenze sono le stesse.


Il TTIP è l'accordo che ci riguarda più da vicino dato che i suoi membri sono l'UE e gli Stati Uniti d'America, mentre il TPP che è stato da poco firmato, benché non sia ancora definitivo, coinvolge USA, Canada, Australia, Giappone, Perù, Brunei, Malesia, Cile, Nuova Zelanda, Perù, Vietnam e Singapore. Essi, come il TISA del resto, sono negoziati in un modo semisegreto e antidemocratico e spingono per una maggiore liberalizzazione degli scambi sul piano internazionale con l'eliminazione dei dazi doganali e l'acquisizione di più diritti da parte degli investitori stranieri. Tutto ciò porta anche ad una criticataomogeneizzazione delle normative che regolano gli standard dei vari mercati e della produzione. Infatti, nel TTIP per esempio, collidono due filosofie di mercato molto diverse: da una parte abbiamo un'Unione Europea che si sforza di garantire la sicurezza del prodotto prima che entri in commercio, dall'altra, gli Stati Uniti che prima immettono il prodotto sul mercato e solo dopo che il suo consumo ha generato effetti negativi si prendono provvedimenti. Il sistema made in USA è chiaramente orientato più verso il profitto che in una direzione che rispecchi la salvaguardia dei consumatori e si teme proprio che tale modello, una volta entrato in vigore il TTIP, venga applicato anche in Europa abbassando così gli standard di sicurezza. Tale preoccupazione si estende ai settori ambientali, lavorativi e alimentari e si potrebbe materializzare: 1) nell'uso di una poco dispendiosa tecnica di estrazione del petrolio e del gas naturale chiamata fracking che, oltre all'enorme consumo idrico e all'uso aditivi chimici dannosi per l'ambiente, può causare l'aumento dei gas serra nell'atmosfera attraverso la fuoriuscita del metano; 2)nell'attacco ai diritti dei lavoratori come è avvenuto nel caso "Veolia vs Egitto", sebbene gli stati negozianti asseriscano che tali accordi, TISA incluso, siano orientati verso la creazione di nuovi e più numerosi posti di lavoro; 3) nell'abbassamento della qualità dei prodotti alimentari con l'introduzione sul mercato di alimenti più economici e meno sicuri come i cibi spazzatura e con il passaggio da una produzione basata sul naturale agli OGM su cui i membri UE hanno avuto un atteggiamento restrittivo fino adesso. E' difficile trarre conclusioni definitive su quale sarà l'esito di questi accordi, sia per il modo in cui si svolgono le trattative sia per il fatto che si sta ancora trattando e le posizioni dei vari partecipanti non sono state ancora chiaramente delineate. Certo è il fatto che è necessaria una maggiore sensibilizzazione su questo argomento spesso trascurato dai media e che fortunatamente è stato ripreso recentemente dal nuovo movimento democratico europeo DiEM 25 lanciato dall'ex-ministro della finanza greco Yanis Varoufakis e dal giovane filosofo croato Srecko Horvat a cui hanno preso parte fra gli altri pure il musicista e produttore Brian Eno, il filosofo sloveno Slavoj Zizek e colui che per primo ha fatto notare l'esistenza di questi accordi, Julian Assange. Tale movimento sottolinea l'importanza di un'Europa democratica contrapposta all'attuale modello di governo tecnico in cui l'unico organo democraticamente eletto è un Parlamento Europeo che ha solo una funzione di analizzare e di controllare le proposte generate dalla Commissione che non è eletta dai cittadini europei. E' la Commissione stessa che porta avanti le trattative del TISA e del TTIP e perciò l'accusa di un procedimento antidemocratico, oltre ad essere ritenuto tale per la segretezza con cui avviene, riceve ulteriore giustifica da questo.
Per concludere, non c'è niente di male nel siglare accordi economici che favoriscano lo sviluppo e la cooperazione internazionale, ma bisogna essere sempre vigili e informati sulla vera natura di questi accordi, capire nell'interesse di chi avvengono e se i metodi applicati rispecchiano i valori su cui vogliamo basare la nostra società: è forse il profitto smisurato di pochi più importante della garanzia dei diritti di molti?
(Articolo pubblicato originariamente su http://noideanoname.blogspot.it/ )