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venerdì 13 maggio 2016

Intervista al professore Antonio Maria Rinaldi


di Vincenzo Cerulli

La Voce del Padrone è lieta di riportare ai suoi lettori le parole del Professor Antonio M. Rinaldi, neo segretario di Alternativa per l'Italia, che ha discusso con noi di sovranità, immigrazione, crisi greca, TTIP, sindacati italiani e molto altro. Antonio M. Rinaldi è autore inoltre come blogger su SCENARIECONOMICI.IT

- Professore il 9 Maggio si è celebrata la “festa” dell’Europa, la stessa Europa che sta strozzinando la Grecia e appoggiando i neonazisti in Ucraina, la stessa Europa divisa al suo interno da filo spinato e nuove barriere ogni giorno. Quindi le chiedo, quanta ipocrisia c’è dietro questa festa? Ha senso festeggiarla oggi?

- L’Europa non è nuova a questo tipo di celebrazioni, da tempo l’UE deve far passare questi messaggi all’interno dei paesi membri per poter rinverdire la propria immagine poiché sempre più sbiadita. Credo che siano destinati diversi milioni di euro per poter diffondere a tutti i livelli il “pensiero unico” europeo. In Italia la maggior parte delle Istituzioni destina centinaia e centinaia di migliaia di euro sui social per curare la propria “immagine”, quindi non ci dobbiamo assolutamente meravigliare se in Europa c’è qualcuno che utilizza media e denaro per fare lo stesso. Una cosa incredibile di cui sono venuto a conoscenza è che il 9 maggio a Roma sono state distribuite la bellezza di 350 bandiere europee nelle scuole, evidentemente per inculcare già ai giovani un certo tipo di concetto di Europa quando poi in quasi tutte quelle stesse scuole mancano i servizi più essenziali come carta igienica e sapone.

- Nella mia domanda c’era un piccolo riferimento alla Grecia, in questi giorni a Bruxelles si stanno tracciando dei piani a medio-lungo termine per ristrutturare il debito. Come li possiamo commentare?

- La Grecia è fallita già tantissimi anni fa ma non si è voluto certificarlo ufficialmente poiché altrimenti sarebbe passata l’immagine che all’interno dell’eurozona si può fallire. Questo è avvenuto essenzialmente perché la Grecia non doveva entrare nell’unione monetaria sin dall’inizio, ma soprattutto non doveva adeguarsi al modello economico previsto per il sostenimento di questa moneta, il modello che prevede la stabilità dei prezzi e il rigore dei conti fino al raggiungimento del pareggio di bilancio. Aver omologato tutti i modelli economici ad uno solo per tutti i paesi dell’eurozona ha creato la situazione che stiamo vivendo, in Grecia vediamo quello che accade quando vengono adottate delle misure economiche assolutamente non tarate per le esigenze del paese. Si è voluti andare anche oltre: hanno programmato ristrutturazioni hair-cut di debito pubblico, ci sono stati altri finanziamenti dall’FMI, si è fatto oltre l'inimmaginabile, come se al capezzale di una persona in coma si facessero tutte terapie sapendo benissimo che per il paziente non c’è più niente da fare, pur di tenerlo in vita. La contro-domanda che io faccio è questa. Se l’UE non è stata in grado di risolvere il “problema greco”, che rappresenta a malapena il 2% del PIL dell’intera eurozona, cosa succederà quando paesi con un peso economico ben più importante rispetto alla Grecia, per esempio proprio l’Italia, andranno incontro a delle difficoltà? Questo è il vero problema che noi dobbiamo porci. Non curante delle condizioni del popolo greco, che veramente sta soffrendo oltre ogni limite, la Troika ha fatto della Grecia un laboratorio alla Frankenstein. Quindi la Grecia per aver seguito delle politiche economiche dettate fuori dai propri confini nazionali sta pagando un prezzo quasi superiore a quello della II Guerra Mondiale. In Grecia di fatto sono state sospese tutte le garanzie in cui si riconosce la democrazia, abbiamo visto il governo Tsipras che prima ha promesso di rompere l’austerità ed ora si è ritrovato ad imporre misure di austerità peggiori di quelle imposte dalla stessa Troika. Io non credo che i cittadini greci siano disposti ad andare oltre, anche se i media europei non danno particolare risonanza a ciò che sta avvenendo in Grecia. Sappiamo che lì c’è molto più che un forte malcontento generale, ci sono quotidianamente manifestazioni e scioperi, taciuti per ovvi motivi d’immagine. Fino a quando riusciranno a mantenere questo silenzio sulla Grecia? Noi di fatto stiamo vivendo una dittatura economica che è la più subdola delle dittature, perché non c’è un così detto “sovrano palese”.

- Voi infatti in alcuni dei vostri articoli avete parlato di “dematerializzazione” del sovrano, può spiegare questo fenomeno ai nostri lettori?

- Esatto proprio di questo si parla. Non sai più con chi prendertela a livello “fisico” perché il potere viene gestito da organismi sovranazionali che nemmeno si identificano con una sola persona. Sono diventati tutti dei semplici esecutori, si fanno forti delle loro regole, dei trattati e di vari organismi e meccanismi internazionali e per questo motivo non si riesce ad individuare la figura del “despota cattivo”. È la cosa peggiore, ti fanno credere di essere in democrazia e invece stiamo tornando al medioevo. Voglio ribadire per l’ennesima volta che la sovranità appartiene al popolo e chi nella storia ha tentato di sottrargliela ha fatto sempre una brutta fine.

- A proposito di sovranità siamo felici di ricordare anche qui che è finalmente nato il primo partito italiano pienamente Sovranista, Alternativa per l’Italia (ALI). Nella conferenza di presentazione in Senato avete parlato non solo di sovranità economica ma anche strategico-militare,  avete disegnato l’Italia come nazione con un ruolo guida nel Mediterraneo. Quindi mi viene da chiedere se ALI, oltre ai vincoli dell’eurozona, vuole liberarsi anche dai vincoli NATO?

- Quando ho introdotto il discorso di non limitarci prettamente alla sovranità monetaria facevo riferimento anche alla sovranità alimentare. Le nostre eccellenze alimentari vengono mortificate sempre di più, il colpo di grazia, speriamo che ciò non avvenga, sarebbe il TTIP. Con questo accordo abbasseremmo ancora ulteriormente le nostre tutele, dando il via libera all’invasione di qualsiasi tipo di prodotto che non ha le caratteristiche a cui noi in genere siamo abituati, quei requisiti che in questo campo ci fanno essere i migliori al mondo. Riprendere la sovranità significa quindi smettere di svendere questo Paese che è ormai diventato un outlet a buon mercato per le più grandi multinazionali. Una volta lo Stato poteva intervenire per difendere le proprie eccellenze ed i posti di lavoro, oggi questo non è più possibile. Per  quanto riguarda il ruolo da rivendicare nel Mediterraneo dobbiamo ricordarci che storicamente l’Italia ha sempre avuto un ruolo predominante in quest’area. Oggi però non è più così, un po’ per colpa di politiche errate compiute dai nostri alleati storici, ma soprattutto per la bassa caratura dei nostri politici. Ogni riferimento alla Mogherini è volutamente casuale (sorride). Voglio dire, abbiamo avuto ed abbiamo tutt’ora personaggi che non sono assolutamente in grado di gestire la nostra politica estera, politica estera che dovrebbe essere particolarmente attiva in questo periodo di forti tensioni, in particolare riguardo al mondo arabo e medio-orientale. Noi dovremmo avere un ruolo privilegiato perché da sempre riusciamo a rapportarci nei confronti di questi popoli in maniera diversa rispetto agli altri stati. Circa la NATO ALI crede che l’Italia debba mettere dei paletti e non subire supinamente ogni decisione che la riguarda presa al di fuori dai propri confini nazionali. Non siamo più disposti ad accettare ordini passivamente, perciò nella misura in cui si tenga conto anche delle nostre istanze noi siamo disposti a colloquiare con chiunque; ma nel momento in cui ci si impongono regole dall’esterno noi non siamo più disposti a “collaborare” passivamente. Noi siamo uno Stato Sovrano e vogliamo anche dire la nostra, coscienti di chi siamo e cosa rappresentiamo, non scordiamoci che siamo sempre la seconda impresa manifatturiera in Europa dopo la Germania e rappresentiamo una Nazione che è in grado di esprimere il proprio know-how di altissimo livello; mentre invece nello scacchiere internazionale veniamo relegati sempre più ai margini.

- Visto che abbiamo parlato di NATO e di Mediterraneo adesso andiamo a parlare delle guerre e delle destabilizzazioni che hanno portato a queste enormi migrazioni di massa.  ALI come si pone rispetto a questo problema?

- Fermo restando che non esistono esseri umani di serie A  e altri di serie B dobbiamo anche far notare che noi ultimamente non abbiamo avuto alcun tipo di politica o programmazione del fenomeno migratorio. La mia domanda è questa, qual è il nostro “limite” all’accoglienza? Chi mi può dire che siamo ancora entro i limiti dell’accoglienza dignitosa? Personalmente credo che questo limite sia stato superato da tempo e che non siamo in grado di ospitare tutti quanti. Qui si parla di milioni di persone che desiderano approdare in Europa e quindi passare e/o rimanere anche in Italia. Non possiamo farlo, non siamo in grado di dare assistenza dignitosa a questa gente, d’altra parte non possiamo nemmeno più vedere gente che affoga, famiglie intere, migliaia di persone che muoiono nel nostro mare. Allora io dico questo, facciamo così, anche per garantire agli italiani lo stesso standard di vita del passato, anche questo è un nostro obbligo. Programmiamo quante persone annualmente possiamo ospitare ed accogliere umanamente in Italia offrendogli una occupazione, dopodiché blocchiamo le partenze togliendo la possibilità agli scafisti di foraggiare il mondo della criminalità e le nostrane cooperative che ci speculano sopra e andiamo a prenderli direttamente noi in base all’ospitalità che possiamo garantire per quel periodo. Prendendoli con il traghetto, non assisteremo più ai drammi in mare. Naturalmente chi entra viene regolarizzato, paga le tasse ed ha tutte le coperture sanitarie che gli spettano e, soprattutto, si integra alla nostra civiltà rispettando usi, costumi, tradizioni e stile di vita. Non vogliamo più vedere povera gente che arriva in Italia e poi viene letteralmente tenuta in ostaggio dalle cooperative, anche a nostro danno tra l’altro, non vogliamo più vedere questi essere umani (che devono pur vivere) costretti a sopravvivere d’espedienti con furti e rapine, dobbiamo naturalmente mettere anche in sicurezza gli italiani, mi sembra più che ovvio. Inoltre vorrei ricordare ai “buonisti” dell’ultima ora che solo il 3% degli immigrati che arrivano in Europa fugge da scenari di guerra. Gli altri bisogna aiutarli in loco, ci sono molti modi per farlo: programmi di cooperazione alimentare per esempio, cancellazioni del debito degli stati da cui fuggono in funzione di quanto i loro governi riescono a fare sul territorio per il miglioramento delle condizioni del lavoro e di vita. Così potranno rimanere nella loro terra, è anche giusto che quelle persone possano continuare a vivere dove sono nati, dove hanno radici e tradizioni. Sradicarli ed illuderli che in Italia o nel resto d’Europa possano trovare la terra promessa quando poi si ritrovano a fare anche gli schiavi per pochi spiccioli è la mossa più subdola che possiamo mettere in pratica, ed è quello che accade attualmente. Ribadisco, non possiamo infilare l’oceano in una bottiglia, programmiamo i flussi ed in base alle nostre capacità stabiliamo quanti ne possiamo accogliere ogni anno.

- Questi enormi flussi migratori senza controllo massacrano anche il mercato del lavoro perché vanno a creare quell’esercito industriale di riserva, della cui pericolosità già ci avvertiva Marx, che abbassa sempre di più i salari e le garanzie dei lavoratori italiani, conquistati con anni di lotte sindacali, in funzione di una competitività sleale che rende competitive solo le multinazionali. Perché i sindacati italiani non hanno mai alzato la voce contro questo fenomeno?

- Viene spontaneo da pensare che purtroppo i sindacati italiani sono guidati da persone che non ha nemmeno  le più che minime cognizioni di economia. D’altronde quando l’anno scorso la Merkel “aprì” le porte esclusivamente ai siriani, palesò la volontà di voler prendere solo il “personale più qualificato”, perché di fatto i siriani hanno mediamente un livello di istruzione superiore rispetto agli altri migranti. In questo modo avrebbe potuto, non solo abbassare il costo del lavoro in Germania e quindi essere più competitivi, ma anche sostenere il proprio sistema pensionistico che secondo i loro calcoli diverrebbe insostenibile nel 2020. Rendiamoci conto però che faceva un discorso estremamente selettivo, con la scusa di quello che stava succedendo in Siria si andavano a prendere ingegneri, medici etc, insomma personale qualificato e scolarizzato mentre invece gli altri profughi li lasciavano a noi. È chiaro a tutti ora che il ragionamento che ha fatto la Merkel è spaventosamente cinico, doveva essere sanzionato invece è stata osannata come futura vincitrice del Premio Nobel per la pace!  Ma se di fronte a questo i sindacati italiani non hanno detto (o capito) nulla vuol dire che non sono minimamente in grado di comprendere la gravità della situazione attuale.

-Ora le chiedo di sfatare una volta per tutte un falso mito. Ogni volta che ci si trova a parlare di Sovranità e di prima repubblica, perché le si associano sempre, viene spontaneo affermare che nella Prima Repubblica si stava sicuramente meglio di adesso, ma subito si controbatte che ora si sta peggio perché stiamo ripagando i debiti che ci hanno lasciato proprio loro. Quindi si stava meglio semplicemente perché hanno indebitato il Paese che adesso ne paga le conseguenze.

- Allora proviamo a sfatare questa credenza. Usiamo i dati però, perché le parole sono interpretabili a piacimento mentre i numeri no. Iniziamo col dire che i grandi danni durante la Prima Repubblica iniziarono col divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro, quando si impennò l’entità del debito pubblico poiché i tassi d’interesse si alzarono oltremodo essendo da quel momento determinati unicamente dai mercati finanziari e non più dall’azione della Banca d’Italia che non poteva più regolarli intervenendo sul mercato primario. Il rapporto PIL/debito raddoppio in 12 anni! Tralasciando questo dato obiettivo per un attimo, ci accorgiamo comunque che quando l’Italia è entrata ufficialmente nell’euro con il cambio irrevocabile a 1936,27 lire il I gennaio 1999, il debito pubblico italiano ammontava a 1084 miliardi di euro, mentre ora ha superato i 2200 miliardi e tutto questo ad opera della Seconda Repubblica!!! Possiamo quindi affermare che la Seconda Repubblica ha più che raddoppiato il debito pubblico italiano. Il record è del Sen. Mario Monti che in 17 mesi di (S)Governo lo ha aumentato di ben 148 miliardi! Quindi stiamo attenti a quello che si dice senza conoscere  dati, date e numeri esatti, non stiamo male perché ripaghiamo i debiti che ci ha lasciato la Prima Repubblica, la Seconda ha fatto più danni della Prima (e non solo in termini di entità del debito).

- C’è una frase che voi di SCENARIECONOMICI ed ALI ripetete spesso, non so a dir la verità se è stato lei il primo a pronunciarla e mi farebbe piacere se potesse riassumerne il significato ai lettori di La Voce del Padrone. La frase è: “Riprendiamoci le chiavi di casa”

- Sì di quella frase ho il copyright (sorride). Riprendersi le chiavi di casa significa riprendersi il diritto di sbagliare con la propria testa e non di fare errori per volontà degli altri. Ribadiamo la nostra ferma volontà di poterci autodeterminare e di poter portare avanti la nostra politica economica, pensata e decisa da noi e non dagli altri per le effettive esigenze del Paese. A me non sta bene che il nostro destino sia nelle mani di un’oligarchia autoreferenziale a Bruxelles, nelle mani di persone non elette che fanno gli interessi non certo dell’Italia ma di determinate lobby. Per questo vogliamo riprenderci le chiavi di casa, i Parlamenti nazionali devono ritornare al ruolo di unici arbitri per quanto riguarda la determinazione della propria politica economica, non deve essere un organismo sovranazionale a Bruxelles che tiene in conto unicamente gli interessi delle lobby e delle multinazionali. Tutto questo accade sospendendo i più elementari principi sanciti dalla democrazia!
Ringraziamo il Professore Antonio M. Rinaldi per questa intervista.

giovedì 12 maggio 2016

Intervista all'avvocato Marco Mori


di Simone Mela

La Voce del Padrone ha l’onore e il piacere di parlare di Alternativa per l’Italia, di sovranità, democrazia ed Europa con l’avvocato Marco Mori, uno dei maggiori oppositori della dittatura finanziaria europea, che combatte anche con i fatti e non solo a parole. Scrive come blogger indipendente su scenarieconomici. it e sul suo sito personale studiolegalemarcomori.it. Recente è anche la sua pubblicazione “Il tramonto della democrazia”.

 -Avvocato Marco Mori, il 22 marzo sulla scena politica italiana compare questo nuovo movimento Alternativa per l’Italia. Può spiegare ai lettori del nostro blog come nasce e perché?
Noi abbiamo fatto in questi anni un’attività di informazione sul blog scenarieconomici, sui nostri siti personali, abbiamo fatto alcune pubblicazioni, io ho fatto uscire recentemente il mio libro “Il tramonto della democrazia”, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che, obiettivamene, se non fossimo riusciti ad avere un accesso mediatico più importante questa attività divulgativa sarebbe stata abbastanza inutile. Inoltre ci siamo accorti che i partiti tradizionali, tutti compresi, anche il M5S, non sono sulle posizioni corrette, ma su posizioni che faranno schiantare il paese. Domenica sono riuscito ad avere cinque minuti con Luigi Di Maio che purtroppo mi ha ribadito che l’uscita dall’euro non sarà nel programma 5 stelle ma che la loro posizione sarà: “sceglieranno gli italiani con il referendum”. Quindi in questo quadro desolante abbiamo capito che dobbiamo scendere in campo.
-Quindi Alternativa per l’Italia nasce anche perché siete stati in qualche modo delusi, o addirittura anche traditi, da alcune posizioni di qualche movimento o partito?
Più che traditi, siamo rimasti delusi, nel senso che con loro ci sarà soltanto la parete contro la quale ci schianteremo. Se non si capisce che il problema è riportare l’economia sotto il controllo della democrazia, ripristinare i valori della Costituzione del 1948 e renderli finalmente applicati, l’Italia non ha via d’uscita. Viene sempre di più schiacciata da questo potere finanziario che ormai è diventato così forte da distruggere le democrazie. Lo vediamo tutti i giorni attraverso il mantra delle cessioni di sovranità che significa semplicemente sottrarre democrazia al popolo italiano e darla a quei mercati finanziari che ci hanno ridotto in queste condizioni. A noi e a tutto il resto del mondo.
-Si può dunque tranquillamente dire che è nato il primo movimento sovranista italiano?
Sicuramente è il primo movimento sovranista che, a questo punto, è in parlamento dato che abbiamo una componente parlamentare con una senatrice che è Paola De Pin. Sicuramente è nato il primo movimento sovranista che ha chiaro, a mio avviso, il problema in termini economici e giuridici.
-Come mai di questi problemi, i più importanti del paese, non si parla sui media e si lascia spazio ad argomenti che afferiscono al microcosmo della nostra nazione?
Il motivo è molto semplice ed è un po’ quello che ci ricordava Gustavo Ghidini nei verbali della Costituente del ’47, cioè che quando il potere economico supera un certo livello, per definizione diventa potere politico e schiaccia la democrazia. Oggi il potere economico è diventato così forte che si è preso, acquistandoli di fatto, tutti i sistemi informativi principali. Quando le testate giornalistiche e i grandi media nazionali sono tutti al soldo di questo potere economico perché è titolare delle loro proprietà è ovvio che tutto avviene in funzione della sua volontà e quindi il dissenso in televisione viene utilizzato sempre per andare contro il concetto di Stato nazionale, Stato sovrano perché dal momento che c’è la “casta, la cricca e la corruzione” allora è bello distruggere lo Stato per dare ai privati non accorgendosi  che così si fa esattamente il disegno della grande finanza che voleva il potere assoluto sulle democrazie.
-In uno dei punti del vostro statuto c’è, giustamente, l’abrogazione del pareggio di bilancio in Costituzione (art.81). Può spiegare a chi non ne è a conoscenza o l’ha solamente sentito nominare nei tg o letto sulle testate nazionali in che cosa consiste e perché va contro i principi costituzionali?
Il pareggio di bilancio è prima di tutto una negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione. E’ l’esatto contrario dell’articolo 47 della Costituzione che prevede la creazione e la tutela del risparmio. Il suo concetto è fortemente controintuitivo poiché confondiamo lo Stato con qualsiasi altro soggetto del diritto privato. Lo Stato per creare ricchezza e risparmio per i suoi cittadini deve fare nel lungo periodo politiche di deficit altrimenti il risparmio non può esistere. Quindi fa spesa pubblica, perché quello è il modo con cui distribuisce la moneta e ovviamente deve tassare meno di questa spesa pubblica per lasciarci qualcosa. L’Italia purtroppo fa avanzo primario, cioè tassa più di quanto spende da oltre vent’anni e le conseguenze nell’economia si sono drammaticamente viste. Al primo shock esterno per il quale anche le banche commerciali hanno smesso di erogare credito, il sistema è assolutamente collassato perché mancava uno Stato che potesse intervenire con la sua sovranità, con la sua banca centrale, finanziando la spesa pubblica e gettando moneta necessaria nell’economia. Oggi grazie alle politiche di austerità che l’Italia, unico Stato in Europa, ha inserito addirittura in Costituzione con il pareggio di bilancio, noi assistiamo alla follia macroeconomica di essere in deflazione e continuare a fare austerità distruggendoci sempre di più nonostante il dato macroeconomico certifichi in maniera chiara e inequivocabile che manca moneta nell’economia reale. Il famoso Quantitative Easing (QE) della Bce è soltanto moneta che viene data dalla banca centrale alle grandi banche internazionali che poi non prestano soldi all’economie reali perché queste sono distrutte dalla austerità.
 -A tal proposito è interessante il discorso che voi di scenarieconomici fate sulla corruzione: in questa determinata situazione economica il vero problema è l’evasione del barista o del piccolo commerciante?
L’evasione in un momento in cui manca moneta nell’economia reale  significa che i soldi circolano un po’ di più prima di tornare allo Stato. Con queste politiche folli l’evasione è un aiuto concreto all’economia e c’è anche una conferma nei fatti. Mario Monti che cosa ha cambiato rispetto al suo predecessore? Le tasse erano alte già prima, perché si è avuta questa impennata del debito pubblico, questa esplosione della disoccupazione che è raddoppiata, questa recrudescenza della crisi? Non tanto per l’aumento della pressione fiscale, che c’è stato ma non in maniera così rilevante, quanto per il terrore che è stato indotto per chi deteneva ancora dei capitali di spenderli. Si è fatta questa massiccia campagna contro l’evasione. Con il livello di pressione fiscale che c’era già prima era solo l’evasione che consentiva all’economia di resistere. Quando si tassa ben oltre il 50% con punte sulle imprese che possono arrivare al 70% l’economia è morta senza evasione. Nel momento in cui si torna a fare delle buone politiche monetarie l’evasione è un problema perché subentra un discorso di redistribuzione o anche di parziale ostacolo alle scelte monetarie fatte dallo Stato. La corruzione è stata propedeutica a far odiare lo Stato. Siccome il desiderio neoliberista del potere finanziario è cancellare lo Stato, definire lo Stato corrotto e la crisi come conseguenza dello Stato corrotto è il mantra ideale per liquidare le grandi democrazie occidentali. L’unica corruzione dannosa in verità è quella in cui le istituzioni hanno svenduto il nostro paese a interessi stranieri cedendo sovranità, firmando accordi che ci hanno rovinato. Questa corruzione dal punto di vista penale rientra nei crimini contro la personalità dello Stato. Solo questa corruzione ha avuto un danno macroeconomico oggettivo.
-Un altro punto di Alternativa per l’Italia recita: “ Nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali e delle aziende d’interesse strategico nazionale”. Un punto che era stato messo in pratica durante il ventennio fascista. Come risponde a chi potrebbe accostare questo movimento al partito fascista distogliendo l’attenzione da temi importanti come questi?
Bisogna di nuovo scomodare i padri costituenti per comprendere il problema. Nel ’47 sui verbali della Costituente era chiarissimo un fatto ben specifico: cioè che nazismo e fascismo erano soltanto la reazione sbagliata alle politiche neoliberiste fatte in precedenza. Le crisi occupazionali e la crisi economica furono causate da questa politica per la quale il potere economico non aveva nessun limite o freno. Dunque era ovvio che nelle loro componenti, sia in Germania che in Italia, ci fossero al centro alcuni aspetti che tendevano a limitare il grande potere finanziario. Questo modello, però, non è solamente quello del fascismo o del nazismo ma è anche quello fatto proprio dalla Costituzione del ’48 che nella sua parte economica (art. 41-47) prevede espressamente  che la libera iniziativa privata è riconosciuta ma sempre subordinata all’interesse pubblico, la proprietà deve avere una funzione sociale (cioè libera ma si devono evitare i grandi accentramenti di proprietà tali che possano travolgere il pubblico interesse) e si consente allo Stato di nazionalizzare i servizi pubblici essenziali di qualunque genere e specie perché deve prevalere l’interesse pubblico
-Per quanto riguarda invece  l’aria che si respira dentro i tribunali, dopo tutte le battaglie che sta portando avanti contro l’euro e per il ripristino della sovranità, avverte un cambiamento da parte di suoi colleghi o di qualche giudice riguardo a questi atti di criminalità verso la personalità dello Stato?
C’è molta più consapevolezza. Sto vedendo un interesse notevole da parte dei colleghi, un interesse che sta aumentando in maniera esponenziale e vedremo come finirà. A livello penale la procura di Roma, che è quella competente per i delitti contro la personalità dello Stato, sta archiviando le denunce mentre in sede civile arriveremo a sentenza e altre procure come quella di Trani si stanno avvicinando molto ai fatti che sono alla radice degli atti che ho depositato. Ruggiero, grandissimo pubblico ministero, oltre ad aver portato a processo per manipolazione del mercato le agenzie di rating Standard and Poor's, ora ha anche messo sotto la lente di ingrandimento la massiccia vendita fatta dalla Deutsche Bank di titoli di stato italiani (7 miliardi) che furono funzionali a creare la crisi dello spread del 2011.
-Parlando del problema immigrazione quali sono le soluzioni che offre Alternativa per l’Italia?
Anche lì il nemico è sempre lo stesso. Questi paesi sono rimasti in stato di grave sottosviluppo in funzione di un potere economico che li ha sfruttati perché aveva interesse ad ottenere determinate risorse naturali. Le dittature sono più malleabili. È più semplice indirizzare la politica di una dittatura con il potere economico che non avere di fronte grandi democrazie organizzate. Si è creato un problema che è stato aggravato dalla dissennata politica americana perché le guerre hanno portato ad ulteriori  fenomeni di immigrazione. E’ evidente che se noi vinciamo la battaglia contro il potere finanziario e la estendiamo a livello internazionale riusciamo anche ad intervenire su questi fenomeni riportando un po’ più di giustizia nel mondo. A livello generale una delle battaglie principali dovrà essere l’eliminazione del diritto di veto in seno alle Nazioni Unite che ci consentirà di fare politiche democratiche a livello internazionale, cessare l’attività di sfruttamento di questi paesi. Tuttavia, sapendo che realisticamente non possiamo trasferire l’Africa in Italia, nonostante gli errori commessi in passato, dobbiamo necessariamente andare ad intervenire per far sì  che non siano minacciati a casa loro e che non vengano in Italia in massa. Dobbiamo assolutamente fare in modo di ridare sviluppo nei loro territori. Accogliere i rifugiati è sacrosanto ma bisogna avere risorse per identificarli, vedere chi è rifugiato e non consentire a chiunque di iniziare a girovagare per l’Italia. Non è un problema che si può risolvere dall’oggi al domani ma con politiche di lungo termine. Nell’immediato dobbiamo avere un po’ di severità nei controlli ed eseguire le espulsioni. Sarebbe molto più umanitario piuttosto che farli partire avere le nostre forze armate più a ridosso dei confini, resi erroneamente insicuri a causa delle guerre, ed intervenire in loco dando loro sostentamento.
-Non poteva mancare la domanda sul referendum. Non c’è neanche bisogno di chiederle se voterà per il si o per il no. Perché votare NO e cosa pensa del ministro per le riforme Maria Elena Boschi che ha affermato che chi vota No vota come Casapound.
La Boschi è un caso disperato. L’unica cosa che mi interesserebbe sapere dalla Boschi è chi ha scritto la riforma visto che sicuramente non l’ha scritta lei. È un disegno di legge aberrante, è la più grossa riforma costituzionale della storia della Repubblica e la fa una maggioranza illegittima che la Cassazione certifica essere costituita in violazione dei principi di rappresentatività democratica (sentenza 8878/14) e chi si considera legittimata a cambiare la Costituzione, la quale riguarda tutti e non solo la maggioranza costituita con un premio illegittimo e incostituzionale. Nel merito questa riforma è un pasticcio. Non elimina affatto il bicameralismo, crea anzi una molteplice serie di modi con cui portare a termine un disegno di legge, il Senato avrà varie funzioni, prima fra tutte quella di gendarme per quanto riguarda l’applicazione della normativa europea: sono previsti commissariamenti diretti degli organi amministrativi inferiori. E soprattutto in combinato con l’Italicum la riforma darà alla maggioranza il totale controllo della Repubblica e di tutti gl organi di garanzia perché potrà nominare il Presidente della Repubblica e avere la maggioranza in Corte costituzionale.  D'altronde questo disegno nel complesso è funzionale al concetto dei rapporti della Commissione Trilaterale che parlano di governare le democrazie perché una democrazia troppo libera è contraria ai loro interessi finanziari ed economici.
-Secondo lei potrà vincere il No? La mia paura è che la maggior parte della popolazione abituata all’informazione mainstream si faccia abbindolare dall’idea dei tagli ai costi della politica e quindi sarà portata a votare Si.
Probabilmente faranno una campagna su questo. Ho visto un dispaccio di Fitch che dice che se l’italia non voterà le riforme ci saranno conseguenze finanziarie ecc. Ci sarà un lancio via via più forte di varie dichiarazioni per fare pressione sul voto degli elettori. Risulterà importante che le opposizioni questa volta si degnino di fare un minimo di informazione altrimenti diventeranno funzionali. Io ho scritto “Il tramonto della democrazia”, se passasse la riforma possiamo dire che la democrazia è morta e a quel punto riscattarla potrebbe costare molto anche in termini di vite perché non è detto che a quel punto si potrà ragionare soltanto con il diritto.
-Ragionando sul nome del vostro movimento è facile pensare ad Alternative für Deutschland. Quanto c’è di comune e differente fra questi due soggetti politici?
Di progettato in comune non c’è assolutamente niente. Quello che ci accomuna è il fatto che entrambi vogliamo fare gli interessi delle proprie rispettive nazioni e che entrambi condividiamo il fatto che questi interessi si tutelino meglio con il pieno riscatto delle sovranità. Abbiamo avuto con loro un dialogo in occasione della conferenza stampa in cui uno dei loro membri si è presentato ed è venuto ad ascoltarci. Scambiandoci vari contenuti ci siamo resi conto che abbiamo idee molto simili: la sovranità è un passo necessario per la tutela delle nostre democrazie e dei nostri paesi e questa sovranità non implicherà di avere rapporti di inimicizia fra Stati anzi l’esatto contrario. Infatti sovranità in senso costituzionale significa proprio questo: essere padroni a casa propria ma limitare gli effetti di questa sovranità verso gli altri paesi a fini di pace e giustizia per uniformare i rapporti internazionali sulla necessaria solidarietà.

La Voce del Padrone ringrazia l’avvocato Marco Mori per questa intervista.

mercoledì 23 marzo 2016

Servi o sovrani: tertium non datur


di Simone Mela

Come molti di voi sapranno, dopo la seconda deliberazione alla Camera in conformità all’articolo 138 della Costituzione, nell’autunno di quest’anno la riforma costituzionale sarà sottoposta a referendum confermativo. C’è da fare una premessa doverosa: coloro che stanno tentando di riformare la Costituzione si trovano in parlamento grazie a una legge elettorale (il porcellum) dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.1/2014 a causa dell’assenza delle preferenze e di un premio di maggioranza senza una soglia minima di voti. Il nucleo della riforma prevede il passaggio da un bicameralismo paritario a un bicameralismo imperfetto. Il Senato non scomparirà, ci sarà e come. Invece che da 315 il nuovo Senato (il cosiddetto Senato delle Autonomie) sarà composto da 100 senatori, 95 dei quali saranno rappresentanti delle istituzioni territoriali (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e 5 senatori nominati dal presidente della Repubblica con un mandato di sette anni. Non saranno, quindi, più eletti dal popolo ma dai consigli regionali. Ad esercitare il potere legislativo, votare e revocare la fiducia al governo sarà esclusivamente la Camera dei deputati. L’organo senatoriale avrà voce in capitolo in materia costituzionale e, udite udite, potrà partecipare, insieme alla Camera dei deputati, all’elezione del presidente della Repubblica. Potrà nominare due dei cinque giudici della Corte costituzionale, mentre gli altri tre sono di competenza della Camera. Tra le altre cose la revisione costituzionale alza anche il numero di sottoscrizioni necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare: dalle cinquantamila firme si passa a centocinquantamila segnando un netto peggioramento per il popolo affinché eserciti iniziativa di legge. Tornando all’elezione del Presidente della Repubblica, questo verrà eletto dalla settima votazione in poi con la maggioranza qualificata dei 3/5 dei votanti. Il tutto se unito con la legge elettorale dell’Italicum fa sì che quei 3/5 siano in sostanza la maggioranza assoluta parlamentare. L’italicum, infatti, è una legge elettorale a forte vocazione maggioritaria in quanto prevede che la lista, e non la coalizione, avente il 40% dei consensi possa aggiudicarsi un premio di maggioranza pari al 55 % dei seggi (340 su 630). Se nessuna lista riuscisse a varcare la soglia del 40% si andrà al ballottaggio fra le due liste più votate. A seguito del ballottaggio la lista che ottiene più voti, indipendentemente dal risultato in termini percentuali si aggiudica il premio, ossia 340 seggi. Capite bene che la maggioranza parlamentare sarà non una maggioranza di coalizione ma di lista alla quale sarà legata la figura del Presidente del Consiglio sancendo di fatto, in contrasto con i principi della Costituzione, la netta supremazia dell’esecutivo sul Parlamento. Ora bisogna riflettere un attimo sul contesto storico in cui queste riforme mettono piede. L’Italia non è più uno Stato sovrano, si potrebbe disquisire a lungo sul perché ma fatto sta che è così. A mio modo di vedere tutto questo pasticcio c’entra ben poco con i tagli ai costi della politica e con la velocizzazione dell’iter legislativo. Queste riforme fanno parte di un più ampio progetto di smantellamento della democrazia e quindi anche della nostra sovranità targato UE. Un parlamento di nominati, una maggioranza assoluta rappresentata da una sola lista, un Presidente del Consiglio legato a quella maggioranza e infine un capo dello Stato che è espressione di quella maggioranza senza nessun contrappeso od oppsozione che possa avere un minimo di efficacia sono degli ottimi ingredienti affinché passi attraverso delle ratifiche tutto ciò che si decide a Bruxelles esautorando del tutto la democrazia e la sovranità popolare. Ecco perché votare NO a questo referendum è un atto di resistenza assolutamente necessario. Non si tratta di essere “conservatori” e di non andare avanti (cosa che i media cercheranno di far passare da qui al giorno prima del referndum) ma di fare in modo che non si dia vita a una pericolosa monocrazia che faccia gli interessi di quella tecnocrazia ancor più pericolosa e criminale, disinteressandosi del popolo.

giovedì 12 novembre 2015

AAA Olio d'oliva italiano cercasi


di Gianluca Boanelli

Ogni abitante della penisola che si rispetti è inevitabilmente portato, in qualsiasi discussione svolta sul Bel paese, a tirare in ballo l’eccellenza della cucina italiana, soprattutto nel contesto attuale in cui oggettivamente sembra emergere con forza come una sorta di “scialuppa di salvataggio” della ormai naufragata economia italiana. Eppure ci troviamo, ahimè, a dover prestare attenzione al nostro piatto che tanto difendiamo in quanto, sempre più spesso, quello che sembra tricolore sostanzialmente potrebbe non esserlo.
La bufera sull’olio d’oliva scatenatasi proprio nel pieno della stagione, periodo in cui la filiera produttiva affronta i maggiori costi, è stata subito inserita tra le tante frodi di commercio nel settore alimentare italiano anche se, non me ne vogliano gli esterofili, l’Italia questa volta c’entra ben poco.
La testata di tutela dei consumatori, che aveva preso in considerazione a maggio 20 bottiglie di olio extravergine declassandone ben 9 a olio vergine per la presenza di difetti organolettici, ha aperto gli occhi del consumatore sull’operato di grandi marchi quali Carapelli, Bertolli, Sasso, Santa Sabina, Primadonna, Coricelli e Antica Badia. Ebbene prendendo in considerazione tali aziende delle tradizione italiana ci troviamo ormai a parlare spesso di marchi nostrani i quali tuttavia sono sottoposti da anni all’egemonia spagnola nel settore. Le due realtà più grandi che sono coinvolte nello scandalo, entrambe storiche aziende toscane, fanno parte, rispettivamente dal 2006 al 2008, del grande gruppo Sos Corporatiòn alimentaria (1,5 miliardi di euro di fatturato), fondo alimentare che controlla quasi il 50% del mercato mondiale di olio tra Spagna, Italia, Portogallo. Nonostante l’Italia rimanga il secondo player nel settore la politica di internazionalizzazione ha fatto sì che oggi nello stivale si importi più che in ogni altro paese al mondo olio d’oliva, olio ovviamente spagnolo ma anche tunisino. Da tale elemento è facile comprendere come al di sotto del Brand italiano di prestigio internazionale si nasconda poi in verità una miscela di oli con cui si cerca di sfruttare l’italianità in ottica di marketing e il basso costo dell’olio base importato, il tutto per aumentare il margine di profitto. Tuttavia la campagna produttiva del 2014, anno tra i peggiori di sempre, ha incentivato tale tipologia di approccio alla produzione, un approccio non additabile storicamente a livello strategico all’Italia, la quale è stata indirettamente coinvolta nel nuovo modo di fare business viste le difficoltà competitive della piccola e media imprese italiana con le grandi controparti internazionali. Le nostra aziende piuttosto si ritrovano a dover tutelare i proprio consumatori come stakeholder esterni e ovviamente la propria reputazione in via diretta. Anche la coldiretti è intervenuta affermando la necessità di intensificare i controlli visto l’aumento di frodi data la scarsità della produzione nell’anno passato, richiamando l’attenzione sui dati dell’import che possono in tale caso essere interpretati come un “campanello d’allarme”. Ancora una volta dunque ci troviamo a dover discutere sulla bontà delle scelte operate in passato a livello nazionale verso un’industria alimentare di massa, quando invece la nicchia di mercato sembra essere il segreto del nostro valore in questo settore (quasi il 50% degli italiano acquista almeno un DOP o un IGP almeno una volta alla settimana nonostante la crisi).
Con fiducia nelle parole del ministro delle politiche agricole Martina, che ha ribadito la rilevanza strategica del settore per l’Italia, la speranza è quella di non doverci accontentare in futuro della quanto mai realistica visione di Gianni Monduzzi sull’evoluzione del settore.
<<Una buona casa olearia passa i primi anni a spremere buone olive per farsi un buon nome. Poi trova più vantaggioso spremere il buon nome>>.
Fonte: www.Ilsole24ore.com

venerdì 16 ottobre 2015

Caso Mondadori-RCS: ultima chance per l'editoria tricolore


di Gianluca Boanelli

La grande concentrazione paventata da anni nell’editoria italiana sembra ormai vicina a una configurazione definitiva. La nascita della goliardicamente definita “Mondazzoli” è ormai sotto l’occhio dell’Antitrust che, come autorità di regolazione, dovrà valutare la concorrenzialità della nascente “big firm” la quale si appresta a coprire quasi il 40% del mercato del libro a livello nazionale. Nonostante le critiche e i dubbi suscitati da numerosi intellettuali, Umberto Eco in testa, l’operazione potrebbe apparire da un lato l’ultima chance per la competitività di un’industria chiave nel contesto italiano. Tralasciando le critiche legate alla questione del pluralismo degli editori, questione poco trattabile in termini di economia applicata, l’operazione può essere compresa solo se collocata nell’ambito tecnologico di un settore ormai colpito su tutti i fronti dal fantomatico ebook e dal nuovo cluster di richieste del moderno “utente” o cliente qualsivoglia dell’editoria. Le difficoltà affrontate dall’industria sono emerse con forza nel corso degli ultimi anni, un ultimo report dal salone di Torino sancisce che nel singolo segmento del “trade” (librerie e librerie online, grande distribuzione esclusa Amazon) si è registrato un -2,6% a fatturato e un -4% a copie vendute nei primi tre mesi del 2015. Di conseguenza l’obiettivo della fusione, ossia la ricerca di quelle economie di ampiezza e di scala che solo i grandi numeri nel contesto moderno possono d’altra parte garantire, è ormai più che comprensibile di fronte alla competitività raggiunta dai “colossi” europei (esempi chiave la francese Hachette e l’anglo-tedesca Penguin random house). D’altro canto l’operazione di per sé non sarebbe nemmeno lontanamente in grado di contrastare, numeri alla mano, il caratteristico “nanismo” del settore il quale vanta una market share tra gli editori cosiddetti “minori” del 38,5% nel mercato italiano, senza dimenticare il ruolo ricoperto dal Gruppo GeMS (Garzanti, Corbaccio, Salani) che attualmente detiene una quota di mercato del 10,2%, quindi a seguire storici editori quali Giunti (6,1%), Feltrinelli (4,6%), De Agostini (2,3%). Tale tipica polverizzazione se da un lato è espressione del grande ruolo giocato nel tempo dall’industria nel contesto italiano, dall’altro è tuttavia sinonimo di inefficienze difficilmente colmabili nel breve termine.
Spostandoci sulla questione che più interessa il consumatore, ovvero il prezzo al dettaglio, non è lecito nemmeno chiamare in causa un possibile incremento dei prezzi a fronte dell’operazione, di fatti il mercato degli ebook, sempre più rilevante in particolare per Mondadori che opera nell’editoria per la scuola, è oggi in grado di tenere il prezzo di vendita basso per qualsiasi editore che voglia comunque continuare a sopravvivere in una condizione di normale remunerazione dei fattori produttivi competendo nel mercato ormai necessariamente “anche” digitale. Forti sarebbero invece le sinergie sfruttabili dalla Mondadori la quale, compensando i problemi finanziari del Gruppo RCS, potrebbe invece giovare della grande esperienza nell’abito della saggistica di Bur e Bompiani. Spetterà comunque a Mondadori di rispondere con misure compensative alle perplessità dell’AGCM nel momento in cui la cessione di Adelphi non sarà bastata a garantire la concorrenza nel mercato.
In attesa della risposta dell’autorità e dell’eventuale via libera all’operazione non rimane che “sorprendersi” (siamo costretti anche a questo) che un’azienda italiana possa essere rilanciata da un’altra impresa italiana, eventualità che, personalmente, non mi dispiace affatto.
Fonte: www.ilsole24ore.com