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sabato 3 settembre 2016

La satira e Charlie Hebdo


di Horatiu Chituc

Ai tempi di Platone c’era un certo Diogene di Sinope, un cinico che era contraddistinto dai i suoi comportamenti fuori dal comune e contrari ad ogni convenzione sociale. Infatti questo “filosofo cane” viveva in una botte, urinava sulle persone, defecava nel teatro, si masturbava in pubblico e non aveva paura di mostrare disdegno nei confronti del potere (politico) e dei potenti. Emblematico è l’episodio in cui gli si presenta davanti Alessandro Magno chiedendogli se avesse bisogno di qualcosa e Diogene risponde: "Scostati un poco dal sole".

Tale atteggiamento, di sovversione dei valori e delle gerarchie del potere ricompare da sempre nella satira la quale si può manifestare con un umorismo più o meno dissacrante. E quei gradi, quel più e quel meno, possono essere decisamente significativi per determinare una reazione piacevole o spiacevole nelle persone, anche e soprattutto in base alle circostanze in cui ci si trova. Infatti, se io inizio a fare satira pesante e insultare un morto mentre si celebra il suo funerale il mio comportamento sarebbe fortemente condannato da tutti i presenti, mentre uno spezzone di Crozza che si prende gioco di Renzi o del Papa non crea scandalo quasi per nessuno, anzi, è accettato dalla maggior parte perché permette un momento di sfogo collettivo, in cui noi, gente comune, impotenti davanti ai grandi poteri, li possiamo vedere ridotti a qualcosa di più basso di cui si può ridere per quanto risultano ridicoli in quella forma.

Ora, per parlare dell’episodio dell’ultima ora, ciò che hanno concepito “le eccellenti menti creative” di Charlie Hebdo oggi, ma anche in passato (infatti per loro questa è la prassi), assomiglia più alla masturbazione in pubblico di Diogene e alla sua defecazione in teatro. Infatti, di questo si tratta: non di fare umorismo vero e proprio, ma di defecare sotto i riflettori di tutto il mondo e di credere che questo in verità faccia ridere (nonostante sia pure vero che spesso producono il loro materiale cercando di colpire obiettivi ben precisi come i potenti della politica e della religione, sempre con un modo di fare che segue gli aspetti più estremi dei valori occidentali odierni).



Eppure, dopo la pubblicazione di oggi, c’è qualcuno che, volendo difendere la rivista parigina, vede nella battuta “Circa 300 morti in un terremoto in Italia – si legge -. Ancora non si sa se il sisma abbia gridato ‘Allah akbar’ prima di tremare” comparsa sulla stessa pagina della vignetta, un modo per dire “l’Europa ha tremato per gli attacchi terroristici fino adesso, ma si è scordata di come le forze politiche interne non si siano curate della sicurezza dei cittadini” e tenta di giustificare la vignetta così. Ma i problemi con questo tipo di giustificazione sono i seguenti: 1) Il contenuto della vignetta è completamente diverso dal contenuto della battuta, perciò è legittimo criticare il primo senza tener conto del secondo. 2) Non è detto che l’interpretazione della battuta sia quella giusta anche perché non c’è un esplicito riferimento o indizio che ci faccia pensare che la volontà dello scrittore fosse proprio quella di denunciare le forze politiche interne. 3) Anche se l’interpretazione fosse quella giusta e la volontà dello scrittore fosse proprio quella di dire ciò che alcuni hanno interpretato, il riferimento implicito della battuta non è per niente chiaro. 4) Non è detto che il disastro del terremoto sia il risultato di decisioni politiche sbagliate o “volutamente sbagliate”, anche perché le indagini sono ancora in corso e le colpe ancora da stabilire.

Il punto “4)” ci riporta al secondo momento della vicenda, quello in cui le menti di Charlie Hebdo hanno preso coscienza della reazione indignata dell’opinione pubblica italiana e hanno tentato di salvarsi in calcio d’angolo. Infatti, sempre oggi, a poche ore dalla prima vignetta, ne hanno prodotta un’altra in cui compare un terremotato sotto le macerie che dice “Italiani, non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!”. Ritorna dunque il punto “4)”, con una precisazione aggiuntiva, ovvero, nonostante ci siano state delle accuse di legami tra la mafia e il consorzioche si è occupato della costruzione del sistema antisismico per una scuola di Amatrice che poi è crollata, il ché significherebbe che la mafia ha veramente una colpa in ciò, il TAR ha respinto questi collegamenti tempo fa e, comunque, come detto prima, le colpe sono ancora da stabilire, perciò puntare già il dito contro qualcuno e in special modo contro la mafia, risulta in questo caso solo un luogo comune senza alcuna base nella realtà (almeno per ora).



Diciamo tutto ciò considerando però che la mafia c’entrava veramente nella tragedia del terremoto de L’Aquila e che Charlie Hebdo non è l’istituzione che si occupa delle indagini, ma una rivista satirica. Però l’umorismo, per essere tale deve partire da qualcosa che si può riscontrare nella realtà dei fatti, altrimenti risulta solo un esercizio di ignoranza e stupidità e l’attenzione viene rivolta più sulle sue sbadate imprecisioni che sull’essenza della battuta.

Volendo dare un'occhiata pure a quelle che sono state le reazioni dell'opinione pubblica, è ovvio che, per via degli attacchi terroristici avvenuti nella redazione della rivista parigina, il discorso sui social e in generale si è incentrato soprattutto sulla libertà di parola e chi ha scelto di difendere Charlie lo ha fatto secondo questo principio. 

Qui c’è molta confusione e bisogna fare chiarezza. Infatti, la libertà di parola è una cosa, il contenuto di un discorso, di un’immagine, di un simbolo è un altro. La libertà di parola è un principio che in Occidente è diventato (giustamente) sacrosanto, ma, d’altro canto, giustificare i contenuti di qualsiasi discorso/immagine/simbolo mettendoci in mezzo questo principio non ha senso. 
Un’analogia adeguata sarebbe quella di un re che legittima il proprio potere attraverso il principio divino. La stessa cosa sta avvenendo con la libertà di parola (il contenuto si legittima con il principio) e sembra quasi che una reazione di disdegno per il contenuto di un discorso e di chi lo fa sia in verità un attacco rivolto al principio stesso (almeno nella mente di taluni). Nulla di più vero, anche se c’è anche chi lo attacca veramente. Ma il diritto di reagire liberamente a qualsiasi cosa si ha davanti, purché sia una reazione nei limiti della legalità, è un diritto sacrosanto quanto quello della libertà di parola. E poi ricordiamoci anche che, come dice un proverbio italiano,  “Il pensare è libero, ma il parlare vuol prudenza”.

Pubblicato originariamente su Parola all'agorà

mercoledì 31 agosto 2016

Cambiare il passato: utopia possibile


di Vincenzo Cerulli

Pubblicato originariamente su barbadillo.it

Cambiare il passato: utopia possibile

Come probabilmente già sapete Marck Zuckerberg si trovava due giorni fa a Roma, riassumiamo qui la sua giornata in tre momenti: visita dal Papa, visita dal primo ministro Renzi e, nel pomeriggio, lezione\conferenza all’università LUISS di Roma.

Analizziamo brevemente questo suo post che annuncia l’arrivo in Italia: 

Ha dato un’interpretazione palesemente erronea della celebre Pax Romana: quest’ultima infatti non è “200 anni di pace mondiale” come farebbe comodo pensare a chi vede nella Storia un processo lineare che prima o poi giungerà alla pacificazione mondiale di ogni conflitto, kantianamente potremmo dire una “pace perpetua”.
La Pax Romana è piuttosto lo spostarsi del conflitto dall’interno dell’impero (guerre intestine e ambizioni fraticide) all’esterno dei propri confini (ripetute guerre contro i Parti e le tribù germaniche).
Un errore del genere non va assolutamente sottovalutato per due motivi:
1 chi l’ha commesso è probabilmente la persona mediaticamente più influente al mondo, per tutte le persone che hanno “accettato” quel post la Pax Romana ha cambiato di significato, in pratica più di 155000 persone hanno accettato una “nuova versione” del passato
2 nel merito dell’errore ci sfiora l’idea (sempre meno assurda) che al pensiero “globalista\mondializzatore” faccia comodo come versione del passato un’oasi in cui c’era un impero mondiale con le varie sovranità nazionali inesistenti, dunque impossibilitate a portare guerra: un po’ quello che sarebbe dovuto accadere (e un po’ è accaduto) con “il secolo americano”.
Per coniugare i due punti basta riprendere una delle dichiarazioni odierne dello stesso Zuckerberg agli studenti della LUISS: il momento in cui parla di “apprendimento personalizzato”. Riportiamo quello che ha detto: ”Vogliamo creare software per l’apprendimento personalizzato ed inserirli nelle scuole, inizieremo con le scuole americane, poi ci espanderemo, ci stiamo muovendo anche con la filantropia grazie alla “Zuckerberg Initiative” che cerca di migliorare il livello di formazione in tutto il mondo finanziando l’apprendimento personalizzato e la sua diffusione nel mondo.”
I privati che invadono le scuole pubbliche sembrano un dolce ricordo a confronto vero? Veramente dobbiamo pensare che fra qualche anno i programmi scolastici verranno scritti dai finanziatori del celebre social network? Sarebbe bene che il CEO di Facebook facesse chiarezza su queste sue dichiarazioni.
La potenza di questo social-network è talmente grande che è, per lo più, ancora inesplorata ed inesplosa. Siamo forse arrivati al punto in cui dei grandi consorzi di potere, nel giro di 3-4 generazioni di studenti da loro formati con i suddetti programmi, saranno in grado di modificare il passato? Sempre più sembra di sì, data la crescita inarrestabile di Facebook e della sua pervasività.
Una bugia ripetuta per tanti anni diventa verità, soprattutto se quella bugia influenza i circuiti scolastico/universitari. 






sabato 6 agosto 2016

Quando la nostalgia diventa idiozia (Brevi appunti sul fenomeno del "machenesanno")


di Vincenzo Cerulli

PREMESSA seria per righe semiserie: ben consci del fatto che può sembrare (agli idioti) una perdita di tempo affrontare questi temi, ci teniamo a ricordarvi che quando un argomento, per quanto possa sembrare stupido e puro intrattenimento, raggiunge un numero critico di persone (400000 per la pagina cui si fa riferimento e 4 milioni di visualizzazioni per la canzone qui sotto) allora non è più “stupido e puro intrattenimento”. Questo vale ancor di più oggi in cui il passaggio da “intrattenitore”(cantante, opinion-maker su facebook o youtube etc etc) ad intellettuale da salotto è sempre più breve: basti pensare a Fedez e J-ax col M5S.

Un fantasma si aggira per i social network, il fantasma del “machenesanno”. Sintomo principale del suo passaggio è il disprezzo aprioristico per il presente in funzione di un’esaltazione cieca, sciamanica ed idiota del passato. Sia chiaro però, questi zombi stregati dal suddetto spettro non rimpiangono mica un passato preciso, dunque molto ipoteticamente glorioso; rimpiangono vari “pezzi” di tutto quello che “c’è stato prima”. Di conseguenza è negato ogni possibile confronto fra un presente palesemente circoscritto a quel che accade ora ed un passato i cui confini vengono allungati ed accorciati tanto quanto fa comodo, come accade nel mito del letto di Procuste.
Qui un paio di esempi concreti:
la pagina facebook “Serie A - Operazione Nostalgia” (https://www.facebook.com/SerieAOperazioneNostalgia/?fref=ts) e la nuova hit (non a caso) dell’estate: “Che ne sanno i 2000” di Gabry Ponte ( https://www.youtube.com/watch?v=noY6ggSNTF0)
Per quanto riguarda la pagina sopra menzionata ci limitiamo a dire che quando uno slogan da utilizzare ogni tanto (“machenesanno” appunto) diventa la colonna vertebrale di tutta la struttura è inevitabile che poi si scada nel ridicolo. Così vengono fatti di continuo confronti fra campioni affermati del passato e bravi giocatori del presente. Ecco allora che vengono presi tutti i più forti calciatori dagli anni ’60 agli anni ’90 e, confrontati a quelli degli ultimi 10 anni, si dice che prima c’erano più campioni e che quelli di oggi non reggono il confronto ne’ per qualità ne’ per quantità (e grazie al ca#*o aggiungiamo noi).
Una pagina calcistica che ci teniamo a consigliare e che si distingue da quest’ultima per profondità di contenuti e per la parsimonia con cui viene utilizzato il tema della nostalgia è invece “La leva calcistica della classe ‘68”. In questa non viene screditato ogni calciatore che gioca oggi per il semplice fatto che non ha giocato 20-30 anni fa: si cerca, per quel che si può, di trovare una giusta misura fra la nostalgia per il “vecchio pallone” e la critica alle brutture del calcio moderno.
Della “canzone” cui sopra si accenna diciamo innanzitutto che si limita a cavalcare i tempi (come tutte le hit d’altronde), sono 4 minuti circa di listone delle “belle cose del buon tempo antico” in cui l’autore denigra “””ironicamente””” i nati dal 2000 in poi per inneggiare ad un presunto migliore passato che ha veramente le sembianze di un minestrone: da Luigi Tenco a Fiorello, dal Milan di Rijkaard, Gullit e Van Basten (oppure era quello di Seedorf e Stam? Nella minestra tutto si confonde) alle tartarughe ninja, dal Megadrive a Jeeg-robot etc etc, così per 4 minuti.

Cari lettori non spendiamo altre parole a riguardo perché per quanto serio sia questo fenomeno è comunque abbastanza semplice da decifrare ed affrontare, vi salutiamo con la speranza che la nostalgia torni ad occupare il posto che le spetta; che non è certo quello di merce di scambio con cui imporre una gerarchia su chi è nato dopo un certo periodo. Anche perché se così fosse ci dovremmo chiedere: “chi traccia il confine tra ciò che è nostalgia-passato e ciò che è presente?”. Servirebbe un osservatore sovra-storico, al di là della quotidianità in cui ci troviamo noi di continuo in quanto esseri storici.

sabato 11 giugno 2016

Ci si scopre popolo - Calcio e Nazione


di Vincenzo Cerulli

Con la perfetta ciclicità che ricorda i tempi immutabili delle liturgie religiose il calcio torna a manifestarsi nella forma meno solita. Maxischermi iniziano ad essere allestiti nei giardini e nelle piazze pubbliche, pensionati nei bar fra una sigaretta e una partita a carte iniziano ad indossare le vesti da allenatore, i quotidiani sportivi tirano una boccata d’aria per il temporaneo aumento delle vendite e bandiere tricolori iniziano a spuntare come fiori fra balconi e finestre, tanto nelle periferie più abbandonate quanto nei quartieri più ricchi. Ieri la partita Francia-Romania ha aperto le danze degli Europei di calcio 2016 e gli italiani finalmente hanno l’occasione per riscoprirsi popolo. Nell’era della post-ideologia non c’è più nulla a tenere unite milioni di anime in unico corpo, non c’è un humus comune in cui coltivare un’idea di paese. Non c’è un solo partito politico nella cui idea di paese si identifichi “un popolo”, probabilmente perché nessun partito politico ha veramente un’idea di paese, tutti ripetono la stessa sostanza con una forma diversa ciascuno: qui sta la loro “differenza”, nell’esteriorità. Non esiste una religione “di stato” in cui un popolo crede sinceramente ed ingenuamente: la maggior parte degli italiani vive il cattolicesimo come catechismo, tradizione, obbligo e nient’altro, dunque non c’è niente di trascendente in cui un popolo si possa identificare, un Dio attorno a cui stringersi. Nessuna idea (le ideologie manco a dirlo) che metta in relazione realtà confliggenti per portarle a compimento in uno scopo comune, nemmeno nei movimenti o nelle forze metapolitiche extraparlamentari trovano identificazione le masse scomposte che tanto hanno influito nella storia del ‘900 con “l’acclamatio” del leader politico.  Nulla, un vuoto totale; eccezion fatta per il calcio, non qualunque tipo di calcio eh, non i campionati o le coppe di club: a tenere unito un popolo oggi ci riesce solo la Nazionale.

Vorremmo qui tracciare alcune convergenze fra il ruolo che svolge oggi la Nazionale in Italia e il Sovrano nelle opere di Carl Schmitt. Nella sua visione di “politico” Schmitt vuole assolutamente evitare che lo Stato sia il campo di battaglia delle lotte intestine fra partiti perché il risultato è il continuo stato di “bellum omnium contra omnes”: per questo si augura che nel caso d’eccezione, cioè nel momento in cui l’ordinamento giuridico vigente non riesce più a contrastare la situazione di crisi, prevalga la figura di un Sovrano che decide quale sia il bene comune in quel momento e qual è il modo migliore per perseguirlo. Riassumendo all’osso potremmo dire che il Sovrano è colui che relativizza i conflitti interni per portare poi il conflitto all’esterno dei confini nazionali, dà forma ad un popolo e unifica le parti contrastanti. Nel Sovrano il popolo si identifica e lo acclama, non ci  sono più diversi schieramenti in lotta fra loro per il potere. Nella Nazionale possiamo scorgere una fenomenologia simile: da tutti i club del mondo i migliori giocatori della stessa nazionalità si uniscono per formare una squadra “d’unità nazionale”. Fino a Maggio sguardi velenosi, gomitate ed insulti (fra De rossi e Candreva, fra Barzagli e Insigne, fra De Sciglio e Bernardeschi etc) ma quando si indossa la maglia azzurra viene sospesa la “lotta intestina” di hobbesiana memoria, finiscono le conflittualità fra giocatori di club diversi perché c’è un “nemico” contro cui ci si unisce: una Nazionale avversaria. Il conflitto non finisce, viene semplicemente spostato dall’interno all’esterno. Attorno a questa Nazionale si unisce tutto un popolo, le diverse fedi calcistiche vengono sublimate in un’unica fede: quella negli undici azzurri.


Pasolini in un’intervista diceva questo: “Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l'unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”. Noi però vorremmo aggiungere che oltre ad essere l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, il calcio è anche e soprattutto fondamento coesivo di unità popolare. Il rito di cui parla Pasolini non è privato, individuale, moderno insomma; il rito-calcio viene consumato in piazza, allo stadio o in un pub con gli amici, la fruizione privata-individuale è rarissima: il calcio è un rituale iper-popolare. I tricolori vengono esposti ciclicamente ogni due anni (sedi istituzionali a parte), questo significa che evidentemente quella bandiera alla maggior parte degli italiani fa pensare prima ad una palla che corre su un prato che a sentimenti patriottici di vario tipo. 

Il calcio è grande e Pasolini è il suo Profeta.

martedì 7 giugno 2016

Un invito alla lettura: Le cronache di Narnia


di Vincenzo Cerulli

“Le cronache di Narnia” sono una raccolta di 7 racconti scritti fra il 1950 e il 1956 da Clive Staples Lewis. Possiamo ascriverli sotto il genere di “fiaba-favolistico” ma non dobbiamo escludere dalla catalogazione un particolare che è fondamentale e nel quale affonda le radici la superiorità che ha la storia di Narnia (a mio parere) rispetto a molte sue simili. Questo particolare sta nel fatto che ogni racconto è vivissimamente attraversato da immagini cristiane e sono proprio questi riferimenti così spontanei alla religione in cui Lewis credeva profondamente che la rendono unica nel suo genere. Prima di proseguire credo sia doveroso un chiarimento, che Lewis ebbe cura di fare, riguardo il genere fiabesco in generale. Nella postfazione alla raccolta, intitolata “Tre modi di scrivere per l’infanzia”, l’autore rivendica fermamente la sua inclinazione a preferire tal genere piuttosto che gli altri. Elegantemente (come solo un grande scrittore sa fare) si prende gioco di quelli che a tutti i costi devono dimostrare di essere adulti: “I critici che usano l’aggettivo <adulto> come un complimento anziché come un semplice termine descrittivo, non possono essere considerati adulti in prima persona. Preoccuparsi di sembrarlo, ammirare le cose dei grandi perché sono da grandi, arrossire al sospetto di passare per infantili sono i classici segni della fanciullezza e dell’adolescenza. […] Diventato uomo ho messo da parte le paure infantili, compresa quella di sembrare infantile e il desiderio di dimostrare che sono cresciuto”. Lewis continua poi in questa doverosa e nobile battaglia in difesa della fiaba in questo modo: “Ci accusano di arresto dello sviluppo perché non abbiamo perso i gusti che avevamo da ragazzi, ma l’autentico arresto non può considerarsi nel rifiuto di abbandonare un patrimonio, bensì in quello di acquisirne uno nuovo” , sono sicuro che tutti converrete perché poi continua “Oggi mi piacciono Tolstoj, Jane Austen e Trollope come le fiabe, il che è una crescita; tuttavia se avessi rinunciato alle fiabe per far posto ai romanzieri non potrei parlare di crescita ma solo di un cambiamento nei gusti. Un albero cresce perché si formano nuovi anelli, un treno che lascia una stazione per arrivare alla prossima non cresce affatto[…]”. Ci sarebbero molte altre frasi dell’autore che vorrei riportarvi ma mi sto rendendo conto che già quelle che ho lasciato qui sopra forse sono troppe, per questo vi invito sinceramente a leggere almeno la postfazione (fatto ciò, leggere Narnia sarà una naturale conseguenza). Scusatemi per questo exscursus ma credo sia obbligatorio almeno avvicinarsi a capire l’idea di “fiaba” che aveva Lewis prima di gettarsi a capofitto nell’analisi dello splendido mondo da lui creato, quello di Narnia. Più in alto ho accennato a quelle forti immagini cristiane che si susseguono per tutto l’arco narrativo dell’opera; ma ad essere più precisi non sono solo immagini, sono la vera e propria colonna vertebrale dell’intero universo narniano, la sua unica condizione d’essere. Lewis non scrisse i libri nell’ordine in cui sono poi stati disposti dagli editori, giunto al terzo libro credeva di aver dato sfogo a tutta la sua indole di “subcreatore” (J.R.R.Tolkien “On Fairy Stories”, in Essays Presented to Charles Williams – 1947) ma così non fu. Decise poi infatti, grazie a Dio, di approfondire l’universo che in realtà aveva solo abbozzato. Fu così che scrisse racconti cronologicamente precedenti, successivi e persino contemporanei all’arco narrativo della triade centrale precedentemente pubblicata. Dunque, perché parlavo di “unica condizione d’essere”? Vi basti pensare che l’immagine preminente del primo libro (ordine cronologico) “Il nipote del mago” è la genesi di Narnia. Parlo di genesi perché non è una semplice creazione, i rimandi a quella biblica sono chiari, nitidi e di incommensurabile bellezza. Se avete sentito parlare di Narnia avrete di certo sentito parlare di Aslan il leone mitico “figlio dell’imperatore d’Oltremare”. Aslan è Dio, l’Onnipotente che, ruggendo, intona una melodia struggente e sublime, che ci immerge in una nostalgia senza tempo proprio perché posizionata all’alba dei tempi. Narnia nasce dal ruggito di Aslan, i suoi animali parlanti, i suoi animali muti, i fiumi, le montagne, i mari, persino la luce del giorno, tutto nasce dalla forza della melodia di Aslan. Ma Aslan è anche Cristo, e come Cristo si immola per una colpa che non ha. Si fa sacrificare dalla Strega Bianca sulla Tavola di Pietra per poi risorgere all’alba del giorno dopo e risorge perché: “[…] quando al posto di un traditore viene immolata una vittima innocente e volontaria, la Tavola di Pietra si spezza e al sorgere del sole la morte stessa torna indietro”. Questo dice Aslan, una volta risorto, a Lucy e Susan. Aslan è anche agnello. Alla fine dell’ultimo racconto della trilogia centrale i protagonisti, giunti ai confini del mondo, si trovano di fronte un agnello bianchissimo, il cui candore è accecante. Lucy al Suo cospetto dirà: “Per favore agnello, è questa la strada per il regno di Aslan?” e l’agnello gli rispose “Non per voi, troverete la strada per il regno di Aslan nel vostro mondo”. Così Edmund sbalordito gli chiese se anche nel loro mondo ci fosse una strada che porti ad Aslan e l’agnello rispose: “In ogni mondo esiste una strada che conduce al mio regno”. L’agnello poi si tramuta in Aslan sotto gli occhi increduli dei ragazzi a cui poi dirà che devono imparare a riconoscerlo anche nel loro mondo. Aslan-Dio quindi trascende le normali realtà spazio-temporali, alle quali noi siamo incatenati, per trasmettere il suo messaggio di salvezza. La salvezza però, come ci insegna la Bibbia, non spetta a tutti e così Lewis nell’ultimo libro “L’ultima battaglia” illustra anche ai più piccoli come al tempo dell’Apocalisse saremo tutti tenuti a render conto del nostro operato nella vita terrena, quella che Aslan chiamerà il “sogno” o “Terra delle ombre”. Nella descrizione che ci farà poi Lewis della vita dopo l’apocalisse c’è un forte influsso neoplatonico, e questo ce lo spiegherà bene Diggory, protagonista de “Il nipote del mago” con queste parole rivolte a Peter, il Re Supremo: “[…] Ma non era la vera Narnia: aveva un inizio e una fine, era l’ombra o la copia della Narnia autentica, che invece esiste ed esisterà per sempre”. Ci sono molte altre figure che meriterebbero di essere trasposte fra queste righe ma se continuassi toglierei qualcosa al piacere della vostra lettura. Un’ultima però ci tengo a riportarla, è quella di Emeth, un guerriero di Calormen (un paese più volte in guerra con Narnia). Emeth non crede in Aslan, il suo popolo venera un Dio diverso da quello dei narniani, un Dio oltre lo sconfinato deserto che separa le terre di Archen da Tashbaan, questo Dio si chiama Tash. Emeth dirà agli altri ragazzi protagonisti della storia : ”[…] Da quando ero bambino mi considero un devoto servitore di Tash e il mio più grande desiderio è stato conoscerlo di persona. Il nome di Aslan, invece, mi è sempre stato odioso”. Emeth avrà poi la fortuna di incontrare Aslan invece; e Questo gli dirà: “ Figlio, tutto quello che hai fatto per Tash lo hai fatto per me”. Non entro nei particolari della vicenda perché l’incontro fra Aslan ed Emeth è uno dei più lirici dell’intera opera e potrei rovinarlo completamente cercando di riportarlo qui; resta il fatto però che è quanto mai attuale. Lewis, che mai avrebbe osato immaginare la situazione socio-politica attuale, ci ha lasciato anche questo monito mai tanto urgente quanto oggi, quello di evitare lo scontro di civiltà (mascherandolo, peraltro, come scontro di religioni). Questa lettura porta noi italiani a confrontarci con una realtà che la maggior parte di noi dopo il catechismo da per scontata: il cristianesimo. Su di me in qualche modo questo confronto sta operando e continuerà ad operare, spero con tutto il cuore che sarà così anche per chi, fra di voi, lo leggerà. Ora vi lascio, nella speranza che qualcuno fra di voi ha già preso a cuore la storia di Narnia, con un’ultima frase di Lewis che seppellisce definitivamente la barbara battaglia contro il genere della favola: “ Sarei tentato di stabilire la regola in base alla quale una storia per bambini che piaccia solo ai bambini non sia un granché: quelle veramente affascinanti durano. Detta in altri termini, un valzer che ci piace solo mentre lo balliamo non è un bel valzer”.

(Articolo pubblicato originariamente sul N°1 della rivista "La Voce del Padrone")

lunedì 30 maggio 2016

La jettatura di don Benedetto


di Menno Gabel


In un periodo in cui Giovanni Gentile, tormentato da una forte depressione nervosa per  l’ansia di un concorso universitario, tardava a inviargli un’ impegnativa e urgente recensione (la nota “recensione Windelband”) e gli scriveva di sperare di riuscire “lavoricchiando” a spedirgli almeno un articolo sul Laberthonnière, Benedetto Croce gli riscrive che avrebbe gradito “assai avere la recensione Laberth., anche come segno che si è rotta la jettatura”. Anche don Benedetto dunque da buon meridionale, e come tanti suoi allievi, alla jettatura anche se non vera ci credeva.
            Chissà come deve essere rimasto quando nell’estate del 1944 gli sarà in qualche modo arrivata l’eco della notizia della morte violenta di Giacomo Lumbroso, uno storico oggi poco noto, collaboratore di Gentile e allievo di Niccolò Rodolico e Gioacchino Volpe.
           
            Di Giacomo Lumbroso è ancora utile, ed è stato anche da non molto ristampato, un’interessante studio del 1932 sulle insorgenze antigiacobine, I moti popolari contro i francesi alla fine del secolo XVIII (1796-1800). Lumbroso con la sua ricerca si pone nel solco della storiografia nazionalistica dei primi decenni del Novecento, che con Rota, Volpe e Rodolico si occupava dell’Insorgenza, soprattutto nell’Italia Meridionale, cercando di vedere in essa, come prima manifestazione di lotta contro la presenza straniera nella Penisola, una delle fonti del Risorgimento.
            Nel 1933 Benedetto Croce sulla Critica (n° 31) stroncò scrollando le spalle il lavoro di Lumbroso con parole a dir poco sdegnate:

Secondo l'autore, il Risorgimento italiano ha “origini più complesse di quanto certa critica storica ritenesse fino ad oggi”;  ed egli non crede che si possa continuare ad affermare, come si usa, che i novatori italiani della fine del settecento, i democratici e i giacobini italiani, “inginocchiati dinnanzi ai vincitori, dimostrassero di avere, più dei popolani laceri e inermi che suonarono le campane contro i francesi, uno spirito patriottico e una coscienza italiana” (p. 193). Quei giacobini italiani zelavano la libertà politica, vale a dire un concetto “completamente dissimile” da quello d'indipendenza nazionale, confusi i due e sovrapposti dalla “tradizione storica per un cumulo di circostanze contingenti” (pp. 8-9). Per di più, essi erano teorici, astrattisti, « inadatti a qualsiasi azione politica, e sopratutto incapaci di esercitare un’ influenza sulle masse, che non si curano dei principii e guardano ai fatti”  (p. 117).
            Che cosa rispondere a sentenze come queste, che l'autore ripete più volte e che sono il pensiero, l’unico pensiero, del suo libro? Niente: scrollare le spalle. Si tratta di un cattivo vezzo preso da molti ai giorni nostri  - per ecolalia,  per accomodarsi ai tempi, per darsi l'aria di superatori, o quale altro ne sia il motivo - d' ingiuriare la libertà e gli uomini della libertà, ai quali noi italiani dobbiamo tutto; e l'autore di questo libro (a giudicare dal cognome che porta) deve certamente qualcosa di più di quel che debba io: perché, senza quegli uomini, i suoi padri sarebbero rimasti ancora chiusi nei ghetti o sarebbero stati scannati e bruciati dalle plebi sanfedistiche, com'egli stesso racconta che fu generalmente fatto, tra il 1796 e il 1800, in tutte le parti d'Italia dove dimoravano ebrei. Si tratta, per di più, di scarsa conoscenza e meditazione delle leggi della storia, la quale procede sempre dall'alto al basso, dal moto delle idee ai fatti, dalla cultura alle “masse”.

A Giacomo Lumbroso già Croce non perdona il cattivo vezzo di quello che oggi chiamano revisionismo, essenza da sempre del mestiere dello storico e non atteggiamento di chi si dà arie di superatore, il vezzo di rimettere in discussione interpretazioni non più soddisfacenti anche se protette dallo scrupolo di ingiuriare “la libertà e gli uomini della libertà” ( l’argomento insomma per cui di Garibaldi non si può parlar male). In più sfugge a don Benedetto un’allusione evitabile e un po’ volgare al cognome ebraico di Lumbroso, oltretutto convertito al  cattolicesimo e coniugato con una cattolica.
            Forse nel 1944 qualcuno avrà informato Croce che quel giovane collaboratore di Gentile, fascista convinto negli anni dello squadrismo, ma sempre più deluso del fascismo diventato regime fino a doverne subire l’assurda e incongrua politica razziale, era ironicamente morto colpito per strada, “dall’alto al basso”, da un franco tiratore nel corso della travagliata entrata a Firenze delle truppe angloamericane. A Croce potrebbe essere giunta la voce  che quello storico dal nome probabilmente giudaico era appena tornato a Firenze in armi, ufficiale dello strano esercito cobelligerante del regno del sud, per morirvi fatalmente in via Landino, non lontano dalla Fortezza da Basso, centrato da un franco tiratore dei disperati fascisti insorti proprio per guastare dai tetti del centro della città l’entrata di altre truppe straniere che avrebbe voluto essere trionfale e festosa. Forse il Lumbroso poco prima di essere fulminato si sarà sentito finalmente un uomo della libertà e avrà forse ripensato alla giustezza di fatto di quella pertinente cattiveria crociana sugli ebrei vincolati a stare sempre dalla parte di quella presunta libertà. Forse in quei momenti paradossali, dopo aver visto lo scempio dei lungarni in macerie e le ferocie  della guerra civile avrà ripensato a quello che proprio lui aveva scritto per commentare del Triennio giacobino le stragi bestiali e le assurdità insensate della lotta tra insorti arrabbiati, profittatori, traditori, opportunisti, illusi, ingenui, vittime casuali e pochissimi eroi. Se non l’avesse colpito a morte dal tetto quell’uomo o quella donna resi fanatici dai tempi, dai tradimenti e dagli opportunismi, e comunque destinati entro poche ore a essere massacrati senza processo perfino sui gradini di Santa Maria Novella, il professor Lumbroso avrebbe certamente avuto modo e occasione di ripensare a quello che aveva creduto giusto scrivere giusto dodici anni prima commentando l’esito infausto dell’insurrezione di Lugo di Romagna:

Frattanto dal Municipio Ferrarese veniva nominato d’autorità un nuovo Consiglio Comunale che ripigliasse in mano l’ amministrazione della infelice Lugo, in preda al disordine ed all’ anarchia. I nuovi consiglieri erano egregi ed onesti cittadini, di animo mite e di temperate opinioni; ma il terrore dei francesi poteva tanto sull’animo loro da indurli ad incredibili atti di servilismo. Basti per provarlo il fatto che in quell’estate si progettò di inalzare sulla piazza principale di Lugo un monumento commemorativo con sopra incisa un’epigrafe nella quale « il Senato ed il popolo di Lugo » —S. P. Q. L . — rivolgevano umili grazie al generale francese Augereau — Augero duci gallico — che, avendo diritto di incendiare la città  — jure belli incendendum — le aveva con inaudita clemenza, risparmiato quel giusto castigo.
            Per fortuna quel progetto non ebbe esecuzione. Si risparmiò così ai posteri un documento da aggiungersi agli altri — ahimè innumerevoli — del servilismo italiano verso gli stranieri.


Davvero quella recensione di Benedetto Croce scrollante le spalle ha finito per trasformarsi in un’involontaria jettatura nei confronti di un onesto intellettuale costretto dall’ironia della sorte a morire dalla parte e a vantaggio di chi meno avrebbe immaginato e nel pieno di un’assurda insorgenza in cui orde rivali intossicate dalla stessa illusione giacobina rinnovavano una volta di più stragi e distruzioni ancora più vaste, inutili e indiscriminate.

mercoledì 18 maggio 2016

Recensione - Land of Mine


di Beatrice Ambrosi

Scegliere un argomento così delicato, nascosto alla maggior parte dei danesi, è stato certamente coraggioso da parte di Martin Zandvliet, regista del film Land of Mine ­ sotto la sabbia: ha saputo cogliere comunque nel segno, portando sui grandi schermi un'opera indipendente, scegliendo attori per la maggior parte esordienti, che si sono rivelati all'altezza dei ruoli da loro interpretati e che sicuramente rivedremo.
L'opera è ambientata in Danimarca nell'estate del 1945, a seguito della caduta della Germania
nazista, che anni prima aveva posizionato delle mine antiuomo lungo la costa occidentale del
paese danese. Nel binomio vittima-­carnefice vi è però un'inversione di ruoli: difatti sono i danesi
stavolta a rendersi colpevoli, commettendo un vero e proprio crimine di guerra, arruolando giovani
soldati tedeschi per disinnescare le mine; per la prima volta quindi, in un film sulla seconda guerra
mondiale e sugli eventi ad essa annessi, i mostri non sono i tedeschi.
Il film si apre con un sospiro del protagonista, il sergente Rasmussen (Rolland Møller) che passa
in rassegna tutti i soldati tedeschi, gridando loro di tornarsene nel loro paese e picchiando uno di
questi senza un reale motivo: da questa scena emerge tutto l'odio, la repulsione, nei confronti di
un paese che ha devastato il mondo, quello sdegno inevitabile che molti hanno provato verso
questa nazione. E' proprio al sergente che viene affidato, da parte del capitano Ebbe (Mikkel Boe
Følsgaard), il compito di vigilare sui ragazzi a cui viene ordinato di svolgere questo lavoro
abominevole, in condizioni di fame, di malessere, di nostalgia di casa: questi sono giovani pieni di
sogni e di speranze, con i volti sporchi e smunti dalla fatica; volti che contrastano con i colori caldi
con cui Zandvliet e il direttore alla fotografia Knudsen hanno deciso di rappresentare il paesaggio
circostante, ornato dalle dune di sabbia, le onde del mare e le spighe che si agitano al vento, in
giornate soleggiate dove l'unica tempesta è l'esplosione di mine.
Le protagoniste del film infatti sono anche le mine: Zandvliet è in grado di tenere lo spettatore ben
incollato sulla poltrona, in ansia, nell'attesa di scoprire se queste esplodano o meno; in una delle
scene iniziali infatti il regista mostra ognuno dei quattordici ragazzi tedeschi messi alla prova nel
disinnesco delle mine, con quella lentezza snervante e con le mani tremolanti che fanno agitare
anche chi sta solo guardando.
Il fulcro del film è costituito anche da una sorta di parabola, un percorso di formazione, del
sergente Rasmussen: dapprima scontroso e menefreghista nei confronti dei ragazzi, si ritroverà a
provare compassione per questi, a portar loro le provviste di cibo di nascosto, a difenderli dai
giochetti umilianti dei suoi superiori ed infine a giocare a pallone con loro in spiaggia.
Dovrà quindi ribellarsi al capitano Ebbe al quale non interessa che quelli siano ragazzi, che
invochino le loro mamme quando stanno male, perché "Meglio loro che noi" dirà fermamente al
sergente, non pensando che il vero scopo della missione sia bonificare le spiagge: Ebbe
rappresenta il cliché tuttora esistente che vede la Germania condannabile nella sua totalità per gli
abomini commessi durante la guerra; c'è un senso di rivendicazione e di esclusività nei confronti
dei tedeschi da parte del capitano, quasi come se il "Mine" del titolo non rappresentasse soltanto
la mina, ma il pronome possessivo inglese e conseguentemente potremmo, con un po' di
fantasia, chiamare il film "la mia terra": questo concetto è intensificato anche dall'immagine della
madre che richiama in casa la figlia che sta giocando con i giovani ragazzi (etichettati come
nazisti), luogo comune degno di un film horror o di un thriller.
E' un messaggio profondo quello che vuol comunicare Zandvliet con questa sua opera elegante e
raffinata, che parla prima di tutto di umiltà e di umanità: i cattivi non sono i tedeschi né i danesi né
ancora i britannici; i cattivi sono gli uomini, indipendentemente dalla loro provenienza. Non vuole
con ciò colpevolizzare nessuno ma semplicemente sfatare quella convinzione che per un danno,
per un abominio, quale che sia, commesso da poche persone, ci debba rimettere un'intera nazione.

venerdì 22 aprile 2016

Contro la "classe" semicolta


di Vincenzo Cerulli

Questa immagine esprime al massimo livello la visione del mondo dei semicolti. Per loro non c’è alcuna distinzione fra un dittatore fascista, il leader di un partito socialista arabo, uno degli statisti più grandi al mondo e un buffone che poteva avere successo solo in Italia.“Classe”, fra virgolette perché è un concetto molto più fluido di quanto si possa credere ma per adesso teniamocelo per buono (sempre fra virgolette eh). La “classe” semicolta è quel consorzio di individui che meglio rappresenta la situazione culturale del mondo odierno, la loro formazione culturale è precipuamente, se non completamente, fondata sull'esplorazione in internet. Nel Medioevo ad occupare il campo della formazione culturale delle elite (politiche o religiose che fossero) c’erano principalmente le università e i monasteri, la cultura popolare invece (che non era una sub-cultura come quasi la totalità della nostra odierna) era ispirata e accesa dalla tradizione orale (i vecchi avevano un valore quasi sacro in quanto custodi viventi della memoria del passato) e dalle varie gilde di artigiani. Oggi gilde e tradizione orale non ci sono più, non serve a niente ricordare se internet lo fa per noi, e internet arriva molto più facilmente alla classe media rispetto ai rami d’influenza delle università.  Date queste premesse le conseguenze sono presto dette, “dottori” sparsi in tutto il mondo sempre pronti a dare la propria versione su QUALSIASI argomento (rigorosamente dietro la tastiera sia chiaro). Provo a darvi una definizione di “classe” semicolta: quell'insieme fluidissimo (nel senso che si costituisce di membri ogni volta diversi a seconda della situazione) di persone che credendo di operare una critica “oggettiva ed imparziale” nei confronti di chi giudicano “in errore-ingenuo-eccitato a torto” si riduce in realtà a decostruire (con “ironia” nella maggior parte dei casi) ogni possibilità di critica ragionata al sistema dominante. In pratica fanno di tutto il possibile fronte della dissidenza critica un unico fascio di A-complottisti,B-fascisti,C-antisemiti,D-sovranisti sul modello dell’armata brancaleone,E-comunisti (questo in rare occasioni),F-pazzi,G-ignoranti,idioti. Non per forza utilizzano una “lettera” alla volta e tutti gli epiteti che utilizzano non si esauriscono in queste 7 lettere; anzi è gradito il contributo di chiunque per articolare il vocabolario di questi finti debunker (leggasi scientisti postmoderni). Sterilizzano il dissenso. Vi porto ora alcuni esempi concreti sennò parliamo del nulla, di pagine del genere Facebook ne è pieno. 

Esempio 1: in questa immagine c’è tutta la dogmatica sicumera di chi crede di poter liquidare le (giuste) pretese di sovranità economica con una battuta. Tutte le scuole economiche che si oppongono al neoliberismo ripetono da anni che in una situazione di deflazione totale come quella attuale l’unico modo per riattivare la domanda d’acquisto è far partire dei grandi piani industriali a medio-lungo termine. Per far questo serve un utilizzo massiccio della spesa pubblica (a grandi linee quello che è successo con il New Deal americano), quindi lo Stato deve obbligatoriamente tornare a stampare moneta. Con questo non si vuole dire che immettere grandi liquidità sul mercato sia sufficiente  a superare qualsiasi crisi ma negare che sia un passaggio OBBLIGATORIO e NECESSARIO  per uscire da una crisi deflattiva significa negare la storia passata e l’attuale realtà dei fatti.


Esempio 2-3: l’occasione è il referendum abrogativo del 17 aprile scorso. Una massa informe e disinformata (per fortuna non è la totalità di chi ha votato sì) è andata a votare sì. Questo è accaduto, il referendum è stato politicizzato dagli ambientalisti che l’hanno indirizzato su binari per loro più appetibili, presentandolo più o meno in questi termini: “chi vota sì ha a cuore il mare, l’ambiente e il futuro dei nostri figli; chi vota no non merita alcuna libertà politica e deve essere escluso dal consorzio della società civile”. Peccato che la questione ambientale non fosse proprio il nucleo centrale di questo referendum, si parlava più che altro di sovranità energetica. Comunque, la “classe” semicolta si schiera per l’astensionismo ragionato principalmente per questo motivo: “in questo referendum chi vota sì è solo un ambientalista esaltato, rivoluzionario dell’ultima ora, del sabato pomeriggio o della domenica mattina quindi noi ci asteniamo da questa farsa”. Ecco, la differenza fra questi e chi ha votato sì ingenuamente sta TUTTA in due articoli in più che hanno letto i semicolti, nulla di più. Tra l’altro, che si parli di economia, politica, immigrazione, società o cultura in generale, la differenza fra il parere del popolo “ingenuo e genuino” (su quest’espressione i semicolti si divertirebbero a fare battute) e la “classe” semicolta sta SEMPRE in non più di 2-3 articoli di differenza, mezz’ora di studio. Per chiuderla con una battuta potremmo dire che se il popolo “ingenuo e genuino” rappresenta spesso gli istinti dei rivoluzionari dell’ultima ora, la “classe” semicolta è formata da “controrivoluzionari” nati mezz’ora prima. Non è mia intenzione riportare qui tutti gli esempi possibili anche perché non finirei più, questi che ho abbozzato qui sopra spero possano servirvi a riconoscere spontaneamente altri casi che ritroverete in futuro. 

domenica 10 aprile 2016

Doromizu - riflessioni sull'abisso


di Vincenzo Cerulli

Doromizu, “acqua torbida”, è il ventre della Tokyo di inizio millennio descritto da Mario Vattani nel suo romanzo d'esordio. Alex, protagonista dell’opera e alter-ego dell’autore, ci accompagna nella discesa in questo abisso dove colpa e pentimento non sono assolutamente di casa, dove tutto ciò che mette in atto nella ricerca per la propria identità si pone sempre “al di là del bene e del male”. In questa discesa nell’abisso sono diversissimi fra loro i vari personaggi a comparire sulla scena. Fondamentali sono le figure femminili, paragonate a demoni e animali sacri della mitologia nipponica, Aya e Tomomi (due mondi opposti), a volte trascinano Alex sempre più in fondo al cuore dei suoi istinti; altre volte gli mostrano una luce possibile, una redenzione che però non è realizzabile perché non c’è colpa, come l’autore tiene a sottolineare: ”Qui siamo liberi, anzi sono io a essere libero. Perché sono nel luogo dove si può raccontare qualsiasi storia, sono nell’oriente estremo, dove non ci sono né colpa né perdono, c’è solo l’audacia dello sforzo, la sventatezza di chi decide di dare il meglio di sé, quale che sia il suo cammino, non importa se per il bene o per il male, perché tanto tutto decade, si sbriciola, si sfascia.”  Troviamo schiere di miserabili, sia uomini che donne, costretti a vendere il proprio corpo e la propria dignità in filmetti porno per ripagare i propri debiti e cercare di sopravvivere, troviamo decine e decine di ragazze che vendono la propria dignità pur non avendone strettamente bisogno, troviamo la Yakuza che con il suo sistema di valori accompagna Alex nella ricerca della sua identità. Alessandro Merisi, italiano solo per il passaporto, nato e residente a Londra, orfano di madre in tenera età, rappresenta alla perfezione lo sradicato apolide che la globalizzazione ci vuole offrire come unico modello di esistenza possibile; ma a tutto questo il protagonista si ribella, è per questo motivo che parte per il Giappone, per “darsi radici”. Questo percorso è doloroso, Alex lo sa, sa che l’irezumi è la tecnica di tatuaggio più dolorosa ma è solo così che si entra nella “family”, nell’ultima seduta dal maestro tatuatore questi gli dirà: “Vedrai che alla fine ti farà male dappertutto, e sentirai il drago e la tempesta e i fiori di ciliegio in tutto il corpo. Ma in fondo è anche giusto che sia così”, e così sarà infatti. Il drago nascerà in primavera, nei giorni in cui i fiori di ciliegio sbocciano, quando Alex sarà più vicino al limite dell’abisso in cui deve obbligatoriamente scendere per trovare la propria identità. Sono innegabili gli influssi di Nietzsche, come è innegabile lo sfondo su cui va in scena la storia, questo sfondo fu anche il nemico giurato del filosofo di Röcken: il nichilismo appunto. Nietzsche scriveva nelle “tre metamorfosi” che il leone, uccidendo il drago, si è fatto “signore nel deserto” e che il deserto di valori è l’unica strada percorribile prima di tornare a creare valori nuovi come fanciulli. Quel deserto lo stiamo ancora percorrendo e, probabilmente, lo stesso ha fatto Alex immergendosi nell’acqua torbida del ventre di Tokyo. Il suo “deserto” sono i “love hotel” e i “night club”, le ragazze puttane avide e i quartieri lerci, il lavoro come cameraman dei film porno pur non avendone bisogno è il suo deserto. Alex però rimane libero, perché sfida il deserto, e invita noi con lui ad attraversarlo, pur sapendo che alla fine non ci sarà catarsi o redenzione ad attenderci.

lunedì 4 aprile 2016

"Ad occhi chiusi" - Recensione


di Beatrice Ambrosi


Il 9 maggio del 1921 al Teatro Valle di Roma, mentre è in scena Il giuoco delle parti, dalla
porta principale della sala entrano sei personaggi in cerca di una forma, in cerca di un
autore: il capocomico che è già sul palcoscenico decide di rappresentare il dramma di
questi, attribuendo le loro parti agli attori già presenti; la platea è in preda alla confusione,
non comprende cosa stia accadendo e comincia a gridare "Manicomio!".
L'autore di questo espediente è Luigi Pirandello, il quale da qui in poi distruggerà le
convenzioni del teatro borghese, utilizzando la tecnica del metateatro, che concretamente
significa fare teatro nel teatro: il poeta disintegra quindi lo spazio teatrale, abbattendo la
barriera che separa gli attori dal pubblico, coinvolgendo in prima persona lo spettatore.
Tale risultato è stato raggiunto anche da un artista dei nostri tempi, Carlo Fineschi,
regista dello spettacolo Ad occhi chiusi, tratto dall'omonimo romanzo di Gianrico
Carofiglio che racconta un giallo giudiziario dal punto di vista dell'avvocato Guido
Guerrieri (qui Adelmo Togliani), che si trova a difendere Martina Fumai (qui Sara
Allegrucci), vittima di abusi domestici e giochi sadomasochistici da parte del convivente
Gianluca Scianatico (qui Matteo Bolognese), figlio del presidente di una sezione penale
nella Corte d'appello e per ciò intoccabile, poichè nessun avvocato vuole inimicarsi il
padre.
La trama della rappresentazione teatrale è la stessa, ma il regista ha deciso di impostarla
sotto tre punti di vista: l'avvocato, la vittima e il carnefice. La novità sta nel fatto che lo
spettatore non dispone di quella onniscienza tipica del teatro nostrano poichè con
un'unica visione può conoscere solo una delle prospettive: dovrà quindi partecipare
nuovamente alla rappresentazione teatrale per avere un quadro più completo della
vicenda (ne avrà sicuramente curiosità!). Questo tipo di impostazione corrisponde ad una
realtà in cui raramente si conoscono tutte le sfaccetture di una storia, in cui si è talmente
convinti di un'idea, che si rimane sorpresi se poi questa viene stravolta. Ed è ciò che
accade in questo contesto: chi dice la verità, Martina o Gianluca?
Un'altra scelta innovativa è stata quella di realizzare un teatro itinerante, durante una
 serata romana, in cui gli spettatori, suddivisi in gruppi (in base al punto di vista scelto),
sono accompagnati da una guida con cui non si può interloquire (si scoprirà poi che
anche questa è parte dello spettacolo) nei luoghi in cui si svilupperà la storia: un
appartamento, un edificio in cui vengono accolte vittime di maltrattamenti e il MAXXI.
Luci soffuse, musica inquietante di fondo e una recitazione di alta qualità da parte di attori
per la maggior parte poco conosciuti conferiscono al dramma un'atmosfera tetra e
realistica, sulle sfumature del thriller, accentuate da un dolore non espresso visivamente,
ma percettibile tramite urla, rumori e pianti; espressioni eloquenti del volto che fanno
venire i brividi, dialoghi essenziali ed efficaci e discorsi profondi ed incisivi regalano
emozioni impagabili allo spettatore costernato, sorpreso, che non può nulla di fronte allo
strazio a cui assiste: Ad occhi chiusi fa immergere completamente il pubblico in una
esperienza alienante e disarmante, a tal punto da far chiedere se sia realtà o finzione, da
voler far intervenire nelle scene più cruente.
L'intensità dell'intera opera non consiste in cosa viene raccontanto (sebbene sia un tema
delicatissimo a cui tutta la compagnia ha saputo dare dignità) ma nel modo in cui viene
fatto: la trama infatti non risulta banale nè si sofferma troppo su temi triti e ritriti, ma ci
offre discorsi interessanti ed informativi riguardanti ad esempio antiche leggende circa le
tecniche di combattimento, alludendo alla lotta della non resistenza ed al fatto che stare
ad occhi chiusi, ed è questo il nucleo della storia riassunto dall'omonimo titolo, non
significa avere paura ma semplicemente aver colto il momento in cui cedere, come un
salice che per molto sopporta la neve, per poi scrollarsene il peso e tornare alla posizione
primaria.
Pirandello e Fineschi rappresentano dunque un modo di fare teatro che abbatte quel
distacco, quella freddezza che ci sarebbe dentro una sala, rendendo al contrario
protagonisti dell'opera gli stessi spettatori. La domanda che però continuerà a tempestare
la nostra mente nel corso della vicenda sarà: è realtà o finzione?
E voi, non siete curiosi di chiedervelo?

Trailer spettacolo:
https://www.youtube.com/watch?v=R_Ni7nE1Zk4

mercoledì 30 marzo 2016

Risorto - Risen, la recensione


di Beatrice Ambrosi

L’ultimo film di Kevin Reynolds, Risorto, uscirà nelle sale italiane il 17 marzo, non a caso a pochi giorni dalla Pasqua, celebrazione della risurrezione di Gesù. Il film, che narra appunto la resurrezione di Cristo contemplata nel Nuovo Testamento, appare come sequel non ufficiale de La passione di Cristo (2004) di Mel Gibson o perlomeno questo è l’intento del suo sceneggiatore Paul Aiello; effettivamente a primo acchito, anche solo guardando il trailer, viene subito da pensare al film di Gibson, ma le aspettative vengono deluse immediatamente. Il film è ben lontano dal capolavoro vincitore di tre premi oscar nel 2005 per la miglior fotografia, il miglior trucco e la migliore colonna sonora: non vi è quella risonanza, quella credibilità che arricchisce lo spettatore, non solo a livello di contenuti (Risorto, così come La passione di Cristo, non dice molto di quanto non è stato già detto e ridetto), ma a livello di forma e di immagine. La vicenda è sviluppata a mo’ di flashback, cominciando con l’immagine del protagonista Clavio (Joseph Fiennies), tribuno militare a servizio del prefetto Ponzio Pilato (Peter Firth), che seduto a tavola nella baracca di un tale, ricorda il percorso che lo ha portato in Galilea. Questo flashback appare quasi diviso in due parti: la prima più realistica, la seconda dai tratti misticheggianti. La divisione coinvolge anche lo sfondo in cui si svolge la vicenda, prima a Gerusalemme e poi in Galilea, nonchè il contenuto. Nella prima parte i due legionari Clavio e Lucio (intepretato dal giovane Tom Felton, ai più noto per il ruolo di Draco Malfoy nella saga di Harry Potter) vengono incaricati di trovare il corpo del Nazareno Yeshua (Cliff Curtis), scomparso dopo tre giorni dalla sua morte, nonostante la sua tomba fosse stata sigillata con corde molto resistenti, su consiglio del Sinedrio: Yeshua rappresenta infatti una minaccia per Roma e per il potere e potrebbe diventare un’arma di ribellione per i più deboli. Per cui nella prima parte, seguendo la suddetta divisione, viene mostrata questa grande caccia all’uomo da parte di un Clavio molto razionale, che vediamo rappresentato come abile soldato nella sequenza iniziale in cui i romani si scontrano con i giudei, a colpi di spade, scudi e sassi (questi usati dai secondi) . La condizione di Clavio si può riassumere nella locuzione latina “Si vis pacem, para bellum”: egli non viene presentato come il Miles gloriosus plautino, ma come un tribuno determinato e concentrato nel suo obiettivo di acquistare potere a Roma per potersi costruire una famiglia ed una villa in cui vivere in pace, in una quotidianità che sia priva di morte; non ricerca lo sfarzo ma il benessere. E’ proprio la determinazione di Clavio nella caccia, nello scovare cadaveri e nell’interrogare i testimoni della risurrezione di Yeshua che rende poco convincente la sua conversione; sebbene infatti il regista utilizzi l’espediente degli incubi in cui appare la faccia smunta dell’uomo crocifisso per creare confusione nella testa del tribuno, la sua conversione appare forse troppo rapida. Eppure a Clavio, non credente, il cui unico Dio è Marte, bastano le parole di una Maria Maddalena (Marìa Botto) a far sorgere dei dubbi alla sua ferrea convinzione: “Stai cercando qualcosa che non troverai mai. […] Apri il tuo cuore e guarda!” La prima parte del film è connotata da elementi storici come la datazione degli eventi (collocabili al 33 d.C.), i riferimenti all’imperatore Tiberio allora in carica, a Cesarea, cittadina in cui risiedeva ufficialmente Pilato, al Sinedrio e alla figura di Caifa; appare anche la Sacra Sindone che viene giustificata da Clavio dall’uso di erbe ed oli. La ricerca dell’uomo è accompagnata dalla musica di Roque Baños, degna di un film poliziesco, in grado di creare tensione e di dare maggior ritmo alla narrazione. La scena che unifica le due parti in cui è suddiviso il film è quella in cui i legionari invadono le case dei giudei per trovare i discepoli che Clavio scova nella dimora di Maria Maddalena assieme a Yeshua: qui l’abilità di Reynolds emerge da un’inquadratura sui sandali del tribuno che, incredulo, indietreggia; successivamente, si rivedono questi sandali andare avanti verso gli apostoli. Clavio ha veramente il Maestro davanti a sè e non riesce a conciliare il fatto di averlo visto morto e poi di nuovo vivo: a questo punto la sua sorpresa è enfatizzata dal clichè dei clichè, ovvero la spada che in slow motion gli cade dalle mani. E’ a questo punto che si apre la seconda parte della storia: Clavio lascia un messaggio agli altri legionari con su scritto che vuole avere risposte e per ciò seguirà gli apostoli in Galilea. Il soggetto della storia cambia, la caccia non è più rivolta al corpo di Yeshua (ormai in putrefazione), ma a Clavio, in carne ed ossa. Si apre un capitolo del film che appare troppo fantasioso, misticheggiante e poco elaborato: il modo in cui compare e scompare Yeshua agli apostoli appare artificioso, quasi fosse un fantasma che scherzosamente va e viene, quasi come avesse il mantello dell’invisibilità e scomparisse a suo piacimento. Convince, comunque, che per il ruolo del Messia sia stato scelto un uomo di origine maori come Cliff Curtis, che ha le fattezze di un semita e che rispetta quella iconografia che vuole Gesù con barba e capelli lunghi e con il naso aquilino. La caccia a Clavio continua ma viene subito interrotta quando viene scovato dall’ex compagno Lucio, al quale, puntandogli la spada alla gola, dirà “Oggi non muore nessuno!” inaugurando perciò un nuovo capitolo della sua vita, privo di guerra e di sangue. Ecco che quindi viene da pensare che fin dall’inizio il film si occupi solo marginalmente di Cristo e che forse il titolo “Risorto” sia riferibile anche a Clavio: egli è risorto, è rinato, dopo anni di battaglie, di fatica e di servizio; ha trovato qualcosa in cui credere veramente, che non costituisce alcuna minaccia perchè “Se Yeshua fosse qui ti abbraccerebbe” afferma l’apostolo Bartolomeo mentre è interrogato da Clavio. Il principio “si vis pacem, para bellum” non ha più importanza oramai ed è sostituito da un monito differente: se vuoi la pace, apri il tuo cuore.

(Pubblicato originariamente su http://www.rearwindows.it/ )


venerdì 25 marzo 2016

Intervista al regista Thomas Torelli


"Thomas Torelli è il regista di " Un altro mondo", film che sta facendo il giro del pianeta. Il suo prossimo film, "Food Revolution", in uscita quest'anno, solleverà un doveroso dibattito sull'alimentazione. Lo abbiamo intervistato e ci ha anche rilasciato  qualche anticipazione sul suo ultimo lavoro."

di Vincenzo Cerulli

-V Cosa diresti ai lettori di “La Voce del Padrone” che ancora non hanno visto il tuo film? Nelle tue proiezioni premetti sempre quanto sia difficile descrivere di cosa parla il film; eppure dopo averlo visto quasi tutti dicono sempre: “ma è chiaro, è tutto così semplice”. Questa apparente incongruenza ti fa sorridere?

-T Le domande sono collegate. Risponderei che proprio perché ho difficoltà a parlare del film non posso far altro che invitare tutti a vederlo al più presto (sorride). Gli argomenti che emergono un po’ alla volta dalla trama del film non sono nuovi concetti o teorie che voglio inserire nelle teste degli spettatori ma semplicemente antiche verità che appartengono a tutti noi e che il film si limita a farci riscoprire, ci aiuta a ricordare cose che abbiamo sempre saputo ma abbiamo dimenticato.

-V Credi che la diffidenza che molti potrebbero avere ad avvicinarsi ad un’opera come la tua sia rivelatrice del fatto che la maggior parte dei “valori” che abbiamo ereditato in realtà non ci appartengano? Nell’accettare un “altro mondo” molti potrebbero pensare di dovere rifiutare tout court il “mondo” che abitiamo adesso. Come possiamo trovare armonia fra i due ed evitare di ricadere in una dialettica binaria degli opposti che troppo spesso si è limitata a mostrare solo l’altra faccia della stessa realtà?

-T Esatto, noi non dobbiamo assolutamente creare dal nulla un “altro mondo” opposto e speculare a quello attuale, altrimenti ricadiamo in uno sterile dualismo. Un “altro mondo” è quello che già abbiamo, dobbiamo però iniziare a guardarlo con occhi diversi, dobbiamo iniziare ad abitare questo “altro mondo” tutti i giorni, cercando di essere persone più responsabili. Ovviamente non possiamo illuderci di creare una società diversa tornando a suonare i tamburi per le vie delle metropoli, alcune cose le abbiamo irrimediabilmente perse e i tentavi di imitazione sarebbero scimmiottamenti dannosi; ma questo non significa che sia tutto irrecuperabile. Dobbiamo riuscire a trarre vantaggio dalla pluralità di società, cosa che non è assolutamente accaduta 500 anni fa con gli invasori dell’America centrale.

-V In questo tuo riferimento alle popolazioni precolombiane (che hanno un ruolo fondamentale nel film) si è praticamente palesato l’aut-aut occidentale: o noi dominiamo voi o viceversa, gli europei non hanno provato minimamente ad integrarsi con loro. Perché non c’è stata un’osmosi fra le due culture secondo te?

-T Era impossibile perché i nostri “valori” erano radicalmente diversi dai loro. Per esempio per loro era inconcepibile cedere pezzi di terra agli europei perché loro non l’avevano mai comprata, non la riconoscevano come una loro proprietà stabilita da un contratto scritto (non avevano scrittura, per questo ogni parola detta a voce era sacra). Loro non trattavano la terra come se l’avessero ricevuta dai genitori; ma come se la stessero tenendo in prestito dai loro figli. Gli europei volevano comprare terre che per gli indigeni non erano vendibili, proprio perché non gli appartenevano, lo scontro di civiltà era inevitabile. Pensa a come sarebbe il mondo se noi tutti oggi vedessimo la terra non come ereditata dai genitori ma come in prestito dai nostri figli? Qui emerge un grande problema della nostra società: sentiamo come nostro (e dunque curiamo) solo ciò che è di nostra proprietà. I mari, le montagne, le foreste che appartengono a tutti, non sono di nessuno e ognuno ci fa quello che vuole. Difendiamo solo ciò che porta il nostro nome, comunità e condivisione non esistono più.

-V Il tuo discorso mi fa pensare all’etica di Lévinas, secondo il quale ogni uomo che viene ad essere nel mondo non abita un luogo suo di diritto. Quel luogo è stato di qualcun altro prima di lui e così sarà sempre. Continuando a non pensare l’etica in questi termini reiteriamo il discorso di chi dice: “è mio ciò che è di mia proprietà quindi lascio a nessuno quello che non è definibile, lascio ciò che è comune all'incuria generale.”

-T Vincenzo il mare di chi è? Basta guardare il porto di qualsiasi grande città per capire che non è di nessuno, lo stiamo distruggendo e se distruggiamo il mare distruggiamo il pianeta. Sembra banale ma di fatto è così.

-V No no Thomas purtroppo non è banale affatto, è un motivo su cui è doveroso ragionare ma purtroppo finché ne chiacchiereremo e basta non ne discuteremo mai seriamente.

-T L’America noi l’abbiamo scoperta dal nostro punto di vista. Dal punto di vista dei nativi non abbiamo scoperto nulla, basta cambiare punto di vista e la realtà cambia radicalmente.

-V Questa pretesa di universalizzare che si risolve nell’europeizzare è un vizio che l’Europa ha sempre avuto purtroppo. L’ultima domanda che vorrei farti riguarda il docu-film a cui stai lavorando in questo periodo: “Food Revolution”. Sono convinto che solleverà un dibattito di cui c’è veramente bisogno, ti posso chiedere qualche anticipazione?

-T Si, ti posso dire che stiamo intervistando le persone più in vista riguardo questa tematica. In unico film stiamo cercando di convogliare i tre caratteri principali del problema della cattiva alimentazione: la salute dell’uomo, l’impatto sull’ambiente e la reazione del mondo animale. Parlare dell’argomento tenendo separati questi fattori è molto peggio che non parlarne affatto, sono intrinsecamente collegati l’un l’altro. Chi tenta di dividerli lo fa per dividere l’opinione pubblica, "divide et impera", non è una novità. Abbiamo trasformato l’alimentazione in business e passatempo, le conseguenze di questa trasformazione le può trarre chiunque se è sincero con se stesso. Se paghi un hamburger un dollaro non puoi credere che quell’hamburger sia un prodotto sano, sai benissimo che stai avvelenando te e tutto l’ambiente che ha contribuito, passivamente, affinché l’hamburger arrivasse sulla tua tavola.


-V Grazie per le tue risposte Thomas, in lak'ech! (vedete il film per capire cosa significa)

Trailer dei due film:
https://www.youtube.com/watch?v=UAsa8wbzJ78
https://www.youtube.com/watch?v=zcYFb_Bn44U

giovedì 24 marzo 2016

To Kill a Fictionbird, della morte narrativa


di Edoardo Rivetti

''Vi erano cose vive e cose non vive[...]. Le cose non vive rimanevano ferme nello stesso punto, le cose vive si muovevano.'' Jack London

Giocare con il destino di un uomo è un compito gravoso, poco importa che questo sia il prodotto dell'estro creativo di un artista. Uccidere Anna deve aver richiesto a Tolstoj una certa dose di apatia momentanea, la stessa che cerca Raskolnikov nell'appartamento di Ivanovna. Sicuramente poi il peso della penna-pugnale triplica quando il personaggio diventa alterego dell'autore. Ma, in definitiva, davvero si uccide un personaggio che mai ha avuto realtà corporea, trafiggendolo con un etereo pugnale in una cronaca dell'irreale? Quando davvero muoiono i personaggi?
 Tutte le forme narrative, altro non sono, Hitchcock insegna, che una finestra aperta che ci consente un' unica prospettiva verso un delimitato spazio. I figuranti che vediamo non possono entrare in contatto con noi, non possiamo che conoscerli indirettamente sempre attraverso esperienze che sono forzati a ripetere. Guardiamo l'ultimo fotogramma, leggiamo l'ultima pagina, sentiamo l'ultima battuta, e tutto è finito, i personaggi, infine, sono ''venuti a mancare'' nel senso più passivo della locuzione. Ma non a tutti è comune questo destino, alcuni personaggi rimangono lì, e vivono ancora, quella vita che non l'autore, ma lo spettatore ha donato loro.
Quando lo spettatore identifica un personaggio con un ruolo da compiere nella trama, cambiando, quindi, il proprio status da ''colui che guarda'' a ''colui che interpreta'', contestualizza appieno nel mondo irreale proposto dall'autore ciò che vede. Far completare ogni tipo di missione che è stata identificata con un personaggio, vuol dire uccidere narrativamente il personaggio stesso, compiendo il fatidico omicidio molto più oneroso nella finzione di una coltellata ben assestata, pur descritta nei minimi particolari.
 Ann Darrow. King Kong. La Bestia che ama la Bella, la storia la conosciamo tutti. Quando l'acromegalica scimmia cade dall' Empire State Building, la storia finisce, la Bella non può più essere amata dalla Bestia e Ann Darrow muore narrativamente sul colpo quando sulla pellicola appaiono le due fatali parole THE END. Funzione finita, Ann Darrow a casa, e di come trascorrerà la mezz'età sapendo di essere stata amata dal primate più grande del mondo, in fondo, non interessa a nessuno, perchè il suo ruolo è esaurito.
Antoine Doinel. I 400 colpi. Lui, ragazzo abbandonato a ciò che la sua età gli impone di fare, con una difficile storia familiare alle spalle. Quando la madre lo lascia solo a confrontarsi con la vita adulta che sta davanti a lui, la storia continua, il ragazzo fugge e sa di doversi, ancora di più, preparare a ciò che il futuro gli riserva. Arriva la fatale parola FIN. Funzione non finita, bobine che oramai girano a vuoto, ma Antoine ancora vive nella nostra mente di fruitori attivi. Dipingiamo in noi, magari anche solo con sporadiche pennellate un po' impressioniste, ciò che il futuro ha in serbo per il ragazzo; perchè il suo ruolo non è esaurito.
 Nell'arte, nulla è imposto, e l'autore non ha una visione preferenziale sulla storia che racconta. Il semplice sparire dalla ragnatela della trama, può identificare la finta-morte-corporea di qualcuno che non è mai davvero esistito, ma non implica la fine di una vita che è ontologicamente diversa dalla nostra. Il destino di tutti i personaggi è nelle nostre menti, dall'inizio alla fine o alla non fine.
 ''Chi cerca il cuore della storia nell’interstizio fra la creazione e il suo autore si sbaglia: conviene invece cercare non nel campo fra lo scritto e lo scrittore, bensì in quello che sta fra lo scritto e il lettore.'' Amos Oz