di Simone Mela
“Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile” è l’ultimo libro di Vladimiro Giacché. In questo saggio si cerca e si ottiene di far risaltare le divergenze che ci sono tra la nostra Costituzione ed i trattati europei. Per spiegare i due tipi di società configgenti l’autore si rifà all’economista statunitense Hyman Minsky, il qualeafferma che la nostra Costituzione è il risultato di un processo che, da un capitalismo nel quale lo Stato aveva un ruolo marginale dove vigeva la filosofia del “laissez-faire”, ha portato alla luce un capitalismo interventista nel quale, questa volta, lo Stato ha un ruolo importante in quanto assolve al compito di regolatore dell’economia. Di questo avviso erano i nostri padri costituenti che assieme a tale modello di capitalismo proposero il concetto di “democrazia progressiva” che ha il dovere di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini. A questo proposito importantissimo è l’articolo 4: <<la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto>>. Inoltre la Repubblica nasce con l’impegno di garantire il <<pieno impiego>>.
Completamente diversi sono i valori, se così si può chiamarli, su cui si basano i trattati europei che propugnano un tipo di società totalmente estranea a quella voluta dalla Costituzione. Quali sono? “Forte concorrenza”, “stabilità dei prezzi” e “indipendenza della Banca centrale” dai governi. Giacché fra i vari esempi porta quello riguardante l’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) il cui primo comma recita che <<[…]l’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende, alle condizioni previste dai trattati, l’adozione di una politica economica fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri[…]>>, ma che tale azione, secondo comma, <<comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica di cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nell’Unione conformemente al principio di un’economia di mercato aperta in libera concorrenza>>. Gli stessi obiettivi si possono trovare all’articolo 127.
Insomma la Banca centrale europea ha il dannato obiettivo della stabilità dei prezzi o lotta all’inflazione. Questo comporta che la lotta alla disoccupazione, prerogativa della nostra Costituzione, passa in secondo piano perché prevedrebbe delle politiche inflazionistiche che stimolino l’economia, le quali politiche sono, trattati alla mano, respinte. Come avrete notato c’è una forte incompatibilità fra la nostra Costituzione e questi trattati assassini. E a proposito di assassinio, una forte pugnalata alla nostra Costituzione è stata data nell’aprile 2012, quando il senato ha approvato con più dei 2/3 dei componenti il disegno di legge di riforma dell’articolo 81 della Costituzione con l’ingresso del principio del pareggio di bilancio. Con il pareggio di bilancio si minano alla base politiche di spesa in disavanzo. Ciò significa che lo Stato è relegato a un ruolo marginale non potendo più intervenire, di fatto, nell’attività economica poiché gli è impedito di attuare politiche industriali che comportino investimenti pubblici. In questo modo si mette al bando l’articolo 47 della Costituzione che dice che << La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme>>. Capite bene che se lo Stato tassa esattamente quanto spende, non ci può essere risparmio. Questo articolo 81 pur non facendo parte dei principi fondamentali enunciati agli articoli 1-12 ridisegna completamente la funzione dello Stato subordinando tutte le altre norme costituzionali.
Giacché poi è molto bravo nel rispondere a una ipotetica critica affermando che, come recita l’articolo 81, <<Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali>>, ma è la Commissione europea che calcola l’indebitamento di un paese e non lo Stato. E per farlo, ancora una volta, si avvale di criteri che tendono al raggiungimento dell’obiettivo della stabilità dei prezzi e del contenimento dell’inflazione. Da qui vengono le famose politiche di austerity che hanno distrutto capacità produttiva e creato disoccupazione.
Chiudo con il dire che uno degli obiettivi importanti che un sano governo dovrebbe avere è il ripristino della Costituzione del ’48 perché <<la sovranità appartiene al popolo>> e non alla Commissione europea o a qualche tecnocrate del nord. Ma, almeno per adesso, sembra che si pensi ad altro, come sempre. A buon intenditore poche parole.
Pubblicato originariamente su l'Opinione Pubblica
di Vincenzo Cerulli
In questi giorni tutto il territorio greco è tormentato da una crisi di duplice natura: economico-finanziaria e migratoria. Nel solo 2015 in Grecia sono approdati più di 850000 migranti e credo vi ricordiate chiaramente che tipo di estate hanno passato i cittadini greci (banche chiuse per una settimana, prelievi non superiori a 60 euro, default economico ad un passo). La situazione si ripete. Pochi giorni fa la commissione europea ha dato un ultimatum alla Grecia, tre mesi per ristabilire ordine alle frontiere o i benefici del trattato di Schengen verranno riesaminati ulteriormente. Dobbiamo però chiarire una cosa, è molto pericoloso paragonare le frontiere marittime a quelle di terra: ancora di più se a dare ordini sono i paesi del centro-europa che non si devono preoccupare in prima persona delle frontiere esterne, più esposte, fluide e incontrollabili. Un documento della Repubblica Ellenica riporta questo: ” I controlli alle frontiere di mare sono diversi da quelli di terra. Non si possono costruire barriere e il diritto internazionale proibisce il respingimento. Al contrario, il diritto internazionale impone il soccorso alle persone in pericolo in mare. La Grecia adempie tutti i suoi impegni internazionali con operazioni di soccorso che salvano migliaia di vite umane.” Per questo viene da riflettere se poi a decidere sulle frontiere esterne sono proprio quei paesi che quelle frontiere le vedono solo in foto. Il problema dei migranti influisce sul fronte economico e viceversa. Sono di pochi giorni fa le parole di Paul Thomsen (capo economista FMI) che evocano di nuovo l’incubo Grexit, nel caso in cui non venga messo in piedi un piano per sostenere il debito. Tsipras non è più benvoluto dal popolo (negli ultimi sondaggi Syriza è secondo a più di 3 punti percentuali dal partito liberal-conservatore New Democracy in testa) e le manifestazioni di questi giorni (di cui i media italiani stanno riportando ben poco) lo dimostrano abbondantemente: migliaia di agricoltori bloccano le principali autostrade del paese ogni giorno, aggirando le forze dell’ordine hanno bloccato anche l’autostrada principale che conduce Atene all’aeroporto ed arrivati al palazzo del ministero dell’agricoltura hanno trovato sfogo lanciando pietre e ortaggi contro forze dell’ordine che hanno risposto con gas lacrimogeni e granate assordanti. Protestano per l’aumento delle tasse, a cui Tsipras è obbligato per risanare il debito, e per la riforma delle pensioni che porterà a tagli del 15-30%: questo è lo scenario a cui ha portato l’austerità. Le proteste sbarcano anche nelle isole: a Kos, circa 2000 persone il 14 febbraio hanno protestato contro la costruzione di 1 dei 5 hotspot per l’accoglienza dei migranti perché influirebbe negativamente sull’immagine dell’isola, la cui economia si regge quasi unicamente sul turismo. La polizia in tenuta antisommossa ha reagito disperdendo la folla (fra cui bambini, donne e anziani) con gas lacrimogeni. Politiche migratorie inconsistenti e politiche economiche neoliberiste continuano a far scivolare sempre di più la Grecia in un baratro da cui non sembra visibile alcuna via d’uscita. A proposito del legame intrinseco fra economia e migrazione vanno riportate le parole di Varoufakis, che ha da poco inaugurato il suo nuovo movimento politico DiEM25. Nella conferenza di presentazione a Berlino ha detto che c’è il serio rischio di trasformare Italia e Grecia in “campi di concentramento” per rifugiati. Alla buon’ora Yanis!
di Vincenzo Cerulli
Parlare di Nicola Bombacci comporta dei rischi. In queste righe non si vuole esaurire la biografia di Bombacci, per un’impresa del genere è richiesta una cura delle fonti ed una ricerca storica di cui attualmente non si dispone; l’autore scrive per debito morale, per strappare definitivamente dal cadavere di Nicolino quell’infame cartello con su scritto “super-traditore”. Chi scrive a riguardo sa già sempre che riceverà delle critiche aprioristiche da parte di chi non riesce ad accettare che un uomo possa essere andato al di là del proprio credo politico, di facili sicurezze economiche, dei propri affetti e perfino delle proprie amicizie, pur di difendere, fino alla morte, la classe operaia. Bisogna però prendere coscienza del fatto che un uomo che ha sacrificato tutte le proprie forze fisiche ed intellettuali, per tutto l’arco della propria vita, in favore del proletariato, meriti di essere ricordato con l’onore che gli spetta al di là della vulgata media che rintrona da ambo i lati. Dunque riesumiamolo, senza fronzoli di sorta o anacronistici rancori.
Nicola nasce a Civitella di Romagna il 24 Ottobre del 1879. Fra i dirigenti socialisti durante il I conflitto mondiale e nell'immediato dopoguerra, sposa Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre e contribuisce ad infiammare quegli anni di proteste e speranze accendendo le folle proletarie che lo adoravano. Abbandona il partito socialista, la cui maggioranza non aveva intenzione di applicare il programma leninista ed era incline ad un riformismo che lui e i suoi più stretti compagni non potevano più tollerare. Così fonda il partito comunista assieme a Gramsci, Bordiga, Fortichiari, Terracini e Damen al teatro San Marco. Purtroppo in quegli anni le occasioni mancate furono molte, troppe, i tempi erano fertili per una rivoluzione sulla scia di quella russa, il disordine era grande; ma a sfruttarlo meglio furono i fascisti, questo non può essere negato. Proprio per questa mancanza di pragmatismo, in questo non riuscire a cogliere le occasioni che il periodo storico proponeva, Bombacci criticava aspramente il partito da lui fondato e diventava sempre più inviso agli altri membri dirigenti. Togliatti gli rimproverò questo aspetto del carattere. Del romagnolo non gli andava giù l’eccessiva tensione pragmatica, quell'enorme sforzo (assente soprattutto oggi) di coniugare teoria e prassi in una forma realizzabile. Salito al potere Stalin, e cambiati gli equilibri di potere all’interno del PCI, nel ’27 viene espulso dal partito che lui stesso aveva fondato per “indegnità politica”. Così Nicolino si trovò solo, il socialista rivoluzionario di cui gli squadristi fascisti nel ’22 cantavano: “ Con la barba di Bombacci, ci farem gli spazzolini, per lucidar le scarpe di Benito Mussolini!” era stato abbandonato dai suoi compagni di lotta. Non ricevette mai la tessera del PNF ma dialogò spesso con Mussolini e tutto il paese fascista, soprattutto grazie alla rivista che il Duce gli lasciò fondare: “La Verità” (“Pravda” in russo) operante dal ’36 al ‘43.E’ merito suo se l’Italia fascista fu il I Stato al mondo a riconoscere ufficialmente la nuova Russia comunista. Questa e molte altre manovre diplomatico-economiche da lui caldeggiate esprimono nitidamente la sua forte avversione per il capitalismo anglo-americano e per lo strapotere coloniale di Francia e Inghilterra. Fino alla fine resterà accanto al Duce per difendere gli operai. Vedeva nella repubblica sociale la possibilità di attuare il socialismo come lui lo intendeva, senza interposizioni di plutocrazie, massoni e decisioni del Re. Purtroppo nemmeno qui il suo sogno si realizzò: la tremenda crudeltà di alcune frange di repubblichini, soldati tedeschi e le ingerenze di una parte del governo non resero possibile la socializzazione totale della vita pubblica da lui agognata per oltre quarant’anni. Pochi giorni prima della capitolazione finale, davanti ad una folla in delirio di tremila operai, cantò per l’ultima volta i suoi ideali più alti e incitò tutti a resistere in quella “dura ora che la Patria vive”. Era il 15 Marzo. Una quarantina di giorni dopo Bombacci salì sulla stessa macchina di Mussolini per organizzare l’ultima resistenza nella Valtellina. Descrive l’episodio il figlio di Mussolini, Vittorio, quella sera in macchina con loro: ”ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte”. Perché è proprio per che questo che Nicola Bombacci è stato seppellito dalla storia, il suo oltrepassare le dicotomie statiche e fisse (per questo oggi pericolose, perché in quanto tali fissano e anestetizzano il dibattito politico) di comunismo/fascismo, destra/sinistra lo rende impossibile da categorizzare all'interno di un manuale e la sua parabola politica è oggetto di dibattito solo in ambienti privilegiati. Il libro di Daniele Dell’Orco (Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini) ce ne restituisce una figura dignitosissima, ereditiamo un uomo più grande delle ideologie del suo tempo ed è proprio questo un motivo su cui riflettere. Superare le dicotomie è oggi più urgente che mai. Superarle non significa metterle da parte; significa piuttosto mettere al centro l’uomo politico e fare in modo che esse siano dei dispositivi a cui ricorrere e non viceversa.
di Simone Mela
Alla fine c’è stata la “sentitissima riflessione” degli elettori francesi durante la settimana che ha preceduto la seconda tornata prevista da un sistema elettorale maggioritario a doppio turno. Appena una settimana fa Il Front National si era imposto in sei regioni su tredici registrando risultati clamorosi. In Nord-Passo di Calais- Piccardia e in Provenza-Alpi- Costa Azzurra, dove erano candidate rispettivamente Marine e sua nipote Marion Le Pen, la fiamma tricolore aveva varcato l’incredibile soglia del 40% e si era affermata come primo partito nazionale con il 29,5% dei consensi. La risposta del “sistema” però non si è fatta attendere. Il primo ministro Manuel Valls, socialista, ha paventato l’idea di una guerra civille nell’eventuale caso che il Fn si fosse riconfermato, provocando, così facendo, una maggior affluenza (il 58,5% contro il 51% di domenica scorsa) di elettori che, spinti dalla paura dello “spettro fascista” si sono recati di corsa alle urne. In più, sempre Valls, in ottemperanza al motto socialista del “Non votiamo per qualcuno, ma perhé qualcuno non ce la faccia” ha ammonito i candidati del suo partito nelle regioni in cui erano arrivati terzi di ritirarsi, spianando la strada di fatto ai repubblicani di Sarkozy. O fronte repubblicano o morte. Si potrebbe riassumere così il principio che hanno fatto trapelare le istuzioni francesi. E così è stato. Il Fronte Nazionale non conquista nessuna regione. Marine cede il passo al candidato gollista Xavier Bertrand che prende più del 58%, stessa storia in Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena dove era candidato il numero due del FN, Florian Philippot, e nel sud-Est che vede Marion sconfitta con il 44,2% dei voti contro il 55,8% del repubblicano Christian Estrosi, ex sindaco di Nizza.
Il fronte repubblicano batte Il Fronte Nazionale ma la guerra è appena cominciata. Il colpo si è fatto sentire e come. La cosiddetta alleanza UMPS ha retto questa volta ma in futuro non è detto che andrà sempre così. Il prezzo che socialisti e repubblicani hanno dovuto pagare, infatti, è stato quello di aver dimostrato che alla fin fine sono due facce della stessa medaglia, due fazioni che sostengono il progetto neoliberista europeo, due fazioni asservite alla NATO e all'UE, due fazioni che hanno destabilizzato la Libia e cercato di destabilizzare la Siria, e ancora, due fazioni che hanno rifiutato il dialogo con Putin fino a quando, dopo i fatti del 13 novembre scorso, si sono trovati con le spalle al muro. La Le Pen e il suo partito mettono in discussione tutto questo rilanciando un programma di sovranità nazionale moderno. Fanno paura. Una paura che non è quella del ritorno al manganello come sostiene il circo mediatico, ma quella connessa alla frantumazione di questo orribile quadro mondialista ed europeo. La Le Pen all'Eliseo fra diciotto mesi, in occasione delle presidenziali, rappresenterebbe la prima luce accesa in questa Europa buia e arida. Il popolo francese ha cambiato gli equilibri di questo continente più di una volta e chissà che non sia destinato nuovamente nell'impresa. Spero che la prossima volta abbia un po’ più di coraggio dando fiducia all'unico partito che lo difende e sostiene, partito che, peraltro, non ha mai governato e che quindi ha tutto da dimostrare.
Chiudo dicendo che se dovesse andare come ci si aspetti, mi auguro che il popolo italiano non si faccia trovare impreparato all'appuntamento con la Storia.
di Menno Gabel
«Tristo l' allievo che non supera il maestro»Spesso è il destino delle cose inanimate che ci permette di capire meglio, senza temere di essere depistati da ipocrisie, rimozioni, ripensamenti di comodo, ciò che veramente gli uomini rappresentativi di un’epoca hanno apprezzato o disprezzato, amato o odiato.
Al centro di un giardino al centro di Parigi si slancia al cielo la Torre di San Giacomo, o per meglio dire il campanile superstite della chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie, il venerato santuario gotico demolito nel 1793 dalle volonterose manovalanze rivoluzionarie della Rivoluzione Francese. Dicono che il campanile fu risparmiato per il suo particolare valore architettonico. Lo dicono gli eredi dei demolitori, ma noi sappiamo che il campanile si salvò non perché reliquia anche degli esperimenti di Blaise Pascal sulla pressione atmosferica, ma perché qualche industrioso borghese aveva intuito che la torre sarebbe stata più vantaggiosamente riconvertita in redditizia Tour à plomb, fabbrica di palle di moschetto per le armate della Repubblica secondo il processo inventato appena dieci anni prima dall’ ingegnere Watts di Bristol. Le campane rese inutili dall’abolizione delle feste religiose, delle settimane e delle domeniche sarebbero poi diventate cannoni.
La Tour Saint Jacques, oggi ammessa dall’UNESCO a far parte del patrimonio artistico dell’Umanità, è un significativo esempio di come la Rivoluzione Francese ha saputo valorizzare il patrimonio artistico ereditato dalle generazioni prerivoluzionarie. Quando anche i nostri intellettuali si indignano di fronte alla distruzione dei Buddha di Bâmiyân o del Tempio di Bel a Palmira devono assolutamente ricordarsi che il vandalismo non l’hanno certo inventato i Vandali, ma è una parola inventata apposta dall’Abbé Grégoire, un vescovo rinnegato messosi al servizio della Rivoluzione, per cercare di scoraggiare e frenare un po’ la sistematica spoliazione e distruzione di tantissime opere d’arte che hanno fatto la stessa fine del santuario di cui fu parte il campanile riconvertito a fabbrica di palle e pallini da guerra e da caccia.
Se pensate che sia irriguardoso confrontare il comportamento dei “tagliagole” dell’ISIS con i ghigliottinatori della Rivoluzione da cui anche Hollande è orgoglioso di discendere, pensate al destino dell’Abbazia di Cluny.
Nel 1789 quell’arcipelago di capolavori e tesori divenne “bene nazionale” a seguito del decreto del 2 novembre di quell’anno che confiscò i beni della Chiesa. Cominciava un tempo micidiale per gli edifici monastici e per l’abbazia. I Rivoluzionari nel 1791 distrussero con le mine gli edifici dopo averli svuotati di tappezzerie, suppellettili e oggetti di culto da rivendere al dettaglio. Gli archivi furono bruciati nel 1793 e la chiesa abbaziale fu abbandonata ai saccheggi. La tenuta dell’abbazia nel 1798 fu venduta per più di due milioni di franchi. L’8 maggio 1810 fu fatta saltare la facciata e il grande portale. L'abbazia fino al 1813 fu usata come cava di pietra per costruire le case del borgo vicino. Dell’edificio originario così non resta oggi che l’8%.
I “tagliagole” dell’ISIS sono diventati quasi altrettanto bravi dei loro esemplari poco occulti committenti.
(pubblicato originariamente sul numero 1 della rivista "La Voce del Padrone")
di Simone Mela
Lavoro salariato e capitale" è una raccolta di cinque articoli che Karl Marx pubblicò per la Gazzetta Renana nell'aprile del 1849, i quali articoli prendevano come oggetto le rispettive cinque conferenze che il filosofo di Treveri tenne all’“Associazione degli operai tedeschi” di Bruxelles affinché il contenuto delle sue ricerche scientifiche potesse essere accessibile e divulgato presso il grande pubblico.
Quello che vorrei tentare di fare, con le necessarie dovute proporzioni, è di riproporre nella maniera più semplice il contenuto della quinta conferenza. In essa Marx si pone lo scopo di analizzare l’incidenza che la crescita del capitale produttivo ha sul salario. Il salario è il prezzo della merce forza-lavoro che l’operaio cede al capitalista. Questa merce viene pagata in base ai costi necessari per produrla, ossia i costi necessari per mantenere in vita l’operaio. Si potrebbe dire che il dominio del capitale produttivo abbia una sorta di effetto domino. Il primo passo prevede l’eventuale aumento del capitale produttivo; aumentando il capitale produttivo cresce la dimensione del capitale e il numero dei capitalisti. Cresciuto il numero di questi ultimi si crea una concorrenza che sarà vinta dal capitalista che venderà a prezzi migliori. Per fare ciò deve aumentare la forza produttiva e quindi mettere a punto la divisione del lavoro combinata al miglioramento dei macchinari. Questo che cosa significa? Significa che tanto più grande diventa il numero degli operai tra i quali viene diviso il lavoro, tanto più vantaggioso diventa il lavoro. Le innovazioni messe in atto da quel capitalista verranno universalizzate dagli altri capitalisti e quindi per venirne a capo nuovamente, si dovrà attuare un’ulteriore divisione del lavoro e utilizzare macchinari migliori. Badate bene che questo processo è infinito e ha come risultato quello di rendere il lavoro dell’operaio sempre più semplice e monotono, in quanto ogni operaio compierà il lavoro di cinque, dieci, quindici operai. Inevitabile a questo punto che il nostro operaio crei la concorrenza con altri operai trasformando questi ultimi in altrettanti concorrenti perché se questo si venderà a prezzi sempre più vantaggiosi per il capitalista, allora anche gli altri operai saranno costretti a vendersi alle stesse condizioni. Morale della favola? La forza-lavoro, che è una merce, più sarà semplice e priva di sforzi fisici e mentali, più bassi diventeranno i costi di produzione della merce forza lavoro. Conclusione? Maggiore è il capitale produttivo, minore sarà il salario. Lo stesso vale per l’uso di macchinari sempre più avanzati. Questi, infatti, spazzeranno via tutti quegli operai specializzati, omologandoli agli altri operai: semplici forze produttive. Abbiamo cominciato il nostro discorso dicendo che i capitalisti entrano in concorrenza tra loro, anzi in una guerra industriale, come la chiama Marx; questa guerra, paradossalmente, viene vinta dal capitalista che riuscirà a sfoltire, tramite il licenziamento, e non ad aumentare le schiere di operai a sua disposizione. Questo per il semplice motivo, già accennato prima, che i macchinari provocano il licenziamento di operai, i quali si troveranno a lavorare nelle fabbriche di quegli stessi macchinari che hanno causato il loro licenziamento. L'operaio finisce per occupare, tristemente, il ruolo di macchina imperfetta che darà vita a macchinari perfezionati.
(pubblicato sul numero 1 della rivista "La Voce del Padrone")
di Valerio D'Agostini
Fin da subito, da quando ha imparato ad organizzarsi socialmente, l'uomo ha sempre avuto l'istinto animale della conquista e della dominazione.Ciò che differenzia i conflitti militari dal momento precedente a quello successivo l'industrializzazione è la differente posizione dell'economia nel guerresco. Partendo dal fatto che la guerra si è sempre svolta per motivi economici e geopolitici (i quali sottintendono, quasi sempre, comunque altri motivi di natura economica), si è sempre visto, dall'antica Grecia fino alla Guerra dei Sette Anni, che poche erano le potenze politiche impegnate nei conflitti, le stesse che potevano permettersi un grande esercito ben organizzato e addestrato in grado da sottomettere quelle popolazioni che poi sarebbero state inglobate in un primo, embrionale, progetto cosmopolita. Era quindi prettamente l'economia che serviva alla guerra: più era ricca una potenza, migliore sarebbe stato il suo apparato militare e quindi tanto maggiore la sua portata di influenza.
Con l'avvento dell'industrializzazione e del libero mercato questa tendenza è andata invertendosi, perché crescendo sempre di più la concorrenza economica non solo tra Stato e Stato, ma tra continente e continente, la guerra viene sempre più vista come elemento di riscatto da una situazione di declino o come mezzo per accrescere ancora di più la propria influenza su territori spesso molto distanti, e quindi non più legati anche a ragioni di coesione territoriale in una determinata zona come, invece, accadeva prima. Per questa sua capacità di smuovere gli assetti politici, e quindi economici, altrimenti destinati ad essere ciò che viene definita "stagnazione economica" in senso lato, la guerra è diventata, in un certo senso, il processo di avvio di quell'intero sistema di interessi volto al raggiungimento del profitto sotto forma di svariati approcci, anche chiamato economia.
(pubblicato originariamente sul numero 1 della rivista "La Voce del Padrone")