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sabato 2 luglio 2016

Due facce della stessa medaglia


di Vincenzo Cerulli

Che differenza c'è fra un giovane italiano in fuga verso Londra o la California e un giovane pakistano in fuga verso i nostri lidi? Nessuna nella sostanza. Il primo verrà sfruttato come lavapiatti o commesso tuttofare in un grande magazzino, il secondo come venditore ambulante, nelle spiagge d’estate e nei supermercati d’inverno. C'è solo una piccola differenza formale per quanto riguarda la comodità (il "comfort" cui gli occidentali anelano) dei due tipi di espatrio. Le motivazioni sono le stesse ed anche le ambizioni, causa e fine coincidono da Reggio Calabria, Roma, Milano fino a Islamabad, Lahore e Karachi: anche le ambizioni si appiattiscono su un unico modello planetario, la “way of life” hollywoodiana ha la stessa forza persuasiva su tutti i meridiani. Entrambi hanno deciso di fuggire invece di lottare per cambiare il proprio paese, entrambi sono il frutto più dolce della globalizzazione: lo sradicamento apolide senza scopo.

Il capitalismo li costringe ad abbandonare il proprio paese, i propri cari; eppur loro fuggono alla ricerca del capitalismo, assistiamo ad una sorta di sindrome di Stoccolma per la quale chi è costretto a sopravvivere di stenti invece di cambiare la propria esistenza vuole radicalmente sostituirsi a chi muove gli enormi capitali che stanno massacrando le aziende del proprio paese, invece di combattere chi mette in ginocchio l’economia della propria nazione si limitano ad invidiare i loro stili di vita, si adora malignamente il padrone.

La vittima si lega al carnefice attraverso l’imposizione massmediatica del desiderio irresistibile per quegli oggetti che sono proprio la causa del proprio male, il sigillo della propria sconfitta (vedi “Un comunista a Parigi nel ‘68” Lorenzo Vitelli Circolo Proudhon Edizioni). Così attraverso l’imposizione (che non è assolutamente violenta ma anzi volontaria e “soft”) di quegli oggetti del desiderio (grandi automobili, hi-tech di svago, fast-food etc,etc) le vittime auto-alimentano il proprio mulino del supplizio, un cane che si auto-compiace del proprio mordersi la coda.

Per questo prima di una rivoluzione socio-economico-politica abbiamo innanzitutto bisogno di una Rivoluzione cultural-antropologica: dobbiamo cambiare i nostri oggetti del desiderio. Per concludere, tornando alle nostre due “vittime” del turbocapitalismo finanziario dobbiamo di nuovo sottolineare che desideri identici fanno persone identiche, un unico mercato planetario in cui tutti vogliono le stesse cose è più semplice da controllare piuttosto che 10,100,1000 mercati.

Vi lasciamo con una frase di un intellettuale che forse più di tutti aveva anticipato, compreso e temuto questa tremenda “mutazione antropologica”: Pier Paolo Pasolini. Il poeta ci ha infatti lasciato questo monito: “Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo.”

Se dobbiamo veramente abbattere il Padrone dobbiamo iniziare a riconoscere la nostra condizione di servi, servi colti, con dei diritti, anche belli e in salute ma pur sempre servi: in quanto vicini agli ultimi della società, in quanto in lotta con trattati non voluti e organizzazioni internazionali, servi in quanto più vicini a chi soffre, servi in quanto affamati. 


(Pubblicato originariamente su Economia Democratica) 

martedì 28 giugno 2016

L'Unione Europea dopo il Brexit


di Simone Mela

La vittoria del Leave come esito del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno dà sicuramente un chiaro e forte segnale all’Unione Europea, incapace di far fronte ai problemi dei cittadini, generando da parte sua una disaffezione dalle istituzioni comunitarie via via sempre più grande.
Volendo aprire una parentesi è paradossale il fatto che si dica, in questi casi, che il singolo Stato nazionale non sia in grado di risolvere problemi globali quando è la stessa Ue a non avere saputo gestire problemi importanti come quello dei flussi migratori. Ma sarebbe anche un po’ grossolano e riduttivo legare il successo di coloro che hanno deciso di lasciare l’Ue con il tema dell’immigrazione, la quale come recentemente scritto dall’intellettuale francese Alain de Benoist è solamente la conseguenza e non la causa della forte mancanza di identità.
Questo successo euroscettico però ha acceso anche gli animi delle altre forze politiche europee che mostrano una forte avversione verso l’impianto eurocratico. Una entusiasta Marine Le Pen, leader del Front National, ha affermato che quella britannica è stata “una vittoria della libertà” e che ora, come chiede da anni, “serve lo stesso referendum anche in Francia” e negli altri paesi dell’Ue. Dall’Olanda, Geert Wilders, fondatore e capo del Partito per la Libertà (PVV), guarda con favore a un possibile abbandono dell’Ue da parte dei Paesi Bassi. “Ora è tempo di un nuovo inizio, se diventerò primo ministro, ci sarà referendum” – ha detto Wilders. Dichiarazioni di questo genere sono arrivate anche dal leader del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) Heinz Christian Strache il quale, forte dell’ottimo risultato ottenuto alle presidenziali da Norbert Hofer, ha sentenziato in questo modo: “Se l’Ue si ostina nel suo rifiuto a fare le riforme, allora un voto dell’Austria sarà un nostro obiettivo”. Persino in Svezia, i Democratici, partito nazionalista, chiedono che vengano rinegoziati gli accordi e che il popolo svedese dovrebbe avere l’opportunità di poter esprimersi sulla sua appartenenza all’Ue. Per finire, segnaliamo anche le parole provenienti dalla Germania stessa pronunciate dal capo di Alternative für Deutschland, Frauke Petry: “I cittadini europei vogliono ora riprendersi la sovranità alla maniera britannica”.
Non c’è dubbio che sul vecchio continente, ora più che mai, soffi un forte vento euroscettico. Il prossimo anno e mezzo sarà fondamentale per capire quale sarà il futuro dell’Ue. Il calendario politico, infatti, prevede le elezioni presidenziali in Francia il prossimo maggio: se il Front National riuscirà a migliorare il risultato delle regionali dello scorso dicembre conquisterà l’Eliseo e allora sarà referendum. In Olanda, sempre nel 2017, ci saranno le elezioni per la Camera, in Austria nel 2018 si terranno quelle parlamentari, vero appuntamento atteso dal Partito della Libertà (FPÖ). E non dimentichiamoci le elezioni federali in Germania il prossimo autunno. Se tutte queste forze politiche si affermeranno nei rispettivi paesi, parole come Frexit o Nexit potranno essere qualcosa di più che semplici slogans.
Il rischio (per Bruxelles) e la speranza (per i popoli liberi) è che il risultato del referendum britannico possa causare il cosiddetto effetto domino. Se nei prossimi mesi i popoli europei, guardando l’esempio britannico, si accorgeranno che fuori dall’Ue c’è vita, questi movimenti euroscettici porteranno moltissimi cittadini a votare per le loro liste. Ovviamente non sarà facile. Si deve sempre tenere a mente che il Regno Unito ha la propria sovranità monetaria e non è precisamente un dettaglio fare un referendum sotto ricatto Draghi che “chiude i rubinetti”, con la conseguente corsa isterica agli sportelli e lo spread alle stelle (Grecia docet).
E in Italia? Già, quasi ci dimenticavamo dell’Italia. Premesso che un primo passo per lanciare qualche segnale a Bruxelles sarebbe bocciare la riforma costituzionale al referendum del prossimo ottobre, nel nostro paese la palla è ormai passata al Movimento 5 Stelle il quale, dopo la conquista del Campidoglio e l’exploit di Torino, si è seriamente candidato come alternativa di governo. Ma la linea politica del M5S su Ue e Euro è a dir poco ambigua. A oggi sembra stare su posizioni più moderate come dimostra l’abbandono del, seppure impossibile, referendum sull’Euro e l’atteggiamento di un Di Maio che strizza l’occhio alla grande finanzia come si è potuto recentemente leggere in un suo tweet. Inoltre come ha riportato Claudio Messora sul suo blog byoblu, sul sito dei 5 Stelle il 20 maggio è uscito un articolo in cui si afferma che “il Movimento 5 Stelle è in Europa e non ha nessuna intenzione di abbandonarla […] il Movimento 5 Stelle si sta battendo per trasformare l’Ue dall’interno”. Quando si tratta di essere dal lato giusto della storia…

(Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica)

lunedì 23 maggio 2016

Schmitt e la critica al liberalismo


di Vincenzo Cerulli

“Fin dall’inizio il pensiero liberale sollevò contro Stato e politica l’accusa di violenza” Carl Schmitt – Il concetto di Politico 1932
Carl Schmitt nel 1932 scrive “Il concetto di Politico”, un’opera fondamentale per capire ed affrontare l’apparente supremazia dell’economico sul politico. Dico “apparente” perché proprio sul finire dell’opera l’autore sfata questo falso mito, commentando un’espressione di Walter Rathenau secondo il quale alla sua epoca il destino non era più la politica ma l’economia Schmitt scrive questo: “…ora come prima, il destino continua ad essere rappresentato dalla politica, ma nel frattempo è solo accaduto che l’economia è diventata qualcosa di “politico” e perciò anche essa destino”. In questa sede non si vuole analizzare il metodo con cui il filosofo tedesco riconduce tutte le categorie di conflitto (economico, religioso, giuridico etc) al conflitto politico ma si vuole recuperare la critica serratissima che sferra contro il liberalismo per ricondurla, oggi, ad un terreno a noi più adatto.
La sfida non è nuova: Adam Smith col laissez-faire, la mano invisibile e l’autoregolazione del mercato e della società da una parte e Keynes a favore dell’intervento dello Stato come garante della giustizia sociale dall’altro. Le premesse di questi due mondi a confronto sono completamente diverse: per Smith, essendo lui liberale, l’uomo è buono di natura, in grado di autoregolare i propri commerci ed i propri affari senza danneggiare gli altri uomini, è lo Stato che figura come cattivo, corrotto e corruttore, fonte d’ogni vizio, d’ogni male ed in quanto tale va incatenato a dei paletti ben precisi.
Citando l’opera di Schmitt: “ La teoria sistematica del liberalismo riguarda quasi soltanto la lotta politica interna contro il potere dello Stato e produce una serie di metodi, per ostacolare e controllare questo potere dello Stato in difesa della libertà individuale e della proprietà privata, per ridurre lo Stato ad un <compromesso> e le istituzioni statali ad una <valvola di sicurezza>.” Il filosofo è qui chiarissimo, per i liberali lo Stato è il residuo di un’epoca barbarica da superare, nella teoria liberale lo Stato può fungere al massimo da fermacarte. Ora Keynes. A molti potrà sembrare una forzatura inserire l’economista di Cambridge fra le fila dei teorici politici che hanno come loro premessa un’antropologia pessimista ma mi limito a dire che anche se non dovesse considerare gli uomini malvagi, come accade per esempio in Machiavelli, Hobbes, Fichte ed in parte Hegel, comunque condivide le conclusioni di questi ultimi e le sviluppa apposta per la nostra epoca. In tutti gli autori qui sopra citati c’è un grande pensiero politico alla cui base sta l’idea che l’uomo è cattivo, (homo homini lupus) bisognoso di leggi forti che ne regolino il comportamento e di uno Stato forte che le faccia rispettare.
La società non si autoregola, serve l’intervento dello Stato a favore dei più deboli, a favore di chi non capisce il mercato e ne viene sopraffatto, a favore degli ultimi che non capiscono le leggi dell’economia, della concorrenza, lo Stato deve svolgere il ruolo di garante per chi non si occupa di economia. Perché accada ciò servono politici forti, con una grande teoria politico-economica sulle spalle, studiosi di Keynes e Machiavelli, Marx e Schmitt. Vi lascio un’ultima riflessione del giurista di Plettemberg per cancellare una volta per tutte la favoletta raccontata in ogni angolo dai neoliberisti secondo i quali una società regolata dal mercato e dalla concorrenza è già sempre più giusta di una regolata da politica e conflitto. “Non è però certamente ammissibile, e neppure corretto sul piano morale o psicologico o scientifico, definire semplicemente col ricorso a squalificazioni morali, contrapponendo cioè lo scambio buono, giusto, pacifico, in una parola simpatico, alla politica dissoluta, rapinatrice e violatrice. Con metodi del genere si potrebbe allo stesso modo definire, viceversa, la politica come la sfera della lotta gloriosa e l’economia invece come il mondo dell’inganno, poiché in ultima analisi il nesso del ‘politico’ con la ruberia e la violenza non è più specifico di quello dell’economico con l’astuzia e la frode”.
(Pubblicato originariamente su Economia Democratica)

venerdì 13 maggio 2016

Intervista al professore Antonio Maria Rinaldi


di Vincenzo Cerulli

La Voce del Padrone è lieta di riportare ai suoi lettori le parole del Professor Antonio M. Rinaldi, neo segretario di Alternativa per l'Italia, che ha discusso con noi di sovranità, immigrazione, crisi greca, TTIP, sindacati italiani e molto altro. Antonio M. Rinaldi è autore inoltre come blogger su SCENARIECONOMICI.IT

- Professore il 9 Maggio si è celebrata la “festa” dell’Europa, la stessa Europa che sta strozzinando la Grecia e appoggiando i neonazisti in Ucraina, la stessa Europa divisa al suo interno da filo spinato e nuove barriere ogni giorno. Quindi le chiedo, quanta ipocrisia c’è dietro questa festa? Ha senso festeggiarla oggi?

- L’Europa non è nuova a questo tipo di celebrazioni, da tempo l’UE deve far passare questi messaggi all’interno dei paesi membri per poter rinverdire la propria immagine poiché sempre più sbiadita. Credo che siano destinati diversi milioni di euro per poter diffondere a tutti i livelli il “pensiero unico” europeo. In Italia la maggior parte delle Istituzioni destina centinaia e centinaia di migliaia di euro sui social per curare la propria “immagine”, quindi non ci dobbiamo assolutamente meravigliare se in Europa c’è qualcuno che utilizza media e denaro per fare lo stesso. Una cosa incredibile di cui sono venuto a conoscenza è che il 9 maggio a Roma sono state distribuite la bellezza di 350 bandiere europee nelle scuole, evidentemente per inculcare già ai giovani un certo tipo di concetto di Europa quando poi in quasi tutte quelle stesse scuole mancano i servizi più essenziali come carta igienica e sapone.

- Nella mia domanda c’era un piccolo riferimento alla Grecia, in questi giorni a Bruxelles si stanno tracciando dei piani a medio-lungo termine per ristrutturare il debito. Come li possiamo commentare?

- La Grecia è fallita già tantissimi anni fa ma non si è voluto certificarlo ufficialmente poiché altrimenti sarebbe passata l’immagine che all’interno dell’eurozona si può fallire. Questo è avvenuto essenzialmente perché la Grecia non doveva entrare nell’unione monetaria sin dall’inizio, ma soprattutto non doveva adeguarsi al modello economico previsto per il sostenimento di questa moneta, il modello che prevede la stabilità dei prezzi e il rigore dei conti fino al raggiungimento del pareggio di bilancio. Aver omologato tutti i modelli economici ad uno solo per tutti i paesi dell’eurozona ha creato la situazione che stiamo vivendo, in Grecia vediamo quello che accade quando vengono adottate delle misure economiche assolutamente non tarate per le esigenze del paese. Si è voluti andare anche oltre: hanno programmato ristrutturazioni hair-cut di debito pubblico, ci sono stati altri finanziamenti dall’FMI, si è fatto oltre l'inimmaginabile, come se al capezzale di una persona in coma si facessero tutte terapie sapendo benissimo che per il paziente non c’è più niente da fare, pur di tenerlo in vita. La contro-domanda che io faccio è questa. Se l’UE non è stata in grado di risolvere il “problema greco”, che rappresenta a malapena il 2% del PIL dell’intera eurozona, cosa succederà quando paesi con un peso economico ben più importante rispetto alla Grecia, per esempio proprio l’Italia, andranno incontro a delle difficoltà? Questo è il vero problema che noi dobbiamo porci. Non curante delle condizioni del popolo greco, che veramente sta soffrendo oltre ogni limite, la Troika ha fatto della Grecia un laboratorio alla Frankenstein. Quindi la Grecia per aver seguito delle politiche economiche dettate fuori dai propri confini nazionali sta pagando un prezzo quasi superiore a quello della II Guerra Mondiale. In Grecia di fatto sono state sospese tutte le garanzie in cui si riconosce la democrazia, abbiamo visto il governo Tsipras che prima ha promesso di rompere l’austerità ed ora si è ritrovato ad imporre misure di austerità peggiori di quelle imposte dalla stessa Troika. Io non credo che i cittadini greci siano disposti ad andare oltre, anche se i media europei non danno particolare risonanza a ciò che sta avvenendo in Grecia. Sappiamo che lì c’è molto più che un forte malcontento generale, ci sono quotidianamente manifestazioni e scioperi, taciuti per ovvi motivi d’immagine. Fino a quando riusciranno a mantenere questo silenzio sulla Grecia? Noi di fatto stiamo vivendo una dittatura economica che è la più subdola delle dittature, perché non c’è un così detto “sovrano palese”.

- Voi infatti in alcuni dei vostri articoli avete parlato di “dematerializzazione” del sovrano, può spiegare questo fenomeno ai nostri lettori?

- Esatto proprio di questo si parla. Non sai più con chi prendertela a livello “fisico” perché il potere viene gestito da organismi sovranazionali che nemmeno si identificano con una sola persona. Sono diventati tutti dei semplici esecutori, si fanno forti delle loro regole, dei trattati e di vari organismi e meccanismi internazionali e per questo motivo non si riesce ad individuare la figura del “despota cattivo”. È la cosa peggiore, ti fanno credere di essere in democrazia e invece stiamo tornando al medioevo. Voglio ribadire per l’ennesima volta che la sovranità appartiene al popolo e chi nella storia ha tentato di sottrargliela ha fatto sempre una brutta fine.

- A proposito di sovranità siamo felici di ricordare anche qui che è finalmente nato il primo partito italiano pienamente Sovranista, Alternativa per l’Italia (ALI). Nella conferenza di presentazione in Senato avete parlato non solo di sovranità economica ma anche strategico-militare,  avete disegnato l’Italia come nazione con un ruolo guida nel Mediterraneo. Quindi mi viene da chiedere se ALI, oltre ai vincoli dell’eurozona, vuole liberarsi anche dai vincoli NATO?

- Quando ho introdotto il discorso di non limitarci prettamente alla sovranità monetaria facevo riferimento anche alla sovranità alimentare. Le nostre eccellenze alimentari vengono mortificate sempre di più, il colpo di grazia, speriamo che ciò non avvenga, sarebbe il TTIP. Con questo accordo abbasseremmo ancora ulteriormente le nostre tutele, dando il via libera all’invasione di qualsiasi tipo di prodotto che non ha le caratteristiche a cui noi in genere siamo abituati, quei requisiti che in questo campo ci fanno essere i migliori al mondo. Riprendere la sovranità significa quindi smettere di svendere questo Paese che è ormai diventato un outlet a buon mercato per le più grandi multinazionali. Una volta lo Stato poteva intervenire per difendere le proprie eccellenze ed i posti di lavoro, oggi questo non è più possibile. Per  quanto riguarda il ruolo da rivendicare nel Mediterraneo dobbiamo ricordarci che storicamente l’Italia ha sempre avuto un ruolo predominante in quest’area. Oggi però non è più così, un po’ per colpa di politiche errate compiute dai nostri alleati storici, ma soprattutto per la bassa caratura dei nostri politici. Ogni riferimento alla Mogherini è volutamente casuale (sorride). Voglio dire, abbiamo avuto ed abbiamo tutt’ora personaggi che non sono assolutamente in grado di gestire la nostra politica estera, politica estera che dovrebbe essere particolarmente attiva in questo periodo di forti tensioni, in particolare riguardo al mondo arabo e medio-orientale. Noi dovremmo avere un ruolo privilegiato perché da sempre riusciamo a rapportarci nei confronti di questi popoli in maniera diversa rispetto agli altri stati. Circa la NATO ALI crede che l’Italia debba mettere dei paletti e non subire supinamente ogni decisione che la riguarda presa al di fuori dai propri confini nazionali. Non siamo più disposti ad accettare ordini passivamente, perciò nella misura in cui si tenga conto anche delle nostre istanze noi siamo disposti a colloquiare con chiunque; ma nel momento in cui ci si impongono regole dall’esterno noi non siamo più disposti a “collaborare” passivamente. Noi siamo uno Stato Sovrano e vogliamo anche dire la nostra, coscienti di chi siamo e cosa rappresentiamo, non scordiamoci che siamo sempre la seconda impresa manifatturiera in Europa dopo la Germania e rappresentiamo una Nazione che è in grado di esprimere il proprio know-how di altissimo livello; mentre invece nello scacchiere internazionale veniamo relegati sempre più ai margini.

- Visto che abbiamo parlato di NATO e di Mediterraneo adesso andiamo a parlare delle guerre e delle destabilizzazioni che hanno portato a queste enormi migrazioni di massa.  ALI come si pone rispetto a questo problema?

- Fermo restando che non esistono esseri umani di serie A  e altri di serie B dobbiamo anche far notare che noi ultimamente non abbiamo avuto alcun tipo di politica o programmazione del fenomeno migratorio. La mia domanda è questa, qual è il nostro “limite” all’accoglienza? Chi mi può dire che siamo ancora entro i limiti dell’accoglienza dignitosa? Personalmente credo che questo limite sia stato superato da tempo e che non siamo in grado di ospitare tutti quanti. Qui si parla di milioni di persone che desiderano approdare in Europa e quindi passare e/o rimanere anche in Italia. Non possiamo farlo, non siamo in grado di dare assistenza dignitosa a questa gente, d’altra parte non possiamo nemmeno più vedere gente che affoga, famiglie intere, migliaia di persone che muoiono nel nostro mare. Allora io dico questo, facciamo così, anche per garantire agli italiani lo stesso standard di vita del passato, anche questo è un nostro obbligo. Programmiamo quante persone annualmente possiamo ospitare ed accogliere umanamente in Italia offrendogli una occupazione, dopodiché blocchiamo le partenze togliendo la possibilità agli scafisti di foraggiare il mondo della criminalità e le nostrane cooperative che ci speculano sopra e andiamo a prenderli direttamente noi in base all’ospitalità che possiamo garantire per quel periodo. Prendendoli con il traghetto, non assisteremo più ai drammi in mare. Naturalmente chi entra viene regolarizzato, paga le tasse ed ha tutte le coperture sanitarie che gli spettano e, soprattutto, si integra alla nostra civiltà rispettando usi, costumi, tradizioni e stile di vita. Non vogliamo più vedere povera gente che arriva in Italia e poi viene letteralmente tenuta in ostaggio dalle cooperative, anche a nostro danno tra l’altro, non vogliamo più vedere questi essere umani (che devono pur vivere) costretti a sopravvivere d’espedienti con furti e rapine, dobbiamo naturalmente mettere anche in sicurezza gli italiani, mi sembra più che ovvio. Inoltre vorrei ricordare ai “buonisti” dell’ultima ora che solo il 3% degli immigrati che arrivano in Europa fugge da scenari di guerra. Gli altri bisogna aiutarli in loco, ci sono molti modi per farlo: programmi di cooperazione alimentare per esempio, cancellazioni del debito degli stati da cui fuggono in funzione di quanto i loro governi riescono a fare sul territorio per il miglioramento delle condizioni del lavoro e di vita. Così potranno rimanere nella loro terra, è anche giusto che quelle persone possano continuare a vivere dove sono nati, dove hanno radici e tradizioni. Sradicarli ed illuderli che in Italia o nel resto d’Europa possano trovare la terra promessa quando poi si ritrovano a fare anche gli schiavi per pochi spiccioli è la mossa più subdola che possiamo mettere in pratica, ed è quello che accade attualmente. Ribadisco, non possiamo infilare l’oceano in una bottiglia, programmiamo i flussi ed in base alle nostre capacità stabiliamo quanti ne possiamo accogliere ogni anno.

- Questi enormi flussi migratori senza controllo massacrano anche il mercato del lavoro perché vanno a creare quell’esercito industriale di riserva, della cui pericolosità già ci avvertiva Marx, che abbassa sempre di più i salari e le garanzie dei lavoratori italiani, conquistati con anni di lotte sindacali, in funzione di una competitività sleale che rende competitive solo le multinazionali. Perché i sindacati italiani non hanno mai alzato la voce contro questo fenomeno?

- Viene spontaneo da pensare che purtroppo i sindacati italiani sono guidati da persone che non ha nemmeno  le più che minime cognizioni di economia. D’altronde quando l’anno scorso la Merkel “aprì” le porte esclusivamente ai siriani, palesò la volontà di voler prendere solo il “personale più qualificato”, perché di fatto i siriani hanno mediamente un livello di istruzione superiore rispetto agli altri migranti. In questo modo avrebbe potuto, non solo abbassare il costo del lavoro in Germania e quindi essere più competitivi, ma anche sostenere il proprio sistema pensionistico che secondo i loro calcoli diverrebbe insostenibile nel 2020. Rendiamoci conto però che faceva un discorso estremamente selettivo, con la scusa di quello che stava succedendo in Siria si andavano a prendere ingegneri, medici etc, insomma personale qualificato e scolarizzato mentre invece gli altri profughi li lasciavano a noi. È chiaro a tutti ora che il ragionamento che ha fatto la Merkel è spaventosamente cinico, doveva essere sanzionato invece è stata osannata come futura vincitrice del Premio Nobel per la pace!  Ma se di fronte a questo i sindacati italiani non hanno detto (o capito) nulla vuol dire che non sono minimamente in grado di comprendere la gravità della situazione attuale.

-Ora le chiedo di sfatare una volta per tutte un falso mito. Ogni volta che ci si trova a parlare di Sovranità e di prima repubblica, perché le si associano sempre, viene spontaneo affermare che nella Prima Repubblica si stava sicuramente meglio di adesso, ma subito si controbatte che ora si sta peggio perché stiamo ripagando i debiti che ci hanno lasciato proprio loro. Quindi si stava meglio semplicemente perché hanno indebitato il Paese che adesso ne paga le conseguenze.

- Allora proviamo a sfatare questa credenza. Usiamo i dati però, perché le parole sono interpretabili a piacimento mentre i numeri no. Iniziamo col dire che i grandi danni durante la Prima Repubblica iniziarono col divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro, quando si impennò l’entità del debito pubblico poiché i tassi d’interesse si alzarono oltremodo essendo da quel momento determinati unicamente dai mercati finanziari e non più dall’azione della Banca d’Italia che non poteva più regolarli intervenendo sul mercato primario. Il rapporto PIL/debito raddoppio in 12 anni! Tralasciando questo dato obiettivo per un attimo, ci accorgiamo comunque che quando l’Italia è entrata ufficialmente nell’euro con il cambio irrevocabile a 1936,27 lire il I gennaio 1999, il debito pubblico italiano ammontava a 1084 miliardi di euro, mentre ora ha superato i 2200 miliardi e tutto questo ad opera della Seconda Repubblica!!! Possiamo quindi affermare che la Seconda Repubblica ha più che raddoppiato il debito pubblico italiano. Il record è del Sen. Mario Monti che in 17 mesi di (S)Governo lo ha aumentato di ben 148 miliardi! Quindi stiamo attenti a quello che si dice senza conoscere  dati, date e numeri esatti, non stiamo male perché ripaghiamo i debiti che ci ha lasciato la Prima Repubblica, la Seconda ha fatto più danni della Prima (e non solo in termini di entità del debito).

- C’è una frase che voi di SCENARIECONOMICI ed ALI ripetete spesso, non so a dir la verità se è stato lei il primo a pronunciarla e mi farebbe piacere se potesse riassumerne il significato ai lettori di La Voce del Padrone. La frase è: “Riprendiamoci le chiavi di casa”

- Sì di quella frase ho il copyright (sorride). Riprendersi le chiavi di casa significa riprendersi il diritto di sbagliare con la propria testa e non di fare errori per volontà degli altri. Ribadiamo la nostra ferma volontà di poterci autodeterminare e di poter portare avanti la nostra politica economica, pensata e decisa da noi e non dagli altri per le effettive esigenze del Paese. A me non sta bene che il nostro destino sia nelle mani di un’oligarchia autoreferenziale a Bruxelles, nelle mani di persone non elette che fanno gli interessi non certo dell’Italia ma di determinate lobby. Per questo vogliamo riprenderci le chiavi di casa, i Parlamenti nazionali devono ritornare al ruolo di unici arbitri per quanto riguarda la determinazione della propria politica economica, non deve essere un organismo sovranazionale a Bruxelles che tiene in conto unicamente gli interessi delle lobby e delle multinazionali. Tutto questo accade sospendendo i più elementari principi sanciti dalla democrazia!
Ringraziamo il Professore Antonio M. Rinaldi per questa intervista.

giovedì 12 maggio 2016

Intervista all'avvocato Marco Mori


di Simone Mela

La Voce del Padrone ha l’onore e il piacere di parlare di Alternativa per l’Italia, di sovranità, democrazia ed Europa con l’avvocato Marco Mori, uno dei maggiori oppositori della dittatura finanziaria europea, che combatte anche con i fatti e non solo a parole. Scrive come blogger indipendente su scenarieconomici. it e sul suo sito personale studiolegalemarcomori.it. Recente è anche la sua pubblicazione “Il tramonto della democrazia”.

 -Avvocato Marco Mori, il 22 marzo sulla scena politica italiana compare questo nuovo movimento Alternativa per l’Italia. Può spiegare ai lettori del nostro blog come nasce e perché?
Noi abbiamo fatto in questi anni un’attività di informazione sul blog scenarieconomici, sui nostri siti personali, abbiamo fatto alcune pubblicazioni, io ho fatto uscire recentemente il mio libro “Il tramonto della democrazia”, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che, obiettivamene, se non fossimo riusciti ad avere un accesso mediatico più importante questa attività divulgativa sarebbe stata abbastanza inutile. Inoltre ci siamo accorti che i partiti tradizionali, tutti compresi, anche il M5S, non sono sulle posizioni corrette, ma su posizioni che faranno schiantare il paese. Domenica sono riuscito ad avere cinque minuti con Luigi Di Maio che purtroppo mi ha ribadito che l’uscita dall’euro non sarà nel programma 5 stelle ma che la loro posizione sarà: “sceglieranno gli italiani con il referendum”. Quindi in questo quadro desolante abbiamo capito che dobbiamo scendere in campo.
-Quindi Alternativa per l’Italia nasce anche perché siete stati in qualche modo delusi, o addirittura anche traditi, da alcune posizioni di qualche movimento o partito?
Più che traditi, siamo rimasti delusi, nel senso che con loro ci sarà soltanto la parete contro la quale ci schianteremo. Se non si capisce che il problema è riportare l’economia sotto il controllo della democrazia, ripristinare i valori della Costituzione del 1948 e renderli finalmente applicati, l’Italia non ha via d’uscita. Viene sempre di più schiacciata da questo potere finanziario che ormai è diventato così forte da distruggere le democrazie. Lo vediamo tutti i giorni attraverso il mantra delle cessioni di sovranità che significa semplicemente sottrarre democrazia al popolo italiano e darla a quei mercati finanziari che ci hanno ridotto in queste condizioni. A noi e a tutto il resto del mondo.
-Si può dunque tranquillamente dire che è nato il primo movimento sovranista italiano?
Sicuramente è il primo movimento sovranista che, a questo punto, è in parlamento dato che abbiamo una componente parlamentare con una senatrice che è Paola De Pin. Sicuramente è nato il primo movimento sovranista che ha chiaro, a mio avviso, il problema in termini economici e giuridici.
-Come mai di questi problemi, i più importanti del paese, non si parla sui media e si lascia spazio ad argomenti che afferiscono al microcosmo della nostra nazione?
Il motivo è molto semplice ed è un po’ quello che ci ricordava Gustavo Ghidini nei verbali della Costituente del ’47, cioè che quando il potere economico supera un certo livello, per definizione diventa potere politico e schiaccia la democrazia. Oggi il potere economico è diventato così forte che si è preso, acquistandoli di fatto, tutti i sistemi informativi principali. Quando le testate giornalistiche e i grandi media nazionali sono tutti al soldo di questo potere economico perché è titolare delle loro proprietà è ovvio che tutto avviene in funzione della sua volontà e quindi il dissenso in televisione viene utilizzato sempre per andare contro il concetto di Stato nazionale, Stato sovrano perché dal momento che c’è la “casta, la cricca e la corruzione” allora è bello distruggere lo Stato per dare ai privati non accorgendosi  che così si fa esattamente il disegno della grande finanza che voleva il potere assoluto sulle democrazie.
-In uno dei punti del vostro statuto c’è, giustamente, l’abrogazione del pareggio di bilancio in Costituzione (art.81). Può spiegare a chi non ne è a conoscenza o l’ha solamente sentito nominare nei tg o letto sulle testate nazionali in che cosa consiste e perché va contro i principi costituzionali?
Il pareggio di bilancio è prima di tutto una negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione. E’ l’esatto contrario dell’articolo 47 della Costituzione che prevede la creazione e la tutela del risparmio. Il suo concetto è fortemente controintuitivo poiché confondiamo lo Stato con qualsiasi altro soggetto del diritto privato. Lo Stato per creare ricchezza e risparmio per i suoi cittadini deve fare nel lungo periodo politiche di deficit altrimenti il risparmio non può esistere. Quindi fa spesa pubblica, perché quello è il modo con cui distribuisce la moneta e ovviamente deve tassare meno di questa spesa pubblica per lasciarci qualcosa. L’Italia purtroppo fa avanzo primario, cioè tassa più di quanto spende da oltre vent’anni e le conseguenze nell’economia si sono drammaticamente viste. Al primo shock esterno per il quale anche le banche commerciali hanno smesso di erogare credito, il sistema è assolutamente collassato perché mancava uno Stato che potesse intervenire con la sua sovranità, con la sua banca centrale, finanziando la spesa pubblica e gettando moneta necessaria nell’economia. Oggi grazie alle politiche di austerità che l’Italia, unico Stato in Europa, ha inserito addirittura in Costituzione con il pareggio di bilancio, noi assistiamo alla follia macroeconomica di essere in deflazione e continuare a fare austerità distruggendoci sempre di più nonostante il dato macroeconomico certifichi in maniera chiara e inequivocabile che manca moneta nell’economia reale. Il famoso Quantitative Easing (QE) della Bce è soltanto moneta che viene data dalla banca centrale alle grandi banche internazionali che poi non prestano soldi all’economie reali perché queste sono distrutte dalla austerità.
 -A tal proposito è interessante il discorso che voi di scenarieconomici fate sulla corruzione: in questa determinata situazione economica il vero problema è l’evasione del barista o del piccolo commerciante?
L’evasione in un momento in cui manca moneta nell’economia reale  significa che i soldi circolano un po’ di più prima di tornare allo Stato. Con queste politiche folli l’evasione è un aiuto concreto all’economia e c’è anche una conferma nei fatti. Mario Monti che cosa ha cambiato rispetto al suo predecessore? Le tasse erano alte già prima, perché si è avuta questa impennata del debito pubblico, questa esplosione della disoccupazione che è raddoppiata, questa recrudescenza della crisi? Non tanto per l’aumento della pressione fiscale, che c’è stato ma non in maniera così rilevante, quanto per il terrore che è stato indotto per chi deteneva ancora dei capitali di spenderli. Si è fatta questa massiccia campagna contro l’evasione. Con il livello di pressione fiscale che c’era già prima era solo l’evasione che consentiva all’economia di resistere. Quando si tassa ben oltre il 50% con punte sulle imprese che possono arrivare al 70% l’economia è morta senza evasione. Nel momento in cui si torna a fare delle buone politiche monetarie l’evasione è un problema perché subentra un discorso di redistribuzione o anche di parziale ostacolo alle scelte monetarie fatte dallo Stato. La corruzione è stata propedeutica a far odiare lo Stato. Siccome il desiderio neoliberista del potere finanziario è cancellare lo Stato, definire lo Stato corrotto e la crisi come conseguenza dello Stato corrotto è il mantra ideale per liquidare le grandi democrazie occidentali. L’unica corruzione dannosa in verità è quella in cui le istituzioni hanno svenduto il nostro paese a interessi stranieri cedendo sovranità, firmando accordi che ci hanno rovinato. Questa corruzione dal punto di vista penale rientra nei crimini contro la personalità dello Stato. Solo questa corruzione ha avuto un danno macroeconomico oggettivo.
-Un altro punto di Alternativa per l’Italia recita: “ Nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali e delle aziende d’interesse strategico nazionale”. Un punto che era stato messo in pratica durante il ventennio fascista. Come risponde a chi potrebbe accostare questo movimento al partito fascista distogliendo l’attenzione da temi importanti come questi?
Bisogna di nuovo scomodare i padri costituenti per comprendere il problema. Nel ’47 sui verbali della Costituente era chiarissimo un fatto ben specifico: cioè che nazismo e fascismo erano soltanto la reazione sbagliata alle politiche neoliberiste fatte in precedenza. Le crisi occupazionali e la crisi economica furono causate da questa politica per la quale il potere economico non aveva nessun limite o freno. Dunque era ovvio che nelle loro componenti, sia in Germania che in Italia, ci fossero al centro alcuni aspetti che tendevano a limitare il grande potere finanziario. Questo modello, però, non è solamente quello del fascismo o del nazismo ma è anche quello fatto proprio dalla Costituzione del ’48 che nella sua parte economica (art. 41-47) prevede espressamente  che la libera iniziativa privata è riconosciuta ma sempre subordinata all’interesse pubblico, la proprietà deve avere una funzione sociale (cioè libera ma si devono evitare i grandi accentramenti di proprietà tali che possano travolgere il pubblico interesse) e si consente allo Stato di nazionalizzare i servizi pubblici essenziali di qualunque genere e specie perché deve prevalere l’interesse pubblico
-Per quanto riguarda invece  l’aria che si respira dentro i tribunali, dopo tutte le battaglie che sta portando avanti contro l’euro e per il ripristino della sovranità, avverte un cambiamento da parte di suoi colleghi o di qualche giudice riguardo a questi atti di criminalità verso la personalità dello Stato?
C’è molta più consapevolezza. Sto vedendo un interesse notevole da parte dei colleghi, un interesse che sta aumentando in maniera esponenziale e vedremo come finirà. A livello penale la procura di Roma, che è quella competente per i delitti contro la personalità dello Stato, sta archiviando le denunce mentre in sede civile arriveremo a sentenza e altre procure come quella di Trani si stanno avvicinando molto ai fatti che sono alla radice degli atti che ho depositato. Ruggiero, grandissimo pubblico ministero, oltre ad aver portato a processo per manipolazione del mercato le agenzie di rating Standard and Poor's, ora ha anche messo sotto la lente di ingrandimento la massiccia vendita fatta dalla Deutsche Bank di titoli di stato italiani (7 miliardi) che furono funzionali a creare la crisi dello spread del 2011.
-Parlando del problema immigrazione quali sono le soluzioni che offre Alternativa per l’Italia?
Anche lì il nemico è sempre lo stesso. Questi paesi sono rimasti in stato di grave sottosviluppo in funzione di un potere economico che li ha sfruttati perché aveva interesse ad ottenere determinate risorse naturali. Le dittature sono più malleabili. È più semplice indirizzare la politica di una dittatura con il potere economico che non avere di fronte grandi democrazie organizzate. Si è creato un problema che è stato aggravato dalla dissennata politica americana perché le guerre hanno portato ad ulteriori  fenomeni di immigrazione. E’ evidente che se noi vinciamo la battaglia contro il potere finanziario e la estendiamo a livello internazionale riusciamo anche ad intervenire su questi fenomeni riportando un po’ più di giustizia nel mondo. A livello generale una delle battaglie principali dovrà essere l’eliminazione del diritto di veto in seno alle Nazioni Unite che ci consentirà di fare politiche democratiche a livello internazionale, cessare l’attività di sfruttamento di questi paesi. Tuttavia, sapendo che realisticamente non possiamo trasferire l’Africa in Italia, nonostante gli errori commessi in passato, dobbiamo necessariamente andare ad intervenire per far sì  che non siano minacciati a casa loro e che non vengano in Italia in massa. Dobbiamo assolutamente fare in modo di ridare sviluppo nei loro territori. Accogliere i rifugiati è sacrosanto ma bisogna avere risorse per identificarli, vedere chi è rifugiato e non consentire a chiunque di iniziare a girovagare per l’Italia. Non è un problema che si può risolvere dall’oggi al domani ma con politiche di lungo termine. Nell’immediato dobbiamo avere un po’ di severità nei controlli ed eseguire le espulsioni. Sarebbe molto più umanitario piuttosto che farli partire avere le nostre forze armate più a ridosso dei confini, resi erroneamente insicuri a causa delle guerre, ed intervenire in loco dando loro sostentamento.
-Non poteva mancare la domanda sul referendum. Non c’è neanche bisogno di chiederle se voterà per il si o per il no. Perché votare NO e cosa pensa del ministro per le riforme Maria Elena Boschi che ha affermato che chi vota No vota come Casapound.
La Boschi è un caso disperato. L’unica cosa che mi interesserebbe sapere dalla Boschi è chi ha scritto la riforma visto che sicuramente non l’ha scritta lei. È un disegno di legge aberrante, è la più grossa riforma costituzionale della storia della Repubblica e la fa una maggioranza illegittima che la Cassazione certifica essere costituita in violazione dei principi di rappresentatività democratica (sentenza 8878/14) e chi si considera legittimata a cambiare la Costituzione, la quale riguarda tutti e non solo la maggioranza costituita con un premio illegittimo e incostituzionale. Nel merito questa riforma è un pasticcio. Non elimina affatto il bicameralismo, crea anzi una molteplice serie di modi con cui portare a termine un disegno di legge, il Senato avrà varie funzioni, prima fra tutte quella di gendarme per quanto riguarda l’applicazione della normativa europea: sono previsti commissariamenti diretti degli organi amministrativi inferiori. E soprattutto in combinato con l’Italicum la riforma darà alla maggioranza il totale controllo della Repubblica e di tutti gl organi di garanzia perché potrà nominare il Presidente della Repubblica e avere la maggioranza in Corte costituzionale.  D'altronde questo disegno nel complesso è funzionale al concetto dei rapporti della Commissione Trilaterale che parlano di governare le democrazie perché una democrazia troppo libera è contraria ai loro interessi finanziari ed economici.
-Secondo lei potrà vincere il No? La mia paura è che la maggior parte della popolazione abituata all’informazione mainstream si faccia abbindolare dall’idea dei tagli ai costi della politica e quindi sarà portata a votare Si.
Probabilmente faranno una campagna su questo. Ho visto un dispaccio di Fitch che dice che se l’italia non voterà le riforme ci saranno conseguenze finanziarie ecc. Ci sarà un lancio via via più forte di varie dichiarazioni per fare pressione sul voto degli elettori. Risulterà importante che le opposizioni questa volta si degnino di fare un minimo di informazione altrimenti diventeranno funzionali. Io ho scritto “Il tramonto della democrazia”, se passasse la riforma possiamo dire che la democrazia è morta e a quel punto riscattarla potrebbe costare molto anche in termini di vite perché non è detto che a quel punto si potrà ragionare soltanto con il diritto.
-Ragionando sul nome del vostro movimento è facile pensare ad Alternative für Deutschland. Quanto c’è di comune e differente fra questi due soggetti politici?
Di progettato in comune non c’è assolutamente niente. Quello che ci accomuna è il fatto che entrambi vogliamo fare gli interessi delle proprie rispettive nazioni e che entrambi condividiamo il fatto che questi interessi si tutelino meglio con il pieno riscatto delle sovranità. Abbiamo avuto con loro un dialogo in occasione della conferenza stampa in cui uno dei loro membri si è presentato ed è venuto ad ascoltarci. Scambiandoci vari contenuti ci siamo resi conto che abbiamo idee molto simili: la sovranità è un passo necessario per la tutela delle nostre democrazie e dei nostri paesi e questa sovranità non implicherà di avere rapporti di inimicizia fra Stati anzi l’esatto contrario. Infatti sovranità in senso costituzionale significa proprio questo: essere padroni a casa propria ma limitare gli effetti di questa sovranità verso gli altri paesi a fini di pace e giustizia per uniformare i rapporti internazionali sulla necessaria solidarietà.

La Voce del Padrone ringrazia l’avvocato Marco Mori per questa intervista.

martedì 10 maggio 2016

Guerra in Europa


di Vincenzo Cerulli


Quest’Unione finirà con la guerra, non ci sono alternative.
Una dichiarazione del genere può sembrare spropositata e per questo merita di essere spiegata; in questo luogo vi proveremo a grandi linee.Le elezioni europee del 2014 hanno visto la fine del bipolarismo all’interno del parlamento europeo: si è infatti creato il cosiddetto “terzo polo”, un’ambigua ed eterogenea amalgama di tutti i partiti o movimenti euroscettici. Prima di quelle elezioni c’erano solo popolari e democratici, due eguali speculari: per questo l’irruzione del “nuovo” ha fatto ben sperare gran parte dei cittadini europei.Da quel maggio di due anni fa abbiamo iniziato a conoscere quella strana amalgama e ci stiamo rendendo conto sempre di più quanto sia rischioso affidare i propri sogni di sovranità a leader esteri. Il “caso” Tsipras ha fatto scuola: fin dall’inizio il premier greco si è presentato come rivoluzionario "anti-austerity", ha poi però finito per essere il peggiore dei riformisti. Ci teniamo a sottolineare che ha poi fallito anche come riformista, di fatto è solo riuscito (male) come agente immobiliare, ha (s)venduto tutto il patrimonio nazionale greco che gli era rimasto.Gli ingenui diranno che almeno ha ripagato il debito; chi segue questa pagina sa invece che ha solamente prolungato l’agonia del suo popolo. L’FMI come un avvoltoio tornerà e quando accadrà lui non avrà più niente da dargli. Come lui (almeno negli intenti) Pablo Iglesias, leader di Podemos, movimento nato come punto di rottura con la dittatura tecnocratica si è dimostrato poi l’ennesimo movimento che vuole cambiare l’UE dall’interno, i degni rappresentanti di chi dice “restiamo nell’euro ma a condizioni diverse”. Il problema è che non c’è un tavolo per contrattare condizioni migliori, quando si dice che Tsipras è andato a sbattere i pugni sul tavolo non si capisce a quale tavolo si stia facendo riferimento. Stessa cosa da noi in Italia col M5S, dopo aver raccolto le firme per il referendum per l’uscita dall’UE (procedura che tra l’altro non può avere luogo) sentiamo sempre più spesso Di Maio lisciare il pelo ai mercati e alla stessa unione monetaria: se c’è qualcuno all’interno del movimento che dissente batta un colpo e lo faccia in fretta. Salvini si professa anti-euro e poi ci delizia con deliri economici riguardo il risparmio sulla spesa pubblica (e meno male che hanno Borghi come referente economico!). In Ungheria Orban tiene botta all’UE perché non ricattabile attraverso i mercati, essendo l’Ungheria uno stato a moneta sovrana. La stessa Ungheria che ha bloccato i migranti al confine con il filo spinato. Il referendum sul Brexit nel Regno Unito ha fatto tremare USA e UE i cui organi di stampa e maggiori rappresentanti stanno paventando terrori e guerre nel caso in cui il Regno Unito uscisse, infatti si teme l’effetto domino. Corbyn, leader del partito Laburista, è contro l’uscita, lui che si dichiara socialista, lui che dice che gli inglesi hanno molto da imparare da Marx si schiera contro la libera volontà di un popolo e la sua autodeterminazione. In Austria vince la destra, in Francia vince la destra (il voto dell’anno prossimo lo confermerà), in Ungheria governa la destra, in Ucraina ci sono i nazisti finanziati dall’UE, in Germania AFD riscuote sempre più successo, la NATO usa tutta l’Europa dell’est come parco giochi per provocare Putin. In una situazione come quella odierna in cui la crisi dei migranti (usati da Erdogan come arma di ricatto) è solo all’inizio vedere questi rapporti di forza non fa ben sperare per il futuro degli europei. L’UE non ha voluto impedirlo, ha fatto di tutto affinché la situazione precipitasse, questa UE non va riformata, va distrutta. Ci resta solo la guerra, potevano impedirlo e non l’hanno fatto.

(Pubblicato originariamente su Economia Democratica)


mercoledì 27 aprile 2016

Il tuffo e la crisi


di Valerio D'Agostini

Non è facile comparare questa con le altre grandi crisi economiche del passato, e di conseguenza non è nemmeno facile offrire un quadro chiaro e risolutivo dei problemi mettendo a confronto l'una con le altre, come spesso accade in simili situazioni. 
La differenziazione è soprattutto dovuta alla tipologia di crisi economica che stiamo vivendo: la nostra è probabilmente una crisi detta a "tripla V" (triple dip), e il tempo, facendo i dovuti scongiuri, forse ce ne darà conferma. Infatti il 2016 è il decimo anno di crisi, considerando come data di inizio il 2007-2008 americano, e osservando i grafici di tassi di crescita e decrescita mondiali, notiamo che abbiamo avuto una caduta nel primo periodo, seguito da una leggera ripresa, per poi avere una nuova discesa e risalita, e ora ci troviamo all'orlo di questo pendio, con probabile successivo dip, appunto il terzo. 
Questo è un caso abbastanza singolare se guardiamo al passato, perché il Panico nel 1837-43 fu una crisi a U con caduta e lenta ripresa, la Lunga Depressione (1873-1879) fu a W (double dip) e la Grande Depressione del 1929 fu a V (caduta violenta e ripresa vertiginosa).
Quindi anche paragoni con quest'ultima lasciano il tempo che trovano da un punto di vista formale, dato che quella fu una crisi profonda ma relativamente breve, quella dei nostri anni è abbastanza tenue però di lunga durata. Ma quale delle due si sarà dimostrata, alla fine, più tossica per lo sviluppo globale?

martedì 12 aprile 2016

L'Unione Europea è in continua agonia


di Simone Mela

«Le prospettive per l’economia mondiale sono circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze disinflazionistiche. Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock. In questo, il nostro impegno a onorare il mandato conferitoci continuerà a rappresentare un’ancora di fiducia per i cittadini d’Europa».
Sono state queste le parole del numero uno della Bce Mario Draghi nella prefazione al rapporto annuale della Banca Centrale Europea.  Non sono parole di poco conto se pensiamo che Draghi è l’uomo del “whatever it takes”, l’uomo del salvataggio dell’euro a tutti i costi. Ha comunque rivendicato l’utilizzo del QE senza il quale ha detto che «l’inflazione sarebbe stata negativa nel 2015, più bassa di oltre lo 0,5% nel 2016 e inferiore dello 0,5% nel 2017». Il messaggio che vuole far passare Francoforte è che «la Bce non intende arrendersi a un’inflazione troppo bassa, anche di fronte a forze deflazionistiche globali». A confermarlo è stato anche il capo economista della Bce, Peter Praet :«Se ulteriori shock avversi dovessero materializzarsi, le nostre misure potrebbero essere ricalibrate una volta di più». Lo stesso Praet e il vicepresidente della Bce, Vitor Costancio, hanno sconfessato l’opzione “helicopter money”, la quale accrediterebbe denaro direttamente alla popolazione al fine di far riprendere i consumi e innalzare l’inflazione. «L’helicopter money non è sul tavolo, non lo stiamo discutendo», questo quanto detto da Praet, il quale però non sembrava così riluttante qualche settimana fa: «La nostra cassetta degli attrezzi non è vuota. Ci sono molte cose che possiamo fare. In principio possiamo creare moneta e distribuirla alle persone. La domanda è quando sia opportuno usare questo tipo di strumento, veramente estremo».
Tuttavia per quanto Draghi cerchi di rassicurare l’ambiente, si è ancora molto lontani dall’obiettivo inflattivo del 2%. Secondo gli ultimi dati forniti da Eurostat, l’eurozona ha registrato un’inflazione negativa per lo 0,2%, confermando che le iniezioni di Draghi intraprese più di un anno fa  sono servite veramente a poco. Questo perché una politica monetaria, da sola, non è sufficiente per far ripartire l’economia. Servono riforme  dal lato della domanda unite a una politica fiscale più leggere. Due elementi che vanno però nella direzione opposta a quella dei trattati europei ratificati dai parlamenti nazionali. Il pareggio di bilancio (art.81) vi dice qualcosa? Lo Stato tassa 100 per poi spendere 100 con evidente saldo pari a 0, rendendo impossibile spesa a deficit e una riduzione della pressione fiscale.
Se consideriamo le parole di Draghi all’interno del panorama politco europeo, è curioso notare che le sue dichiarazioni sono arrivate poco dopo i risultati del referendum consultivo olandese dove il 32% degli elettori (il quorum era al 30%) hanno risposto negativamente (64% contro il 36%) a un accordo tra Ucrania e UE. E pensare che gli olandesi sono fra i popoli più filo-europeisti, la dice lunga sulla crescente mancanza di fiducia verso gli enti europei. E’ la stessa mancanza di fiducia che si è riscontrata a inizio marzo in Germania dove alle elezioni regionali il neo-partito AfD ha riscosso numerosi successi arrivando nei tre Länder in cui si è votato con risultati a due cifre. A ciò si aggiunge il referendum sul Brexit che si terrà a giugno e le ondate migratorie che hanno visto alcuni stati ripristinare le loro frontiere interne. E non dimentichiamoci che in Francia il Front National si è ormai radicato come la prima forza nazionale.
Tutto questo per dire che il malcontento verso la struttura e le politiche targate UE sembra attraversare tutta l’Europa. Quella di Draghi pare essere un’ulteriore crepa. Crepe che stanno facendo tremare il grigio castello europeo che non riesce più a far fronte agli innumerevoli problemi che investono il vecchio continente.

Pubblicato originariamente su "L'Opinione Pubblica"

venerdì 1 aprile 2016

Se l'Unione Europea migrasse verso oriente?


di Gianluca Boanelli


Un insieme di nazioni differenti per cultura, condizione economica e aspettative
decidono di affrontare un percorso ambizioso comune per giungere a una
progressiva “unione”, prima commerciale, poi nel mercato del lavoro, dunque il
raggiungimento della libera circolazione dei capitali.
Una storia già sentita? In effetti il quadro proposto sembra chiaramente ispirato alla
nascita della Comunità Economica Europea (accordi di Roma del 1957), che oggi, o
meglio, in seguito al trattato di Maastricht, è stata assunta come “primo pilastro”
dell’azione dell’Unione Europea.
Tuttavia la comunità in questione dista quasi sessant’anni dal percorso europeo
verso il libero scambio e riguarda un contesto geografico e culturale che mai
potrebbe essere più lontano dal Vecchio continente
Infatti non ci troviamo nella vecchia Europa ma nella assai più giovane Asia, in
particolare il Sud- Est asiatico, dove proprio nel 2015 nasce l’ASEAN ECONOMIC
COMUNITY, promossa dai 10 leader dell’ASEAN (Associazione dei paesi del Sud-Est
asiatico). In maniera insospettabile, proprio nel decennio di maggiore contestazione
del sistema Europa, il cui è apice è di certo il paventarsi della cosiddetta BREXIT,
qualcuno sembra ispirarsi al modello europeo proprio con la volontà di giovare di
quegli stessi benefici che da sempre sono state le basi istituzionali fondanti della UE.
In sostanza l’AEC, dopo il passaggio da forum economico a comunità economica avrà
l’obiettivo di integrare gli interessi economici di 10 paesi per un totale di 600 milioni
di persone promuovendo inizialmente proprio il libero scambio all’interno del
contesto economico condiviso.
Le analogie con la storia del percorso europeo sono al dir poco stupefacenti a partire
proprio dalle caratteristiche dei paesi fondatori. Infatti la situazione di partenza è
piuttosto disomogenea dal punto di vista sia politico che economico allo stesso
modo della condizione europea nel dopoguerra. Infatti da una parte vanno
considerati i paesi guidati dal partito comunista nazionale (Vietnam e Laos), giunte
militari(Thailandia), novelle democrazie (Myamar, Cambogia) si dovranno
confrontare con relate piuttosto diverse quali le nuove “tigri asiatiche” dell’high tech
quali Singapore e Malaysia nonché stati estremamente popolosi quali Filippine e
Indonesia caratterizzati da differenze politiche e religiose.
Di fronte a un quadro così complesso non è tuttavia possibile mettere in secondo
piano il ruolo giocato dai due osservatori “silenziosi” (ma non troppo), ovvero Cina e
Giappone.
La politica giapponese sembra infatti quella più aperta al sostegno dello sviluppo del
Sud est asiatico, visto il ruolo che potrebbe giocare in un futuro prossimo nella
domanda infrastrutturale. Il discorso vale in particolare per le esigenze dei cosiddetti
paesi del “Mekong” i quali necessitano di costruzioni ferroviarie, porti e via dicendo.
In questi Segmenti il paese del sol levante può vantare colossi di esperienza
mondiale (Hitachi, Mitshubishi) i quali hanno sostegno anche nel più lontano
conteso europeo. D’altro canto molti dei paesi considerati sono tutt'ora
prevalentemente dipendenti dalla grande domanda cinese che, nonostante abbia
subito una diminuzione non indifferente a partire dall’estate 2015, sembra essere in
prospettiva un elemento idiosincraticamente destinato a caratterizzare ancora per
molto a queste nazioni fino ad ora “satellite”.
 In sintesi le prospettive di sviluppo della comunità si muovono su due linee
parallele, da una parte una progressiva stabilizzazione geopolitica inevitabilmente
necessaria per la continuità nel tempo, dall’altro lato un’attenta gestione delle
relazione con Cina e Giappone. Tali rapporti dovranno muoversi di certo sia verso
una più stretta collaborazione ove non vi sia l’expertise necessario per uno sviluppo
economico autonomo, sia verso una certa indipendenza in quei settori nei quali il
vantaggio competitivo degli stessi paesi è frenato esclusivamente da fattori
istituzionali e geopolitici.
Dunque in forza di un contesto globale sempre più imprevedibile e dinamico i nostri
cugini asiatici, in un futuro ancora piuttosto lontano, potrebbero essere in grado di
imparare dal modello di integrazione economica europea, migliorarlo e superarlo, in
forza, probabilmente, del più classico e oserei antico vantaggio del follower, ovvero
che si impara dagli altri sfruttandone i punti di forza e evitando gli errori compiuti.

Fonte: www.ilSole24ore.com

mercoledì 23 marzo 2016

TISA, TTIP, TPP: l'interesse delle lobby e il corporatismo economico


Questi tre acronimi compongono un triangolo di accordi economici su scala mondiale al cui centro si trovano gli Stati Uniti. La grande potenza americana, avendo visto minacciato il suo imponente status economico mondiale davanti alla esponenziale crescita delle economie degli stati emergenti come la Cina e gli altri membri BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa e la già menzionata Cina), si trovò costretta a cercare nuove soluzioni per andare contro il proprio declino. Perciò, dopo vari tentativi fallimentari nella World Trade Organization (WTO), si bypassò questo organo e si pensò agli accordi di scambio TISA, TTIP e TPP, sui quali si sta ancora trattando e che dovrebbero creare un'alleanza economica tra USA, UE e gran parte del mondo, escludendo da ogni trattativa i BRICS così da creare un blocco economico conchiuso in se stesso.


di Horatiu Chituc

19 giugno del 2014: Wikileaks pubblica la bozza sull'accordo TISA che risale al 14 aprile del 2014. E' la prima volta che il grande pubblico ha accesso a tali informazioni, sebbene le trattative fossero iniziate già dal 2013, e non a caso il documento pubblicato è solo una bozza incompleta. Julian Assange, fondatore di Wikileaks, tenuto in asilo politico nell'ambasciata ecuadoriana di Londra, offre una ricompensa di 100.000 euro a chiunque sia in grado di reperire i documenti completi degli accordi e mandarli sulla piattaforma della sua organizzazione. Fino ad oggi quelle carte non sono ancora state pubblicate per intero e non possono essere viste direttamente da chi non è autorizzato, benché i partecipanti alle trattative non siano tenuti a conservare il segreto. Inoltre, il procedimento con cui si può accedere a questi documenti è complicato ed è riservato solo ai soci e ai membri dei vari organi politici dell'UE. Tale segretezza ha fatto sorgere critiche e proteste da parte di organizzazioni ecologiste, sindacati e organizzazioni per la difesa del consumatore la cui esclusione dagli incontri più importanti ha rafforzato i sospetti di diversi potenziali pericoli.
Poniamoci dunque la domanda più semplice ma allo stesso tempo anche la più fondamentale: cosa sono TISA, TTIP e TPP? TISA è un acronimo per Trade in Services Agreement e riguarda la liberalizzazione degli scambi dei servizi sul piano internazionale. Ciò vuol dire che, attraverso questi accordi, si tenta di agevolare le condizioni in cui gli investitori stranieri operano negli stati ospiti attraverso l'eliminazione delle "barriere discriminatorie", aumentando così i loro diritti sul territorio dei paesi ospiti.Gli stati che ne prendono parte sono i seguenti: Stati Uniti,Canada, Australia, Nuova Zelanda, tutti i paesi dell'UE, Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Turchia, Israele, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Cile, Paraguay, Perù, Colombia, Messico e Costa Rica. Non a caso la maggior parte di questi stati basa la propria economia sul terziario, cioè sui servizi a cui il trattato punta, e rappresentano il 70% degli scambi mondiali dei servizi. Ciò che preoccupa e che dovrebbe preoccupare tutto il demos dell'Europa e del resto del mondo che ne prende parte è che il TISA è spinto principalmente dalle lobby che rappresentano prima di tutto gli interessi delle corporazioni multinazionali e poi quegli dei cittadini.
La pressione lobbysta vuole che si crei un melting pot economico in ogni stato partecipante in cui le imprese locali saranno svantaggiate di fronte alla scomparsa delle "barriere discriminatorie" nei confronti delle multinazionali con cui dovranno competere a pari diritti. Il TISA quindi richiede che le corporazioni straniere vengano poste sullo stesso piano di quelle nazionali. L'eliminazione di tali barriere prevede una maggiore liberalizzazione dei servizi come le banche, la finanza (in particolare i dati finanziari), il trasporto, la sanità, la consulenza e così via. Benché l'UE abbia dichiarato pubblicamente le sue posizioni su alcune delle controversie nate dalle trattative negando così un orientamento verso la privatizzazione di alcuni servizi pubblici e del governo (a cui inizialmente sembrava ambire) come l'educazione, la regolazione e distribuzione dell'acqua, la sanità, la giustizia, la polizia e la difesa, questo non esclude né che un governo possa adottare liberamente tali misure né tantomeno quelle che sono le maggiori critiche rivolte al TISA, e cioè: il modo antidemocratico e semisegreto in cui le trattative sono avvenute e avvengono ancora; il fatto che, anche se l'accordo deve essere approvato in ultima istanza dal parlamento europeo (unico organo UE eletto democraticamente), il suo contenuto verrà pubblicato solo 5 anni dopo l'entrata in vigore; la deregolamentazione finanziaria che, come afferma la professoressa di diritto neozelandese Jane Kesley, sembra sia spinta sullo stesso modello che ha generato la crisi del 2008 (e anche dagli stessi individui responsabili) riprendendo le proposte del precedente GATS (General Agreement on Trade in Services) discusso alla WTO e mai reso vincolante; una volta approvato il TISA, nessun governo degli stati firmatari potrà introdurre nuove restrizioni in caso di necessità; e infine, il trasferimento di dati finanziari dei clienti da uno stato all'altro e il problema delle potenziali violazioni della privacy che possono sorgere in questo ambito. Tuttavia, l'UE ha dichiarato il proprio intento di proteggere la privacy dei suoi cittadini, sebbene nei limiti che gli accordi lo consentano.
Queste sono solo alcune delle conseguenze problematiche del TISA che al contrario dei suoi fratelli TTIP e TPP non prevede una versione rivisitata del controverso ISDS (Investor-state dispute settlement), cioè, un diritto che consente alle corporazioni straniere di fare causa ai governi degli stati ospiti (e non viceversa) rivolgendosi ad una corte arbitrale privata e semisegreta, chiamata ICSID, che bypassa le leggi degli stati sovrani e procede secondo le regole internazionali. I tre membri che compongono il tribunale ICSID non sono giudici indipendenti, ma avvocati con stretti legami al mondo finanziario delle corporazioni che tendono a privilegiare gli investitori. Numerose volte le multinazionali hanno fatto ricorso all'ISDS come nel caso dell'azienda energetica svedese Vattenfall che nel 2011 fece causa alla Germania per il ritiro precauzionale delle licenze di alcuni impianti nucleari in suo possesso a poco tempo dopo la tragedia di Fukushima, per non parlare poi dell'azienda francese Veolia che portò il governo egiziano a corte per via dell'innalzamento del salario minimo oppure ancora dei molti casi delle aziende di tabacco come la Philip Morris nelle sue dispute con l'Uruguay, la Norvegia e l'Australia. Questo dimostra quanto una legislatura internazionale a favore del corporatismo e della logica del profitto possa contrastare lo sviluppo e l'interesse sociale: infatti, se lo stato perde il processo, la somma da risarcire si ottiene con le tasse di ciascuno dei suoi cittadini. Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership e il TPP, Trans-Pacific Partnership prevedono tutto ciò sebbene, per risolvere le controversie, l'UE abbia tentato di creare un nuovo organo chiamato ICS (Investment Court System) che secondo l'organizzazione europea del controllo delle lobby, il Corporate Europe Observatory (CEO), è solo un altro acronimo per il vecchio ISDS poiché le conseguenze sono le stesse.


Il TTIP è l'accordo che ci riguarda più da vicino dato che i suoi membri sono l'UE e gli Stati Uniti d'America, mentre il TPP che è stato da poco firmato, benché non sia ancora definitivo, coinvolge USA, Canada, Australia, Giappone, Perù, Brunei, Malesia, Cile, Nuova Zelanda, Perù, Vietnam e Singapore. Essi, come il TISA del resto, sono negoziati in un modo semisegreto e antidemocratico e spingono per una maggiore liberalizzazione degli scambi sul piano internazionale con l'eliminazione dei dazi doganali e l'acquisizione di più diritti da parte degli investitori stranieri. Tutto ciò porta anche ad una criticataomogeneizzazione delle normative che regolano gli standard dei vari mercati e della produzione. Infatti, nel TTIP per esempio, collidono due filosofie di mercato molto diverse: da una parte abbiamo un'Unione Europea che si sforza di garantire la sicurezza del prodotto prima che entri in commercio, dall'altra, gli Stati Uniti che prima immettono il prodotto sul mercato e solo dopo che il suo consumo ha generato effetti negativi si prendono provvedimenti. Il sistema made in USA è chiaramente orientato più verso il profitto che in una direzione che rispecchi la salvaguardia dei consumatori e si teme proprio che tale modello, una volta entrato in vigore il TTIP, venga applicato anche in Europa abbassando così gli standard di sicurezza. Tale preoccupazione si estende ai settori ambientali, lavorativi e alimentari e si potrebbe materializzare: 1) nell'uso di una poco dispendiosa tecnica di estrazione del petrolio e del gas naturale chiamata fracking che, oltre all'enorme consumo idrico e all'uso aditivi chimici dannosi per l'ambiente, può causare l'aumento dei gas serra nell'atmosfera attraverso la fuoriuscita del metano; 2)nell'attacco ai diritti dei lavoratori come è avvenuto nel caso "Veolia vs Egitto", sebbene gli stati negozianti asseriscano che tali accordi, TISA incluso, siano orientati verso la creazione di nuovi e più numerosi posti di lavoro; 3) nell'abbassamento della qualità dei prodotti alimentari con l'introduzione sul mercato di alimenti più economici e meno sicuri come i cibi spazzatura e con il passaggio da una produzione basata sul naturale agli OGM su cui i membri UE hanno avuto un atteggiamento restrittivo fino adesso. E' difficile trarre conclusioni definitive su quale sarà l'esito di questi accordi, sia per il modo in cui si svolgono le trattative sia per il fatto che si sta ancora trattando e le posizioni dei vari partecipanti non sono state ancora chiaramente delineate. Certo è il fatto che è necessaria una maggiore sensibilizzazione su questo argomento spesso trascurato dai media e che fortunatamente è stato ripreso recentemente dal nuovo movimento democratico europeo DiEM 25 lanciato dall'ex-ministro della finanza greco Yanis Varoufakis e dal giovane filosofo croato Srecko Horvat a cui hanno preso parte fra gli altri pure il musicista e produttore Brian Eno, il filosofo sloveno Slavoj Zizek e colui che per primo ha fatto notare l'esistenza di questi accordi, Julian Assange. Tale movimento sottolinea l'importanza di un'Europa democratica contrapposta all'attuale modello di governo tecnico in cui l'unico organo democraticamente eletto è un Parlamento Europeo che ha solo una funzione di analizzare e di controllare le proposte generate dalla Commissione che non è eletta dai cittadini europei. E' la Commissione stessa che porta avanti le trattative del TISA e del TTIP e perciò l'accusa di un procedimento antidemocratico, oltre ad essere ritenuto tale per la segretezza con cui avviene, riceve ulteriore giustifica da questo.
Per concludere, non c'è niente di male nel siglare accordi economici che favoriscano lo sviluppo e la cooperazione internazionale, ma bisogna essere sempre vigili e informati sulla vera natura di questi accordi, capire nell'interesse di chi avvengono e se i metodi applicati rispecchiano i valori su cui vogliamo basare la nostra società: è forse il profitto smisurato di pochi più importante della garanzia dei diritti di molti?
(Articolo pubblicato originariamente su http://noideanoname.blogspot.it/ )